La diffusione dell’obesità, ormai una vera emergenza sociale, in continuo aumento, rende necessaria una maggiore capillarità di centri dove sia possibile avere consulenze nutrizionali, indicazioni per l’attività fisica e cure di primo livello.
Per questo, nel corso del convegno che si è svolto a Roma nei giorni scorsi, "Appropriatezza clinica, strutturale, tecnologica e operativa per la prevenzione, diagnosi e terapia dell’obesità e del diabete mellito", per la presentazione del decimo numero dei Quaderni del Ministero della Salute, Gabriele Riccardi, presidente della Società Italiana di Diabetologia (Sid), ha presentato la proposta di trasformare i centri diabetologici in strutture assistenziali per la cura degli obesi.
Si tratta di sfruttare la diffusione capillare dei centri, unendo la gestione delle due patologie; spiega Riccardi: «L’ideale sarebbe avere un centro ogni 100mila abitanti, ognuno dotato di almeno 4-6 diabetologi, dietisti, infermieri, dove il medico di famiglia potrà inviare i suoi pazienti con problemi di peso. I diabetologi, che sono già abituati a prendersi cura di pazienti obesi e in sovrappeso, potranno così offrire loro un trattamento intensivo e multidisciplinare che tenga conto della specificità di ciascun utente, dal punto di vista metabolico, clinico e psicologico».
Fonte: 29 settembre 2011, Sanità News
Nel corso di una ricerca del Joslin Diabetes Center dell’Harvard Medical School di Boston è stato identificato il ruolo del tessuto adiposo bruno, che aiuta a bruciare le calorie, al contrario del grasso bianco, che invece ne favorisce l’accumulo.
Rispetto alle cellule di grasso bianco, quelle di grasso bruno si sono dimostrate più efficaci nel processo di autofagia cellulare, che consente alle cellule di riciclare il proprio contenuto, bruciando così risorse energetiche; inoltre, il grasso bruno contribuisce alla regolazione della temperatura corporea e del bilancio energetico dell’organismo e contribuisce al controllo del peso corporeo.
Ne è la prova la minore massa corporea di chi ha una maggiore quantità di grasso bruno. Il tessuto adiposo bruno è metabolicamente attivo nel 5,4% degli adulti, soprattutto nelle donne, e non solo nei neonati e nei bambini, come ritenevano in precedenza gli stessi ricercatori americani.
Gli studiosi, coordinati da Aaron Cypess, hanno identificato due interruttori molecolari che controllano necdin, una proteina in grado di bloccare lo sviluppo del grasso bruno e quindi favorire obesità e diabete; perciò, “…accendendo o spegnendo necdin, si può stimolare il metabolismo umano perché bruci più grassi ed energia”.
La ricerca è pubblicata su Endocrinology.
Fonte: 26 settembre 2011, ilsole24ore.com
La nuova tecnica Fitwalking è stata presentata a Milano presso l’Ospedale San Giuseppe del Gruppo MultiMedica, i cui specialisti l’hanno adottata credendo nelle sue potenzialità di prevenzione e terapeutiche. I primi pazienti inizieranno l’attività a metà di ottobre con istruttori specializzati, suddivisi per età e per tipo di diabete: 10 con il diabete di tipo 1 e 20 con quello di tipo 2.
Cos’è il Fitwalking e quali sono i suoi vantaggi lo spiega Stefano Genovese, responsabile dell’Unità di Diabetologia e Malattie Metaboliche del Gruppo MultiMedica: «È una disciplina sportiva che aiuta il corpo a equilibrare il proprio metabolismo; è una camminata di tipo sportivo a differenti livelli di intensità e di durata, a seconda dell’efficienza fisica e del grado di allenamento, con una forte valenza terapeutica. È particolarmente indicato per i pazienti con il diabete mellito di tipo 2 perché può essere praticato a quasi tutte le età e non richiede strumenti e spazi dedicati. Servono solo un abbigliamento adeguato, il tempo e soprattutto la volontà. È dimostrato che nei soggetti a rischio di diabete, un approccio terapeutico basato su attività fisica e dieta riduce il rischio di sviluppare la malattia del 60%.
Nei pazienti già diabetici l’attività fisica migliora la glicemia e l’emoglobina glicata e riduce anche gli altri principali fattori di rischio cardiovascolare». Concorda con Genovese Francesco Donatelli, Ordinario di Cardiochirurgia presso l’Università degli Studi di Milano e direttore del Dipartimento Cardiovascolare dell’Irccs MultiMedica, e aggiunge: «L’attività fisica è importante anche nel trattamento dei pazienti con malattia cardiovascolare o con aumentato rischio cardiovascolare, compresi quelli affetti da ipertensione, angina pectoris, esiti d’infarto miocardico, malattia vascolare periferica o insufficienza cardiaca. Inoltre, è componente importante della riabilitazione cardiovascolare.
Diversi studi hanno dimostrato che i programmi di esercizio fisico possono ridurre in modo significativo la mortalità totale, così come la morte causata da infarto del miocardio». Il Fitwalking è una tecnica messa a punto dall’atleta Maurizio Damilano, ex olimpionico di marcia.
Fonte: 22 settembre 2011, Sanità News
L’American Journal of Clinical Nutrition ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta dagli studiosi dei Departments of Nutrition and Epidemiology dell’Harvard School of Public Health sui modelli di alimentazione di oltre 37mila donne, che dimostra che l’assunzione di latte e prodotti lattiero caseari in giovane età, e fino all’età adulta, riduce di una percentuale che può arrivare al 38% il rischio di sviluppare da adulti il diabete di tipo 2, soprattutto nelle donne.
