I nostri esperti per te Inostri sondaggi Newsletter Newsletter FAQ speciali I nostri speciali
 

Archivio notizie 2011 - gennaio / marzo

Notizie »

Archivio Notizie »

 

 

 

Marzo 2011

 

Emicrania, notevoli benefici dal calo di peso

Da uno studio su pazienti obesi trattati con chirurgia bariatrica
La chirurgia bariatrica per il trattamento dell’obesità può produrre notevoli benefici anche in quei pazienti che soffrono di emicrania. Ad annunciarlo sulla rivista Neurology è un gruppo di ricercatori del Miriam Hospital di Providence, nel Rhode Island. 
“Si ritiene che l’obesità possa contribuire al peggioramento dell’emicrania, in particolare nei soggetti con obesità di grado severo”; ha spiegato Dale Bond, ricercatore del Weight Control and Diabetes Research Center del Miriam Hospital. “Il nostro studio documenta che la perdita di peso è un elemento importante per il trattamento del disturbo”. [continua...]

 


Fonte 29 marzo 2011, medicioggi.springer.com


frTop

 

La nicotina può provocare complicanze ai diabetici

Un team di studiosi della California State Polytechnic University di Pomona ha scoperto che nei diabetici la nicotina è responsabile dell’aumento dei livelli di emoglobina glicata (sigla HbA1c, indica l’andamento dei livelli di zucchero nelle ultime settimane) e può provocare complicanze come ictus, attacchi di cuore, danni al sistema nervoso e insufficienza renale. Liu Xiao-Chuan, presentando i risultati della ricerca nel corso del 241° National Meeting & Exposition dell’American Chemical Society, ha spiegato: «La nostra ricerca è la prima a stabilire un forte legame tra la nicotina e le complicanze del diabete: finora nessuno sapeva che più alto è il livello di nicotina, più alto è l’HbA1c. Per questo i diabetici fumatori dovrebbero essere particolarmente interessati a smettere di fumare».

 


Fonte 27 marzo 2011, portal.acs.org


frTop

 

Nella lotta contro il diabete un osservatorio nazionale

Italian Barometer Diabetes Observatory, il progetto nazionale volto alla lotta al diabete che è stato presentato nei giorni scorsi al Senato, è stato siglato dall’Università degli Studi Tor Vergata di Roma, dall’Associazione parlamentare per la tutela e la promozione del diritto alla prevenzione e dall’Associazione Diabete Italia. Il rettore dell’università romana, Renato Lauro, spiega: «L’accordo, quinquennale, promuove l’attuazione di un progetto nazionale per la lotta al diabete in Italia. Ospitato a Villa Mondragone, l’Italian Barometer Diabetes Observatory sarà il tavolo di lavoro operativo per definire le azioni, gli indicatori e gli strumenti utili alla realizzazione del progetto». Fra gli obiettivi dell’osservatorio c’è la pubblicazione di un Rapporto annuale sull’attuazione delle politiche sanitarie e sociali di prevenzione del diabete, la realizzazione di una mappa nazionale volta a identificare le priorità d’intervento nel paese, la creazione di campagne di sensibilizzazione e di prevenzione e l’organizzazione annuale di workshop nazionali e regionali per monitorare l’evolversi della situazione. Il Ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha sottolineato che «Il diabete colpisce il 4,9% della popolazione, circa tre milioni di persone, oltre a un altro milione che ha il diabete ma non lo sa; il costo della malattia è raddoppiato in 12 anni, raggiungendo i circa 11 miliardi di oggi, il 10% della spesa per la sanità, dai 5 miliardi del 1998 (il 6,7%)».

 


Fonte 23 marzo 2011, informasalus.it


frTop

 

Un nuovo test del sangue può segnalare il rischio di diabete di tipo 2

La rivista Nature Medicine ha pubblicato una ricerca condotta dal Cardiovascular Research Center del Massachusetts General Hospital nella quale è stato messo a punto un test ematico in grado di predire di qualche anno lo sviluppo del diabete di tipo 2.
Le nuove tecnologie impiegate nel test consentono ai ricercatori di comprendere meglio le primissime alterazioni delle attività metaboliche, segno di diabete in arrivo, ed è applicabile anche ai soggetti sani, individuando così le persone maggiormente a rischio e consentendo loro di contrastare la malattia prima ancora che si manifesti.
Circa 2.400 adulti con livelli normali di glucosio sono stati tenuti sotto controllo per 12 anni al termine dei quali circa 200 avevano sviluppato il diabete di tipo 2; i campioni ematici di questi soggetti, confrontati con quelli che non avevano contratto la malattia, presentavano già all’inizio della ricerca maggiori quantitativo di cinque amminoacidi (isoleucina, leucina, valina, tiroxina, fenilalanina) che sono veicolati nel sangue da diversi processi metabolici.
Per poter trarre conclusioni applicabili su larga scala saranno necessari ulteriori approfondimenti.