I ricercatori americani, coordinati da Rob van Dam, hanno esaminato le risposte date ai questionari sulle abitudini alimentari delle partecipanti, raccolte dal 1998 al 2005, e hanno osservato che le donne che da adolescenti avevano assunto latte e latticini, da adulte avevano un rischio di contrarre il diabete di tipo 2 più basso rispetto alle coetanee che ne avevano assunti di meno o che nel tempo ne avevano diminuito la quantità.
Fonte: 16 settembre 2011, oggi.it
Nel corso del 47° congresso dell’European Association for the Study of Diabetes (Easd) che si è concluso nei giorni scorsi a Lisbona, è stato presentato uno studio della Società Italiana di Diabetologia (Sid) secondo il quale, per le persone affette da pre-diabete, sarebbero sufficienti 12 spruzzate di insulina spray prima dei pasti per evitare il successivo aumento della glicemia, fattore di rischio cardiovascolare e di diabete.
Il pre-diabete è un’intolleranza al glucosio caratterizzata da livelli costanti di glucosio superiori alla norma e da livelli di insulina circolante elevati; si trasforma in diabete conclamato in oltre un terzo dei casi, mentre in un altro terzo si può evitarne l’evoluzione negativa assumendo farmaci e cambiando radicalmente gli stili di vita.
La ricerca italiana è stata condotta su 34 pazienti affetti da pre-diabete da un’équipe coordinata da Paolo Pozzilli, direttore dell’Area di Endocrinologia e Diabetologia del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma. L’insulina spray si assorbe a livello orale e, in base a una ricerca americana, rallenterebbe il morbo di Alzheimer.
Fonte: 15 settembre 2011, Sanità News
50 grammi per gli uomini, pari a otto cucchiaini, 40 grammi per le donne e ancor meno per i bambini: questi i quantitativi massimi di zucchero che la Sid (Società Italiana di Diabetologia) raccomanda di non superare giornalmente, pena danni alla salute provocati da scompensi dei trigliceridi e dell’insulino-resistenza, complicanze del diabete e fattori di rischio cardiovascolare.
Gabriele Riccardi, presidente della Sid, spiega: «Lo zucchero si trova nei carboidrati, nel pane bianco più che in quello integrale; questi prodotti da forno hanno lo stesso impatto sulla glicemia tuttavia, dopo un anno di uso di prodotti integrali, si nota che si riduce il colesterolo, si ottimizza il valore dei trigliceridi, si può ridurre il peso e migliorare la sensibilità insulinica. I prodotti con farine raffinate non producono gli stessi effetti. Ma è piuttosto il consumo di soft drink a far sballare più facilmente i conti sul fabbisogno giornaliero, perché bere una bibita zuccherata prima dei pasti dà un senso di sazietà pari a zero e pertanto non frena l’appetito. Una lattina del consueto formato da 330 ml contiene mediamente dai 27 ai 33 grammi di zucchero; se la si beve due volte alla settimana è possibile compensarla ma con due lattine al giorno si è fuori quota massima. Per i giovani italiani si stima un consumo medio di tre bevande alla settimana, un giorno sì e uno no, mentre i loro coetanei americani, con un consumo medio di una lattina al giorno, hanno già le tipiche conseguenze dell’obesità infantile. A lungo termine, il surplus di zuccheri aggiunti ha un effetto bomba, tuttavia questo discorso non vale per le bibite light o zero; queste, secondo studi preliminari sui giovani, sembrerebbe tuttavia che possano riverberare la preferenza per il dolce, come se inducessero i ragazzi a scegliere, per esempio, in aereo sempre lo snack dolce».
Le nuove linee guida raccomandano di non eccedere con gli zuccheri aggiunti, diversi da quelli presenti naturalmente nel cibo e che sono a lenta cessione nell’organismo, come il fruttosio. Secondo Riccardi, inoltre, la glicemia postprandiale ha un maggiore valore informativo rispetto al consueto check a digiuno, per avere un quadro del proprio stato di salute, in particolare metabolico; questo è confermato da un ampio studio condotto dai ricercatori della Società Italiana di Diabetologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria San Luigi Gonzaga di Orbassano (Torino). Osservando per 14 anni oltre 500 pazienti con diabete di tipo 2, gli studiosi hanno concluso che «L’iperglicemia dopo i pasti è un fattore altamente predittivo del rischio di eventi cardiovascolari e di mortalità, più importante della iperglicemia a digiuno».
Fonte: 14 settembre 2011, corriere.it
È “made in Italy” il modello di cura personalizzato del diabete che potrebbe essere implementato a livello internazionale: la notizia viene da Lisbona, dove si sta svolgendo il 47° Congresso della European Association for the Study of Diabetes (EASD).
Il documento di consenso realizzato dall’Associazione Medici Diabetologi (AMD) prevede infatti cinque diversi profili di paziente con diabete in base all’età e alle comorbilità presenti, che consentono di stratificare il rischio e di associare a ogni individuo uno schema e un sottoschema di terapia. L’ultimo passaggio è direttamente in mano al paziente e prevede l’a utomonitoraggio dei valori glicemici in diversi momenti della giornata, prima e dopo i pasti e consente di individuare i momenti più critici.
Le opzioni terapeutiche a questo punto del percorso sono diverse, dalla metformina, sintetizzata oltre 50 anni fa, fino a linagliptin, inibitore dell’enzima DPP-4 registrato dall’A genzia europea del farmaco (EMA) a fine agosto. [continua...]
Fonte: 14 settembre 2011, MediciOggi.com
La scoperta di un nuovo tipo di diabete può aprire nuove prospettive nella ricerca medica e nella cura della malattia; la scoperta è avvenuta osservando che il 30% dei malati di diabete giovanile, quello di tipo 1, presenta gli stessi sintomi dei malati di diabete di tipo 2 e che il 4% di questi ultimi presenta le complicanze tipiche del diabete di tipo 1, quello degli adulti, insulino dipendente. Stefano Del Prato, presidente eletto della Società Italiana Diabete (Sid) e presidente in pectore dell’European Association for the Study of Diabetes (Easd), ha spiegato la novità; ai due tipi di diabete conosciuti si aggiunge infatti il nuovo tipo, il tipo Uno e mezzo, che si presenta con i sintomi di tutti e due i tipi di diabete: «Esiste una commistione sempre maggiore tra il cosiddetto diabete giovanile e quello definito adulto».
Fonte: 13 settembre 2011, ansa.it
Rappresentano già un grave problema di sanità pubblica: il diabete di tipo 2 e l’obesità sono caratterizzati da tassi di incremento che li stanno facendo diventare la più grande epidemia dei tempi moderni.
Una delle patologie con il più alto tasso di crescita è oggi il diabete di tipo 2: è previsto che dagli attuali 300 milioni che si giungerà a 450 milioni di malati nel 2030.
Questi dati sono stati divulgati nel corso del 47° congresso annuale dell’European Association for the Study of Diabetes (Easd) di Lisbona e nell'occasione sono state illustrate le nuove cure: dalla chirurgia all’uso di cellule staminali, dalle alternative alle iniezioni di insulina ai farmaci innovativi per il controllo della glicemia. Il Gruppo Donna, costituito all’interno dell’Amd (Associazione Medici Diabetologi), segnala che la situazione è grave anche in Italia la situazione, con 4 milioni di diabetici di cui le donne costituiscono quasi la metà, con il 46%.
Fonte: 13 settembre 2011, Sanità News
Nei giorni scorsi, durante il congresso della Società Europea di Cardiologia di a Parigi, si è discusso di come mantenere in buona salute il cuore e si è cercato di trovare criteri che valgano dai giovani sedentari e sovrappeso, alle donne e agli uomini che dopo una ‘certa età’ accumulano peso, ai lavoratori stressati, agli anziani affaticati dalla vita. Prevenzione, dunque, insieme alle nuove terapie. Marino Scherillo, presidente dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri, spiega: «Alcuni ‘capisaldi’ valgono sempre: non fumare, fare attività sportiva e mangiare in modo corretto sono i consigli buoni a 20 come a 50 anni. Per mantenere il cuore in buona salute bisogna iniziare l’attività sportiva fin da giovani; anche il ballo è perfetto, fa bruciare molte calorie ed è divertente, elemento che aiuta a non mollare dopo i primi entusiasmi». Dell’alimentazione si è occupata la ricerca Ikaria, condotta in Grecia su circa 1.500 soggetti, che ha rivelato che iniziando da giovani una sana e regolare alimentazione, è più probabile superare gli 80 anni in buona salute. Secondo la ricerca greca regole fondamentali di una buona alimentazione sono: frutta e verdura per un terzo della razione quotidiana di cibo, pesce tre volte alla settimana, carni bianche e poche carni rosse, pochi dolci, massimo un bicchiere di vino a pasto, poco caffè. Un altro elemento fondamentale per una dieta sana è l’olio di oliva, come sottolinea il docente di Cardiologia all’Università di Ferrara e past president dell’European Society of Cardiology (Esc), Roberto Ferrari: «L’elemento principale è l’olio di oliva, usato come condimento ogni giorno e fonte di preziosi grassi mono e polinsaturi; usato crudo ha proprietà antinfiammatorie e antiossidanti».
Il controllo del peso è sempre necessario; per esempio, per le donne in menopausa che hanno accumulato un po’ di peso, è sufficiente perdere 4 chili per regolarizzare il battito cardiaco e diminuire la frequenza. Le donne, inoltre, dovrebbero controllare il loro cuore prima di affrontare una gravidanza, come sottolinea il presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo), Nicola Surico: «Le donne partoriscono più tardi e più facilmente sono obese, ipertese e diabetiche, e il cuore, nelle ultime settimane di gravidanza e durante il parto, è esposto a un superlavoro». Vale nello stesso modo per gli uomini e per le donne, l’altra indicazione per la salute del cuore di chi ha superato i 40 anni che arriva da una ricerca finlandese: nell’85% delle placche coronariche si trovano infatti batteri responsabili di ascessi dentali. Anche il sonno può aiutare nella prevenzione: è bene dormire almeno sei ore per notte per evitare il rischio di ipertensione, ed evitare il russamento, magari perdendo peso, perché le apnee notturne possono associarsi a una maggiore incidenza di disturbi cardiovascolari. Bisogna andare a dormire non prima di un’ora dal pasto, come rivela uno studio condotto su circa 1.000 ultracinquantenni, per ridurre il rischio di ictus. Secondo un’altra ricerca, finlandese, presentata a Parigi, il rischio d’infarto si ridurrebbe se si riuscisse a evitare gli straordinari e i lavori stressanti.
La rabbia è un’emozione che può aumentare il rischio d’infarto ma si può combatterla con il sorriso, come raccomanda Ferrari: «Ridendo, i vasi sanguigni si ‘rilassano’, si riduce così la pressione e cala il rischio d’infarto. Se invece siamo stressati e preoccupati per la maggior parte del tempo, il corpo in allerta produce più adrenalina, le coronarie si stringono, sale la frequenza cardiaca e, se c’è aterosclerosi, il rischio d’infarto è concreto».