Fonte 22 marzo 2011, sanihelp.it


frTop

 

Italia divisa anche dall'obesità

Stabili i dati epidemiologici relativi al nostro Paese.
L’epidemia globale dell’obesità, come la definisce l’Organizzazione mondiale della sanità, ha declinazioni preoccupanti anche se si guarda solo al nostro Paese, almeno per quanto emerge dall’u ltimo "Rapporto sull’obesità in Italia. Obesità e genetica: oltre lo stile di vita" dell’Istituto Auxologico Italiano, presentato nei giorni scorsi. [continua...]

 


Fonte 22 marzo 2011, medicioggi.springer.com


frTop

 

Avere un cane fa bene alla salute

Secondo i dati pubblicati dal Ministero del Welfare, in Italia ci sono circa sette milioni di cani che vengono portati fuori ogni giorno, almeno tre volte, per 15/20 minuti. Sono molti i vantaggi per la salute che si ottengono portando a passeggio il proprio cane: aiuta infatti nella prevenzione dell’infarto, della depressione, dell’obesità, dell’ipertensione. Meglio dell’attività in palestra. Questo il risultato di uno studio realizzato dalla Michigan State University e pubblicata sull’International Journal of Behavioral Nutrition and Phisical Activity. I ricercatori americani hanno studiato le abitudini di quasi 6.000 persone delle quali oltre 2.100 possedevano un cane con il quale regolarmente passavano mezz’ora al giorno passeggiando; è stato rilevato che solo un terzo delle persone senza cane pratica altrettanto moto. Mathew Reeves, l’epidemiologo che ha coordinato la ricerca, spiega: «Abbiamo osservato che chi ha un cane fa più movimento e si dedica più volentieri ad attività sportive o al giardinaggio; avere un animale aiuta a vincere la pigrizia». Spartia Piccinno, presidente dell’Associazione italiana Pet-Therapy e autore di ‘Pet Therapy Psicomotoria’ (ed. Olimpia, 2010), ha dichiarato: «L’Italia è l’unico paese in Europa ad aver studiato i benefici dell’interazione uomo-animale a livello motorio e non solo socio-psicologico: la sola presenza di un cane è sufficiente ad abbassare il battito cardiaco e a rallentare la respirazione». Anche possedere un gatto fa bene, come sottolinea l’etologo Giorgio Celli «Accarezzarlo allevia lo stress e l’ipertensione. Il cane costringe a un esercizio fisico quotidiano, per questo è consigliato ai post-infartuati, agli anziani, agli ipertesi e anche a chi soffre di solitudine o è depresso perché portandolo a spasso si fanno nuove conoscenze»; conferma Enrico Alleva, presidente della Società italiana di Etologia: «Gli animali da compagnia sono un’ottima ginnastica mentale, soprattutto per le persone che vivono in città, e, curandone attentamente l’approccio, possono curare molti disturbi come l’autismo o le patologie dell’anziano». Questo non vuol dire che in caso di obesità o di patologie dell’apparato cardiocircolatorio un cane possa sostituire le terapie specifiche, come spiega il professor Mario Rolfo, specialista in Rieducazione funzionale dell’Istituto di Medicina dello Sport di Torino: «In questi casi l’attività di recupero deve rispettare un range di pulsazioni preciso: per esempio chi ha superato i sessant’anni e soffre di ipertensione, deve camminare in modo continuativo dai 20 ai 40 minuti ogni giorno, mantenendo le pulsazioni fra 90 e 110 al minuto. Accompagnando un cane, che si ferma in continuazione, si fa movimento aerobico ma non si rispetta il protocollo di recupero cardiaco».

 


Fonte 19 marzo 2011, repubblica.it


frTop

 

Il diabete è favorito dal fumo, anche da quello passivo

Secondo una ricerca del Brigham and Women’s Hospital di Boston l’insorgenza del diabete di tipo 2 è favorita non sono dal fumo attivo ma anche da quello passivo. Nel 1982 erano stati distribuiti a 100mila infermiere altrettanti questionari sul loro rapporto con il fumo attivo o sulla loro eventuale esposizione al fumo passivo; gli studiosi americani, guidati da John P. Forman, hanno analizzato le risposte ai questionari e hanno verificato che dopo 24 anni, nel 2006, fra le infermiere che avevano partecipato alla ricerca ne risultava malata di diabete una su 18. Fra le fumatrici ‘attive’, che superavano le 40 sigarette al giorno, annualmente si registravano 30 nuovi casi di diabete di tipo 2 ogni 10mila partecipanti, invece fra quelle che non avevano rapporti con il fumo di nessun tipo i nuovi casi erano 25 ogni 10mila. Maggiori i rischi per le donne esposte al fumo passivo o per le ex fumatrici: 39 nuovi casi ogni 10mila ma dopo che gli studiosi hanno eliminato gli altri eventuali fattori di rischio, rispetto alle donne esposte al fumo passivo le ex fumatrici registravano un rischio più alto del 12%. La ricerca è stata pubblicata su Diabetes Care.

 


Fonte 11 marzo 2011, asca.it


frTop

 

Una ‘cintura del diabete’: mapparlo per prevenirlo

L’American Journal of Preventive Medicine ha pubblicato una ricerca del Centers for Desease Control and Prevention (Cdc) di Atlanta che avrebbe identificato una ‘cintura del diabete’ (diabetes belt) come quelle già note in agricoltura per le coltivazioni di mais o cotone. Secondo lo studio americano conoscere la distribuzione sul territorio dell’incidenza dei casi di diabete può consentire di ottimizzare gli sforzi contro questa patologia metabolica in continua crescita. Negli anni ’60 era stata fatta un’analoga localizzazione dei casi di ictus, per orientarne la prevenzione.
Dai dati emerge che i malati di diabete avrebbero un’incidenza maggiore (11%) nelle regioni ‘calde’.
Lawrence E. Barker, autore della ricerca, ha dichiarato: «Il diabete non può essere eliminato a causa di molte sue caratteristiche ma per altre come la sedentarietà, l’alimentazione e l’attività fisica il fatto di sapere quali sono le zone più a rischio può incoraggiare la popolazione a cambiare il proprio stile di vita».

 


Fonte 10 marzo 2011, asca.it


frTop

 

Poche proteine in gravidanza aumentano il rischio di diabete nei figli

Secondo una ricerca dell’Università di Cambridge ci sarebbe una relazione fra l’alimentazione delle donne in gravidanza e il rischio futuro di diabete per i figli. La causa della comparsa del diabete sarebbe nella sensibilità del gene HNF4A alla dieta della madre e potrebbe essere ereditaria. La ricerca è stata condotta su animali ma gli scienziati inglesi ritengono che i risultati siano applicabili anche all’uomo; le femmine di topi sono state nutrite durante la gravidanza con una dieta povera di proteine, solo l’8% contro il consueto 20%: fra i loro figli il tasso di incidenza del diabete è in seguito risultato più alto. Susan Ozanne del Cambridge Institute of Metabolic Sciente, che ha coordinato la ricerca, spiega: «Finalmente stiamo cominciando a capire come la nutrizione nel grembo materno influenzi le cellule del nostro organismo e dia l’impostazione alla nostra salute futura. È importante che la dieta durante la gravidanza sia sana ed equilibrata perché il suo impatto sarà determinante per il nascituro e potenzialmente lo sarà anche per i suoi nipoti».

 


Fonte 9 marzo 2011, lastampa.it


frTop

 