Il matrimonio benefico per il cuore: lo dimostra uno studio canadese condotto su 4.500 vittime d’infarto, secondo cui il matrimonio può allungare la vita grazie alla tempestività con cui il coniuge può chiamare soccorsi, e una ricerca dell’American Psychological Association che afferma che la probabilità di sopravvivere a un’angioplastica aumenta di tre volte con un matrimonio felice. Il divorzio, invece, ha un’influenza molto negativa, come dimostra uno studio dell’Università dell’Ohio: provocherebbe aumento di peso, soprattutto negli uomini sopra i 30 anni. Il medico di base se è anziano e se visita meno di 200 pazienti alla settimana è più sicuro per la valutazione dei rischi cardiovascolari perché può dedicare più tempo alle visite: questa la conclusione di una ricerca che è stata condotta in Europa, su oltre 5mila pazienti di 12 paesi, compresa l’Italia.
Fonte: 12 settembre 2011, corriere.it
Secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione (Inran) un consumo eccessivo di zuccheri può portare all’obesità, al diabete e alle malattie cardiovascolari. In Italia, secondo i dati dell’Associazione italiana tra gli industriali delle Bevande Analcoliche (Assobibe) le calorie prodotte dalle bibite rappresentano il 2,3% del totale, mentre in Francia sono il 3,5% e negli Stati Uniti il 7%; negli ultimi anni, però, anche in Italia il consumo di queste bevande è aumentato e con esso l’apporto calorico: 53 litri pro capite, 82 in Germania, 90 in Austria, 100 in Gran Bretagna, 102 in Spagna, 120 in Irlanda.
I più giovani sono anche i più vulnerabili alle conseguenze dell’esagerata assunzione di zuccheri attraverso le bevande; se negli Stati Uniti la percentuale dei ragazzi che devono ogni giorno una bevanda gassata e/o zuccherata supera il 55%, in Italia la percentuale, fra i bambini di 8-9 anni, è salita dal 41% del 2008 al 48% del 2010 (dati dell’indagine OKkio alla Salute 2010).
Secondo gli esperti questo fenomeno, insieme a uno stile di vita poco sano, è legato all’aumento dell’obesità infantile e al diabete giovanile.
Fra le bevande zuccherate, oltre al tè e alle bevande gassate, bisogna considerare anche i succhi di frutta, le tisane e le bevande energetiche che apportano una quantità di zuccheri elevata. È delle scorse settimane la notizia che in Francia è stata proposta, fra le polemiche, una tassa sulle bevande zuccherate per disincentivarne il consumo; fra il 2007 e il 2009 il peso medio dei Francesi è infatti aumentato di tre chili, probabilmente, però, non solo a causa delle bibite zuccherate. Nel decalogo antiobesità dell’Istituto Italiano di Pediatria, della Società Italiana di Medicina Preventiva e Sociale, con la collaborazione del Ministero della Salute, era già contenuto l’invito a limitare o evitare l’uso di bibite gassate e zuccherate, succhi di frutta, tè pronti e tisane. L’equivalente di una lattina da 330 ml di aranciata o di cola apporta oltre 120 calorie perché contiene zucchero in quantità pari a quello di sette zollette o di 15 caramelle e nessun elemento nutritivo.
Anche i succhi di frutta ‘senza zuccheri aggiunti’ contengono gli zuccheri della frutta che forniscono circa 70 kcal per bicchiere.
Molto efficace lo slogan della campagna americana contro l’uso delle bibite gassate: “Non mangereste mai 22 zollette di zucchero in un giorno. Perché volete berle?”.
Fonte: 9 settembre 2011, fondazioneveronesi.it
La rivista Annals of Internal Medicine ha pubblicato una ricerca condotta su oltre 200mila soggetti, che dimostra come l’eliminazione di almeno un fattore di rischio può ridurre la possibilità di sviluppare il diabete di tipo 2; la riduzione può arrivare al 39% nelle donne e al 31 negli uomini.
La diminuzione del rischio potrebbe arrivare all’80% modificando lo stile di vita e controllando in modo definitivo tutti e cinque i maggiori fattori di rischio per il diabete di tipo 2, che sono rappresentati dall’alimentazione sbagliata, dal peso eccessivo, l’alcol, il fumo, la sedentarietà.
È necessario quindi moderare il consumo di alcol, un bicchiere di vino ai pasti per le donne e al massimo due per gli uomini, raggiungere e mantenere un peso regolare, non fumare, seguire una dieta sana e praticare attività fisica in modo continuativo.
Fonte: settembre 2011, Annals of Internal Medicine
L’obesità è un ben noto fattore di rischio per lo sviluppo del diabete di tipo 2 ma finora non è mai stato chiarito in che misura sia influente la “dose” di obesità, ovvero non solo l’entità del peso in eccesso ma anche per quanto tempo esso permane.
Ora una nuova ricerca dell’Università del Michigan (UM) ha studiato l’importanza relativa di questi due fattori valutando circa 8000 adolescenti e giovani adulti in funzione dell’eventuale insorgenza di diabete di tipo 2 in una fase successiva della vita. [continua...]
Fonte: 7 settembre 2011, MediciOggi.com
Il Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism ha pubblicato una ricerca trasversale che dimostra che il fumo in menopausa provoca un innalzamento dei livelli di ormoni sessuali e che tanto più aumenta il numero delle sigarette fumate, tanto più aumenta il livello degli ormoni.
Questa conclusione è stata raggiunta dopo aver esaminato i risultati delle analisi specifiche condotte su oltre duemila donne, in menopausa e post menopausa, dai 55 agli 81 anni per individuare i tassi degli ormoni sessuali, estrogeni e androgeni.