Scoperta dall’Università di Catanzaro la ‘firma genetica’ del diabete

Il Journal of American Association (Jama) ha pubblicato uno studio dell’Università Magna Graecia di Catanzaro secondo il quale su dieci persone con diabete, in una è presente una specie di ‘firma genetica’ che segnala una possibilità di ammalarsi di diabete di tipo 2 superiore fino a 16 volte rispetto a chi non l’ha. Brunetti, studiando un fenomeno tipico di chi soffre di diabete di tipo 2, la resistenza all’insulina, ha verificato che si riscontra maggiormente nei soggetti affetti da malattie genetiche rare come la sindrome di insulino resistenza e acanthosis nigricans di tipo A, il leprecaunismo e la sindrome di Rabson-Mendenhall. La ricerca, che ha coivolto circa 9.000 diabetici, di cui 4.000 italiani, è stata finanziata anche grazie a Telethon ed è stata coordinata da Antonio Brunetti che spiega: «Le malattie genetiche rare costituiscono un ottimo modello sperimentale per lo studio del diabete, infatti nel 1995 abbiamo dimostrato coma la resistenza all’insulina può dipendere da alterazioni nel gene HMGA1, che contiene le informazioni per una proteina che ‘accende’ il gene per il recettore dell’insulina, la molecola che si affaccia fuori dalla cellula, cattura l’ormone, traduce il suo messaggio e lo trasmette all’interno della cellula». Questa alterazione è stata scoperta in quattro pazienti con forme rare di insulino resistenza dal gruppo di ricercatori calabresi che si sono posti la domanda se questo difetto nel gene HMGA1 fosse presente anche nei soggetti con la forma più diffusa della malattia; per questo hanno allargato il campione studiando il patrimonio genetico di 3.278 pazienti diabetici italiani, 970 americani, 354 francesi e di oltre 4.000 soggetti sani di controllo. Hanno così scoperto che varianti funzionali del gene HMGA1 sono presenti nel 10% circa di persone con diabete di tipo 2. Prosegue Brunetti: «Questo risultato ha grandi ricadute nella pratica clinica; finora, infatti, non era mai stato individuato un fattore genetico che presentasse un’associazione così forte con il diabete. Prima di tutto la presenza di queste varianti, in particolare negli individui con familiarità diabetica, potrà servire come indicatore precoce del diabete di tipo 2; inoltre, la presenza di questi determinanti genetici può influenzare la risposta alle terapie farmacologiche e la progressione della malattia negli anni. Questo lavoro è un esempio di come lo studio delle malattie rare possa avere ricadute più ampie facendo luce su patologie che colpiscono milioni di persone nel mondo. La ricerca proseguirà con l’approfondimento dello studio dei meccanismi per cui i difetti nel gene HMGA1 rendono l’organismo resistente all’azione dell’insulina, in modo da poter così in futuro disegnare terapie specifiche per questi tipo di pazienti diabetici».

 


Fonte 4 marzo 2011, agi.it


frTop

 

Influenza negativa dell’obesità sul cervello

Un gruppo di ricercatori della New York University School of Medicine ha scoperto che le dimensioni del cervello sono influenzate negativamente dai chili in eccesso e che questo provoca un’alterazione delle aree preposte all’alimentazione che induce a mangiare sempre di più. Il cervello di 44 soggetti obesi è stato confrontato con quello di 19 soggetti normopeso sottoponendoli alla risonanza magnetica con il risultato che l’amigdala degli obesi contiene più acqua e la loro corteccia orbito-frontale - che controlla il comportamento alimentare - è più piccola. Come spiega Antonio Convit, autore della ricerca: «Con questa ricerca abbiamo dimostrato per la prima volta che l’infiammazione provocata nell’organismo dall’obesità compromette l’integrità di alcune delle strutture cerebrali che sono coinvolte nel meccanismi della sazietà: potrebbero esserci meno neuroni o potrebbero essere meno attivi. La probabile causa del danno potrebbe essere nei livelli elevati di fibrinogeno che l’organismo produce per reazione all’infiammazione». La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Brain Research.

 


Fonte Mente e Cervello marzo 2011


frTop

 

 

 

Febbraio 2011

 

Minori i rischi di ictus da colesterolo per le donne rispetto agli uomini

L’aumento del livello dei trigliceridi a digiuno si può associare nelle donne direttamente al rischio di ictus ischemico mentre la crescita del livello di colesterolo aumenta il rischio di ictus per gli uomini e in misura minore per le donne: questa la conclusione della ricerca Copenhagen City Heart Study condotta su oltre 13mila soggetti e pubblicata su Annals of Neurology.
La ricerca danese dimostra che livelli di colesterolo superiori a 348 mg per decilitro possono rappresentare per gli uomini un rischio di ictus maggiore fino a quattro volte mentre questo non accade per le donne; ai trigliceridi, invece, si deve l’aumento dopo i pasti delle lipoproteine (Ldl, il colesterolo ‘cattivo’) che costituiscono le placche che si formano sulle arterie, indurendole.
Per questa ragione gli studiosi danesi ritengono importante misurare dopo i pasti il livello dei trigliceridi. Marianne Benn, del Copenhagen University Hospital, puntualizza: «Le attuali linee guida sulla prevenzione dell’ictus raccomandano attenzione sui livelli ottimali di colesterolo ma non su quelli dei trigliceridi non a digiuno!».