Gli autori della ricerca ritengono di aver dato alle fumatrici una ragione in più per smettere, visto che questi ormoni sessuali sono associati al rischio di diabete e di tumori al seno, all’endometrio e forse anche all’ovaio.
Fonte: 6 settembre 2011, Sanità News
Uno studio condotto su topi da un gruppo di ricercatori della Georgia Health Sciences University di Augusta, coordinati da Sharad Purohit, ha messo in luce che una scarsa presenza dell’antagonista recettoriale dell’IL1 (Interleuchina 1) nei bambini, può aumentare la possibilità che in futuro possano essere colpiti dal diabete di tipo 1.
Nel corso dello studio è stato osservato che, quando la presenza della proteina era scarsa, aumentava il rischio che il sistema immunitario attaccasse le cellule produttrici di insulina; per questa ragione i ricercatori americani hanno in corso esperimenti per individuare, con l’impiego degli inibitori dell’interleuchina 1, trattamenti che possano contrastare l’insorgere del diabete.
Osserva Purohit: «L’obiettivo del nostro studio è quello di scoprire se i livelli di IL1 possano aiutarci a prevedere lo sviluppo del diabete di tipo 1 nei bambini e quindi utilizzare gli inibitori di IL1 per impedirlo».
Fonte: 29 agosto 2011, ilsole24ore.com
Una ricerca condotta dall’Università di Tel Aviv apre nuovi scenari per la cura del diabete, delle malattie neurodegenerative, di quelle autoimmuni e dei disturbi cardiaci: nella bocca ci sono cellule staminali che hanno un comportamento simile a quelle embrionali e non invecchiano, anche nelle persone anziane.
Gli studiosi israeliani, coordinati da Sandu Pitaru, hanno dimostrato nella loro ricerca che basta un frammento di pochi millimetri (1x2x3) per ottenere un trilione di cellule staminali, da cui ottenere cellule differenziate e tessuti diversi, come neuroni, osso, cartilagine, muscolo.
Spiega Pitaru: «Grazie alla presenza di queste cellule staminali nella bocca le ferite guariscono per rigenerazione, cioè il tessuto regredisce completamente al suo stato originale». Queste cellule si comportano come quelle fetali, ma senza i problemi etici legati al loro utilizzo o ai problemi di sicurezza che possono creare le staminali adulte, dovuti al loro invecchiamento naturale. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Stem Cell.
Fonte: 23 agosto 2011, ansa.it
Una ricerca della Kellogg-Northwestern University ha dimostrato che soffrire di diabete o di pressione alta, oltre ad altre patologie, può anche aumentare in percentuale variabile il rischio di sviluppare malattie come il glaucoma. Questa patologia colpisce gli occhi, progredisce lentamente e spesso in modo irreversibile, provocando danni che possono arrivare alla perdita della vista.
Nel corso dello studio sono state riesaminate le cartelle cliniche di oltre 2milioni di soggetti di età superiore a 40 anni, che fra il 2001 e il 2007 hanno ricevuto visite oculistiche o hanno subito cure agli occhi.
La conclusione dei ricercatori americani è stata che il rischio di glaucoma primario ad angolo aperto (Oag) aumentava del 35% nelle persone con diabete, aumentava del 15% fra chi soffriva di ipertensione e fino al 48% nei soggetti che presentavano entrambi i disturbi. Joshua D. Stein, coordinatore della ricerca, spiega: «Fattori come diabete e ipertensione erano già noti per essere fattori di rischio per patologie oculari come la retinopatia diabetica, una condizione che danneggia i vasi sanguigni della retina. Questo studio e altri suggeriscono che, per questi pazienti, una maggiore probabilità di glaucoma è un’ulteriore preoccupazione».
Gli studiosi, analizzando le associazioni possibili fra le componenti delle sindrome metabolica, cioè fattori di rischio come l’ipertensione, il diabete, l’obesità e l’iperlipidemia (alti livelli nel sangue di grassi, trigliceridi e colesterolo), hanno osservato come ogni singolo fattore potesse aumentare o diminuire il rischio di glaucoma: ipertensione e diabete aumentavano il rischio, l’iperlipidemia lo diminuiva invece del 5%.
Fonte: 22 agosto 2011, lastampa.it
Un nuovo farmaco, per ora sperimentato soltanto sui topi, previene il diabete e l'aumento di peso.
Lo Srt 1720, questo il suo nome, è basato sul resveratrolo, una molecola naturale con elevato effetto antiossidante, presente soprattutto dalla buccia dell’uva; rispetto ai topi cui non era stato somministrato, a parità di età e di peso, i topi obesi che hanno assunto il nuovo farmaco hanno vissuto il 44% in più.
Rafael de Cabo, il gerontologo del National Institute of Aging di Bethesda, spiega: «Per la prima volta abbiamo dimostrato la possibilità di costruire nuove molecole, sicure ed efficaci, capaci di influenzare la longevità e di prevenire le malattie legate all’invecchiamento». In piccole quantità il resveratrolo è presente nel vino rosso e può contrastare l’accumulo di grassi, anche in caso di dieta ipercalorica ma ne sono necessarie grandi quantità, per questo, alcuni ricercatori in una piccola azienda americana hanno creato una copia chimica della molecola, efficace in dosi più basse e l’hanno sperimentata con successo sui topi; la Srt 1720 induce il metabolismo a bruciare più grassi e aumenta la sensibilità all’insulina, proteggendo così dal diabete che spesso è legato all’obesità.