 


Fonte 21 febbraio 2011, Sanità News ISS


frTop

 

Attività fisica: le raccomandazioni ai pazienti non bastano

Dal sovrappeso all’ipertensione, dal diabete alla stitichezza: l’attività fisica viene raccomandata ai pazienti per una grande varietà di disturbi e patologie. Purtroppo le indicazioni generiche a muoversi di più o a fare più sport vengono spesso disattese. Ora uno studio dell’Università del Missouri indica la strada per superare queste difficoltà: si tratta in sostanza di focalizzare l’a ttenzione sul come più che sul perché occorre incrementare l’attività fisica....
Lo studio, ora pubblicato sulla rivista American Journal of Public Health, è una metanalisi di 358 report per complessivi 99.011 partecipanti ideata per analizzare le strategie comportamentali più efficaci. [cont...]

 


Fonte 18 febbraio 2011, medicioggi.springer.com


frTop

 

Meno colesterolo nelle uova?

Le uova prodotte oggi in America, rispetto a quelle prodotte nel 2002 sono migliorate in quanto contengono il 14% in meno di colesterolo e il 64% in più di vitamina D, questo secondo i risultati di uno studio dell’Agricultural Research Service del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense. Il miglioramento è dovuto probabilmente a una più attenta alimentazione delle galline. Il limite di colesterolo giornaliero consigliato dalle linee guida dei dietologi è di 300 milligrammi ma non dovrebbe superare i 200 milligrammi per le persone che abbiano propensione per le malattie cardiovascolari: l’uovo americano di oggi ne contiene 185 milligrammi.
Mitch Kanter, direttore esecutivo dell’Egg Nutrition Center consiglia quindi di consumare un uovo al giorno ma in questo modo si consumano anche i due terzi della disponibilità giornaliera di colesterolo; a questo proposito Andrea Ghiselli, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (Inran), spiega: «Un uovo può sostituire la carne ma nell’equilibrio della dieta non può ogni giorno sostituire il pesce o i legumi; come per tutti gli alimenti bisogna considerare quello che apportano e quello che spostano e le uova apportano un colesterolo tollerabile ma non possono sostituire altri alimenti essenziali».
Per quanto riguarda l’alto contenuto di vitamina D (che nell’organismo regola il calcio e il fosforo) delle uova americane Ghiselli è scettico: «La vitamina D non è molto importante, soprattutto nei Paesi in cui la latitudine consente alle persone di provvedere al proprio fabbisogno esponendosi moderatamente al sole». Di questa sostanza, però, si stanno evidenziando proprietà extravitaminiche che potrebbero avere rilevanza nella prevenzione di patologie come l’arteriosclerosi e i tumori.

 


Fonte 11 febbraio 2011, corriere.it


frTop

 

Non basta l’alcol per pulire le mani prima del test glicemia

Il tester per la glicemia può essere influenzato da residui di cibo sulle mani e finora si pensava che pulirle con l’alcol potesse essere sufficiente ma recenti verifiche consigliano di lavarsele bene, le mani. Infatti, nel corso di una ricerca pubblicata sulla rivista Diabetes Care, è emerso che dopo aver sbucciato la frutta l’alcol non è in grado di eliminare i piccoli frammenti che rimangono sulle dita e che possono alterare i risultati del tester.
Come ha dichiarato Takahisa Hirose, dell’Università di Tokyo, autore dello studio insieme ad altri colleghi: «Si rischia di misurare lo zucchero che rimane sulle dita anziché quello nel sangue».
Per poter decidere la giusta quantità di insulina da far assumere, i ricercatori ad alcuni volontari con glicemia intorno ai 90 mg per decilitro hanno misurato la glicemia dopo aver sbucciato un’arancia: indicava 170 mg, dopo un kiwi 180 mg e dopo un solo acino d’uva 360mg; dopo essersi puliti le mani con l’alcol il valore era ancora più alto.
Dopo il lavaggio con acqua, invece, i valori tornavano attendibili.

 


Fonte 10 febbraio 2011, asca.it


frTop

 

“DIABETE: DONNE E DOMANI. QUALE PREVENZIONE?”

Roma, 9 febbraio – ore 12.30 SALA NASSIRIYA SENATO DELLA REPUBBLICA Palazzo Madama
Conferenza Stampa
L’iniziativa nasce dalla volontà di promuovere una maggiore cultura della prevenzione del diabete, declinata al femminile e rivolta, quindi, in prima istanza, alle donne, secondo la cosiddetta “medicina di genere”. La diffusione di questa patologia, cronica e invalidante, registra un costante aumento, sia nel nostro paese che nel mondo intero, destando l’attenzione di istituzioni, società scientifiche e associazioni di volontariato. L’impegno congiunto è rivolto, perciò, all’individuazione di strategie appropriate per controllare adeguatamente la malattia e migliorare la qualità di vita delle persone affette da diabete. In quest’ottica, la prevenzione risulta decisiva, soprattutto nei confronti delle donne che, al giorno d’oggi, sono chiamate a svolgere molteplici ruoli nello stesso tempo - in famiglia, sul lavoro, nella società – e spesso non trovano il tempo e il modo per occuparsi di se stesse e della propria salute. Inoltre, l’approccio di genere evidenzia come appartenere a un sesso piuttosto che a un altro, ovvero essere donna anziché uomo, influisca sulla salute e sulla percezione che ne abbiamo.
Continua a leggere il comunicato stampa »

 


Segreteria Organizzativa e Ufficio Stampa Segest spa Viale Cavour 147 - 44 100 Ferrara Tel 0532 205455
Via Flaminia 330 - 00196 Roma
ufficiostampa@segest.com
Contact: Federica Ruggeri – 347. 2573446


frTop

 

Il fitness è come una medicina per le ossa e il diabete

Secondo l’Acsm (American College of Sport Medicine) la ginnastica per anziani è al secondo posto della classifica dei trend del fitness per il 2011, probabilmente anche grazie alla disponibilità di tempo e di denaro della generazione dei baby boomers che arrivano ora alla terza età.
Una conferma dei benefici effetti per la salute della ginnastica arriva da una ricerca che la Fmsi (Federazione Medico Sportiva Italiana) e la Fondazione Don Gnocchi di Milano hanno condotto su quaranta persone fra gli 80 e gli 87 anni.
Arsenio Veicsteinas, professore di Fisiologia Umana dell’Università degli Studi di Milano e presidente della Commissione scientifica della Fmsi spiega: «Con la nostra ricerca volevamo dimostrare se fossero scientificamente dimostrabili i vantaggi che può portare agli anziani un periodo di attività fisica per la capacità di autogestirsi nella vita quotidiana, per migliorare l’umore, per incrementare la resistenza alla fatica e il contenuto di calcio nelle ossa.
L’esercizio fisico deve però essere considerato come un farmaco e come tale deve essere prescritto e somministrato adeguatamente». L’attività fisica fa bene anche all’umore a alla percezione che si ha del proprio invecchiamento, come dimostrano due ricerche presentate all’ultimo congresso dell’Acsm tenutosi a Baltimora e condotte in Portogallo e Giappone su soggetti fra i 65 e i 95 anni: la mancanza di movimento è in diretta relazione con la depressione e con la percezione di sentirsi vecchi e malati.
Giampiero Marongiu, docente di Fitness per Senior della Federazione italiana Fitness, osserva: «Gli anziani vengono in palestra per stare meglio anche psicologicamente e, se hanno problemi di solitudine, trovano persone che hanno le loro stesse esigenze. Stando meglio l’umore migliora e si riacquista fiducia in se stessi migliorando la sicurezza dei propri movimenti anche nelle attività quotidiane». Inoltre, come stabiliscono le linee guida dell’Ascm e dell’American Diabetes Association, la ginnastica aiuta anche le persone con diabete di tipo 2 che con 150 minuti tre volte alla settimana di attività aerobica e di esercizi di resistenza possono tenere meglio sotto controllo la glicemia e migliorare la qualità della vita.