Prima di sperimentare il nuovo farmaco sugli uomini saranno però necessari ulteriori approfondimenti e, come hanno anticipato i ricercatori, una nuova molecola, la Srt 2104. Richard Miller, esperto di problemi dell’invecchiamento dell’University of Michigan, osserva: «Sarebbe stato più interessante se avessero dimostrato questi effetti in topi normali e non obesi». Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports, la nuova rivista edita da Nature Publishing Group.
Fonte: 19 agosto 2011, corriere.it
Su Lancet è stata da poco stata pubblicata una ricerca secondo cui per ridurre il rischio di mortalità e allungare l'aspettativa di vita basterebbero 15 minuti al giorno di moderato esercizio fisico, da praticare sei giorni su sette.
Gli studiosi di Taiwan che hanno effettuato la ricerca hanno osservato oltre 400mila volontari di entrambi i sessi, di Taiwan, di età superiore ai 20 anni e sotto controllo medico, prolungando l’osservazione nel tempo: per 13 anni, dal 1996 al 2008. I volontari sono stati divisi in cinque categorie, basate sul tipo di attività fisica svolto: da chi praticava sport intensamente a chi non ne faceva.
È emerso dallo studio dei dati che fra coloro che non svolgevano attività fisica la mortalità era maggiore del 17% e fra chi al contrario ne faceva costantemente, per un quarto d’ora al giorno, si registrava un aumento dell’aspettativa di vita di tre anni mentre il rischio di mortalità scendeva del 14%, senza differenze di sesso e anche fra i soggetti a rischio cardiovascolare; il rischio di mortalità per cancro scendeva del 10%. Così Chi Pang Wen, uno dei ricercatori: «Gli abitanti dell’Est asiatico tendono a essere meno attivi fisicamente rispetto a quelli dei paesi occidentali e tendono a fare esercizio a bassa intensità. Un americano adulto su tre fa 150 minuti alla settimana di moto, una durata ritenuta ideale; a Taiwan, in Giappone o in Cina solo uno su cinque fa altrettanto». Per questo motivo gli studiosi hanno voluto verificare gli eventuali benefici per la salute di attività fisiche poco impegnative come il giardinaggio o le passeggiate veloci, individuandone la durata minima in 15 minuti al giorno per ottenere dei risultati.
E secondo i ricercatori di Taiwan i benefici aumentano prolungando l’attività: per ogni quarto d’ora in più la mortalità diminuisce di un altro 4% e quella da cancro dell’1%. La ricerca è stata condotta in collaborazione il China Medical University Hospital di Thaichung, l’Università Nazionale dello Sport di Taiwan e con alcune università americane.
Fonte: 18 agosto 2011, repubblica.it
Un gruppo formato da ricercatori italiani e americani ha condotto una ricerca su un tipo di pasta al germe di soia che contiene isoflavoni agliconi biologicamente attivi. Carlo Clerici, dirigente medico della Struttura complessa di Gastroenterologia dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia, che ha guidato la ricerca, osserva: «Nel corso dello studio abbiamo evidenziato che i pazienti che assumevano questo tipo di pasta avevano un miglioramento di alcuni marker di rischio cardiovascolare e di stress ossidativi, oltre a una riduzione della pressione arteriosa».
Fonte: 13 agosto 2011, ansa.it
Una ricerca della Harvard School of Public Health ha dimostrato che 50 grammi di carne rossa al giorno trasformata in insaccati, hot dog, ecc, aumenta il rischio di diabete di tipo 2 del 51%; il rischio aumenta invece solo del 19% se ogni giorno si mangia un etto di carne rossa non trasformata. Sostituire la carne rossa con carni bianche, latticini a basso contenuto di grassi e noci abbassa ulteriormente il rischio, come raccomanda il primo autore della ricerca, Frank Hu: «Chiaramente i risultati di questo studio hanno enormi implicazioni per la salute pubblica, dato il crescente consumo in tutto il mondo di carni rosse e la connessa possibile crescita del diabete di tipo 2.
La buona notizia è che questi fattori di rischio possono facilmente essere compensati scambiando il consumo di carne rossa con alimenti proteici più sani».
Lo studio, che è stato pubblicato sul Journal of Clinical Nutrition, è il più ampio realizzato finora in questo campo: i ricercatori americani hanno analizzato le risposte alle domande date sull’argomento da oltre 200mila persone di età fra i 14 e i 28 anni.
Fonte: 11 agosto 2011, agi.it
Neurology ha pubblicato una ricerca della UC (University of California) Davis in base della quale fattori di rischio cardiovascolare come ipertensione, diabete, fumo, obesità, danneggiano il cervello fino a fargli perdere volume e a influire sulle funzioni esecutive.
La ricerca è stata condotta su un campione di oltre 1.300 volontari senza sintomi di demenza di cui, attraverso la risonanza magnetica, sono stati verificati i fattori di rischio cardiovascolare e attraverso la risonanza magnetica sono stati confrontati con gli indici d’invecchiamento cerebrale (volume cerebrale totale e corno temporale, iperintensività del bianco del cervello); i volontari sono anche stati sottoposti a test sulla memoria e sulla capacità di concentrazione e di decisione. Fra i risultati dello studio è emerso che la pressione alta è associata a un segno evidente di deterioramento cerebrale, come la maggiore progressione del volume di iperintensività del bianco, e che i volontari ipertesi e quelli obesi hanno ottenuto i punteggi più bassi nei test sulla capacità di decisione.
Come hanno osservato i ricercatori americani: ”…L’ipertensione, il diabete, il fumo e l’obesità sono associati a un aumento significativo del tasso di progressione del danno cerebrale vascolare, dell’atrofia ippocampale e globale e del declino della funzione esecutiva…„.