 


Fonte 8 febbraio 2011, Repubblica Salute


frTop

 

In Brasile, per i diabetici e gli ipertesi farmaci gratis

I brasiliani che soffrono di pressione alta sono circa 33 milioni e superano i sette milioni le persone con diabete: per questo Dilma Roussef, neopresidente del Brasile, ha deciso di fornire gratuitamente i farmaci che curano queste malattie attraverso 15.000 ‘farmacie popolari’ sparse su tutto il territorio nazionale. A tutti i cittadini sarà sufficiente presentare la prescrizione medica per avere i medicinali forniti dallo Stato senza pagare. Questa iniziativa rientra nella campagna contro la povertà in corso in Brasile ed è rivolta soprattutto alle fasce meno abbienti.

 


Fonte 4 febbraio 2011, asca.it


frTop

 

Le mamme diabetiche condizionano il metabolismo dei figli

La rivista Diabetologia ha pubblicato uno studio condotto dal Garvan Institute di Ricerca Medica di Sydney, secondo il quale i figli di madri con diabete gestazionale avranno maggiori possibilità al momento della nascita di richiedere il parto cesareo a causa delle dimensioni maggiori e, da adulti, di andare incontro a problemi di peso e al diabete. Il livello di zucchero nel sangue dalla madre durante la gravidanza è quindi legato in modo diretto alle caratteristiche del metabolismo dei figli, una volta diventati adulti. I ricercatori hanno scoperto che il diabete contratto dalle cavie nel corso della gravidanza ‘programmava’ nel feto vari problemi, fra cui quello del peso: mutamenti nell’espressione di alcuni neuropeptidi che controllano l’equilibrio energetico e il peso corporeo della prole. Jenny Gunton, che ha coordinato la ricerca ha osservato: «Con l’aumento di peso dei neonati diminuisce la capacità di secernere e utilizzare l’insulina e questo è un segnale di diabete ai primi stadi». Il diabete gestazionale compare di solito alla fine del secondo trimestre, non dà segni clinici evidenti ma deve essere curato al più presto per evitare problemi a madre e figlio; i neonati di madri diabetiche, infatti, avendo un tasso metabolico più basso, ingrassano anche seguendo un’alimentazione normale.

 


Fonte: ansa.it


frTop

 

Più integrali nella nostra alimentazione

Gli alimenti integrali fanno bene a tutti, a chi non ha il diabete perché riduce il rischio di malattie come quelle cardiovascolari, i tumori e il diabete; ma soprattutto fanno bene a chi il diabete ce l’ha perché aiutano nelle diete, migliorano le funzioni intestinali, favoriscono la riduzione degli sbalzi glicemici, l’assorbimento degli zuccheri e l’abbassamento della pressione arteriosa. Una conferma arriva da una ricerca inglese condotta su oltre 200 adulti sani che, dopo una dieta iniziale con cereali raffinati, sono stati divisi in due gruppi: un terzo ha continuato ad alimentarsi con i cereali raffinati mentre gli altri due terzi hanno sostituito tre porzioni (35-40 grammi) di cereali raffinati con altrettante di integrali. Dopo tre mesi la pressione massima (sistolica) del gruppo ‘raffinato’ era diminuita di un punto soltanto mentre quella degli ‘integrali’ era diminuita di un numero superiore di punti.

 


Fonte feb-marzo 2011, Diabete Oggi, n. 13


frTop

 

Gli anacardi sono anti-diabetici naturali

Contro il diabete, gli anacardi si uniscono ai pistacchi, alla cannella, ai fagioli e ai lupini come nemici naturali. Le équipe di due università, quella canadese di Montreal e quella africana di Yaoundé nel Camerun, hanno scoperto che i semi, le foglie e la corteccia dell’anacardo conterrebbero composti attivi come l’acido oleico, ricchi di virtù antidiabetiche, stimolando l’assorbimento da parte dei muscoli del glucosio necessario per la produzione dell’energia. La rivista Mulecular Nutrition & Food Research ha pubblicato lo studio, finanziato dal Canadian Institute of Health Research e dall’Institute of Nutraceuticals and Functional Foods. Pierre S. Haddad, professore di Farmacologia dell’Università di Montreal e direttore del Canadian Institute of Health Research per l’Aboriginal Antidiabetic Medicines ha dichiarato: «Solo gli estratti dai semi di anacardo, al contrario di quelli di altre piante testate, potrebbero contenere composti attivi con potenzialità anti-diabetiche perché hanno stimolato notevolmente l’assorbimento dello zucchero nel sangue da parte delle cellule muscolari. I componenti dell’anacardo potrebbero servire per creare nuove terapie orali». I semi di anacardo, chiamato in Brasile mela di Acagiù ma sono poco più grandi di un’arachide, contengono sali minerali, vitamine del gruppo B, proteine e fibre e potrebbero possedere anche virtù antinfiammatorie.