A proposito dei fattori di rischio cardiovascolare, Carlo Decarli, ricercatore presso il Dipartimento di Neurologia del Neuroscience Center della UC Davis e coordinatore della ricerca, spiega: «Questi fattori sembrano indurre il cervello a perdere volume, a sviluppare lesioni secondarie rispetto a presunte lesioni vascolari e appaiono influire sulla capacità del cervello di pianificare e prendere decisioni con la stessa rapidità di dieci anni prima».
Fonte: 11 agosto 2011, italiasalute.it
Per i disturbi d'ansia generalizzati (Gad, Generalized Anxiety Disorder) una ricerca italiana avrebbe trovato una spiegazione: tali disturbi colpiscono circa il 2-3% della popolazione, provocando problemi di relazioni interpersonali che possono arrivare a compromettere rapporti personali e lavorativi. La ricerca, condotta dall’Irccs Medea di San Vito al Tagliamento con l’Università di Udine e quella di Verona, è stata coordinata da Paolo Brambilla che spiega: «Le aree parietali e callosali posteriori dell’emisfero destro si sa che partecipano alla percezione sociale e al riconoscimento del proprio corpo nello spazio. In collaborazione con l’Istituto di Radiologia dell’Università di Udine, abbiamo applicato una metodica relativamente nuova, che permette di compiere degli studi di connettività tra le varie aree del cervello». L’emisfero destro del cervello controlla la risposta allo stress e le emozioni negative: quando ci sono difetti di comunicazione con le altre parti del cervello, si scatena l’ansia. La ricerca ha studiato l’interconnessione fra il corpo calloso destro e la corteccia parietale di 12 malati e di 15 controlli sani, sottoponendoli a una sessione di imaging con risonanza magnetica; misurando il coefficiente di diffusione dell’acqua (Adcs, Apparent Diffusion Coefficients), che offre informazioni sulle caratteristiche biologiche e strutturali di un tessuto, sono state ottenute anche informazioni sull’organizzazione microstrutturale dei tessuti nella sostanza bianca, che è la porzione del sistema nervoso responsabile del collegamento e della diffusione dei segnali nervosi. L’alterazione nella connettività dei tessuti è stata riscontrata solo nei pazienti con disturbi d’ansia e non nei controlli. È intenzione degli autori approfondire lo studio con ulteriori indagini di imaging, come spiega Brambilla: «Per questo studio abbiamo utilizzato sequenze ‘tradizionali’, non destinate specificamente alla ricerca. Con sequenze più sofisticate potremo sicuramente svolgere indagini ancora più approfondite, raccogliendo dati più precisi sull’origine di questo disturbo». La ricerca è stata pubblicata su Psychological Medicine della Cambridge University Press.
Fonte: 2 agosto 2011, repubblica.it
Una ricerca australiana ha scoperto una relazione fra diabete e vitamina D e raccomanda alle persone a rischio di diabete di esporsi al sole, oltre che a condurre uno stile di vita sano, con attività fisica e dieta equilibrata. Lo studio ha coinvolto oltre 5.000 persone nel cui sangue i ricercatori del Melbourne Pathology hanno misurato i nanomoli di vitamina D. La presenza di meno di 50 nanomoli per litro di sangue annuncia una carenza di vitamina D: gli studiosi australiani hanno osservato che il rischio di sviluppare il diabete diminuiva del 24% ogni 25 nanomoli di vitamina D in più presenti nel sangue delle persone esaminate. I soggetti a rischio, per colmare le carenze di vitamina D e non potendo esporsi al sole, dovrebbero assumere integratori alimentari. Lo studio è stato riportato dal Daily Mail.
Fonte: 30 luglio 2011, agi.it
Il Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism ha in corso di pubblicazione una ricerca dell’Ucla (University of California, Los Angeles) che dimostra che, insieme al controllo del peso, aumentare i muscoli aiuta a prevenire il rischio di diabete. La coordinatrice dello studio, Preethi Srikanthan, ha commentato: «I risultati della nostra ricerca sottolineano, nella prevenzione dei disturbi del metabolismo del glucosio, l’importanza di perdere peso e aumentare la massa muscolare». La ricerca americana dimostra che l’aumento dell’indice muscolo scheletrico (il rapporto fra il paso corporeo e la massa muscolare) corrisponde a una riduzione della resistenza all’insulina, fondamentale nella prevenzione del diabete di tipo 2, e del pre-diabete.
Fonte: 29 luglio 2011, asca.it
La rivista Diabetes Care ha pubblicato una ricerca dell’Università di Toronto in base alla quale sostituire i carboidrati con la frutta secca come noci, nocciole, arachidi, anacardi e pistacchi, aiuta nella prevenzione del diabete di tipo 2 e nelle sue possibili complicanze.
Nel corso della ricerca, oltre cento volontari con diabete di tipo 2 sono stati sottoposti a dieta identica ma che per un gruppo prevedeva anche un muffin, per un altro gruppo una mezza tazza di semi oleosi (frutta secca) e per il terzo gruppo prevedeva sia il muffin che i semi. Al termine della dieta il gruppo che aveva assunto solo la frutta secca aveva migliorato la glicemia e ridotto il colesterolo ‘cattivo’ Ldl; il miglioramento non è stato registrato negli altri due gruppi.
Secondo i ricercatori canadesi i vantaggi sono conseguenza dei grassi monoinsaturi (MUFA) contenuti nei semi oleosi, che preservano il colesterolo ‘buono’ Hdl e migliorano il controllo glicemico nei pazienti diabetici.
David Jenkins, che ha coordinato la ricerca spiega: «I semi oleosi sembrano essere adatti come parte delle diete dimagranti, infatti il misto senza sale, crudo o tostato, può avere effetti benefici per il controllo della glicemia e dei lipidi nel sangue e può essere utilizzato come parte di una strategia per migliorare il controllo del diabete, senza aumenti di peso».
Fonte: 19 luglio 2011, newsfood.com
Secondo una ricerca condotta dal Tufts Medical Center di Boston, la supplementazione di vitamina D potrebbe migliorare la funzionalità delle cellule pancreatiche del 15-30% nelle persone a rischio di diabete di tipo 2.
Nello studio l’efficacia del trattamento è stata valutata sulla base dei valori di glicemia e di emoglobina glicata ma i risultati devono essere confermati da ulteriori studi, come spiega Anastassios Pittas, uno dei coautori dello studio: «Questi risultati suggeriscono che la supplementazione di vitamina D può aiutare a correggere il problema principale delle persone con diabete di tipo 2 e ritardare la progressione del diabete in adulti ad alto rischio ma non ne raccomanderei la prescrizione sulla base del nostro studio. Per comprendere il nesso fra diabete e vitamina D è infatti opportuno attendere i risultati di ricerche più ampie e di maggiore durata».
Le persone con un basso livello di vitamina D sono state finora considerate a maggior rischio di diabete ma il nesso è da tempo oggetto di studi e interpretazioni contrastanti. La ricerca americana, pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition, è stata condotta su 92 volontari cui sono state fatte assumere supplementazioni di vitamina D, di calcio, di entrambi o di placebo per quattro mesi.
Fonte: 11 luglio 2011, quotidinanosanita.it
La rivista The Lancet ha pubblicato la posizione dell’Idf (International Diabetes Federation) su un argomento spesso controverso: la chirurgia bariatrica.
Così l’articolo: “…La chirurgia bariatrica dovrebbe essere considerata in prima istanza nel trattamento dei pazienti diabetici e obesi, al fine di aiutare a limitare le gravi complicanze che possono derivare dal diabete…”. L’Idf ha riunito un gruppo di 20 esperti di tutto il mondo con l’obiettivo di: “…Sviluppare raccomandazioni pratiche per i medici sulla selezione e la gestione dei pazienti, identificare le barriere all’accesso chirurgico, suggerire politiche per la salute che garantiscano un accesso egualitario alla chirurgia, identificare le priorità per la ricerca…”.
Il gruppo è stato coordinato da quattro scienziati che hanno anche scritto l’articolo su Lancet: Paul Zimmet e John Dixon di Melbourne, George Alberti di Londra e Francesco Rubino di New York e Roma. Spiega Francesco Rubino, direttore del Programma di Chirurgia Gastrointestinale Metabolica del New York Presbyterian Hospital e ricercatore presso l’Università Cattolica di Roma: «Il riconoscimento del ruolo della chirurgia da parte dell’International Diabetes Federation è motivato dalla richiesta urgente di un orientamento specialistico a livello mondiale di fronte al crescente uso della chirurgia bariatrica.
L’introduzione della chirurgia come legittima opzione nei protocolli terapeutici del diabete di tipo 2 cambia il modo di concepire la cura di questa malattia. Quando esercizio fisico, dieta e farmaci non sono sufficienti, bisogna valutare accuratamente le caratteristiche del paziente e il suo grado di obesità per verificare se esista indicazione all’intervento; in quel caso è dovere del medico informare il paziente. Finora questo è avvenuto troppo raramente se si considera che meno dell’1% dei pazienti con indicazione chirurgica ha accesso a questo tipo di terapia».
Fonte: 9 luglio 2011, agi.it
Change4Life è il nome della nuova campagna lanciata nel Regno Unito contro l’obesità; uno degli allarmi di questa nuova campagna riguarda l’accumulo di grasso nel fegato dei bambini provocato dall’obesità perché mette a rischio la loro salute: in futuro, avranno infatti maggiori possibilità di ammalarsi di malattie al fegato. Martin Lombard, responsabile per il governo britannico di Change4Life, spiega: «È una vera bomba a orologeria: molte persone non sanno che l’accumulo di grassi nel fegato provoca infiammazioni che a lungo andare possono sfociare in cirrosi simili a quelle provocate dall’alcol». In Gran Bretagna i bambini a rischio fra i quattro e i 14 anni sono circa 500mila e aumenteranno, perché l’obesità infantile nel 2050 arriverà a un’incidenza del 63%, dal 25% attuale; in tutti i paesi occidentali il tasso di crescita è analogo.
Fonte: 4 luglio 2011, Sanità News ISS
Orione-T è un progetto frutto della sinergia fra privato (Molteni Therapeutics) e pubblico (Regione Toscana), con la supervisione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze; è stato elaborato per prevenire e curare una delle complicanze principali e più dannose del diabete: le infezioni al piede che spesso portano all’amputazione (nel mondo se ne registra una ogni 30 secondi). Nell’aula magna dell’AOU Careggi è stata presentata l’innovativa molecola che è in grado di ridurre le infezioni localizzate ed è basata sulla Terapia Fotodinamica che sfrutta le sostanze fotosensibili per la loro attività antimicrobica. Entro l’anno prossimo sarà conclusa la fase sperimentale della ricerca, condotta dalla Molteni Therapeutics, ed entro l’anno successivo potrebbe essere messo in commercio il farmaco destinato alla cura delle ulcere.
Fonte: 4 luglio 2011, unita.it

Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2011