 


Fonte feb-marzo 2011, Diabete Oggi, n. 13


frTop

 

Contro il diabete di tipo 2 verdura a foglie larghe

Una ricerca dell’University of Leicester ha dimostrato che le persone che abitualmente inseriscono nella loro dieta alcuni tipi di insalata e altre verdure come broccoli, cavoli, spinaci e verze, hanno un rischio di diabete di tipo 2 inferiore del 14% rispetto a chi non se ne ciba. Gli studiosi inglesi hanno esaminato le abitudini alimentari e lo stato di salute di oltre 230mila persone concludendo che le sostanze antiossidanti e il magnesio contenuti in quel tipo di verdure sono in grado di porre seri ostacoli all’insorgenza del diabete.

 


Fonte: feb-marzo 2011, Diabete Oggi, n. 13


 

 

 

 

Gennaio 2011

 

Le ulcere da diabete curabili grazie alle staminali

Il chirurgo plastico Marco Moraci ha messo a punto una tecnica innovativa per le ulcere diabetiche gravi, nel Centro di Biotecnologie applicate alle Scienze Medico-Chirurgiche della Seconda Università di Napoli. Con cannule per la liposuzione ha prelevato del grasso dell’addome di due pazienti con ulcere diabetiche difficili e dopo averlo trattato ne ha estratto cellule staminali pluripotenti, fibroblast-like, precursori staminali endoteliali e precursori staminali muscolari. Ha quindi proceduto a trapiantare sulle zone da trattare il materiale con micro cannule e in pochi giorni si sono registrati sensibili miglioramenti. Questa metodologia potrà essere utilizzata anche in interventi di chirurgia ricostruttiva post-oncologica come nel caso di mastectomie e in cardiochirurgia, oltre che nella chirurgia estetica.

 


Fonte: 24 gennaio 2011, Sanità News ISS


frTop

 

La salute mentale è legata all’obesità

Gli obesi soffrono più frequentemente di ansia e di problemi di salute mentale in generale. Lo stato di salute fisica e mentale di oltre 1.200  volontari sono stati esaminati dagli studiosi dell’Università del Queensland Centrale che hanno osservato che i problemi emotivi avevano un impatto maggiore sulle loro attività fra gli obesi di 45 e i 54 anni rispetto ai coetanei più magri; inoltre, nel mese precedente l’inizio dello studio gli obesi si sono sentiti meno tranquilli. Quello che i ricercatori non hanno ancora stabilito è se i problemi di salute mentale siano causati dall’obesità o ne siano una conseguenza. Brenda Happel, dell’Istituto di Ricerca sulla Salute e le Scienze dell’università australiana, ha scritto sull’Australian Health Review che «Un obeso ha spesso problemi di salute e questo gli provoca ansia e depressione che a loro volta influiscono negativamente sulla sua capacità di dedicarsi all’esercizio fisico e a un’alimentazione sana. Nell’obeso spesso si crea un ‘ciclo’ in cui l’obesità è fonte di ansia e questa lo spinge a uno stile di vita poco sano». Anche i consigli alimentari delle riviste che contemporaneamente ospitano pubblicità di prodotti dimagranti insieme a quelle di alimenti ricchi di zuccheri possono disorientare chi legge. In Australia il 61% degli adulti e il 25% dei minori è obeso o sovrappeso.

 


Fonte: 24 gennaio 2011, Sanità News ISS


frTop

 

‘Gruppo di lavoro su farmaci e genere’ istituito dall’Aifa

Come ha dichiarato il professor Guido Rasi, direttore generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) «Le differenze biologiche legate al genere non sono ancora state indagate a fondo e troppo spesso sono scarsamente tenute in considerazione nei trattamenti sanitari in generale e in quelli farmacologici in particolare»; per questo, l’Aifa ha istituito il ‘Gruppo di lavoro su farmaci e genere’. Numerosi gli obiettivi: supporto scientifico alla Commissione Tecnico Scientifica (Cts) nella valutazione di problematiche genere-specifiche; valutazione di modelli sperimentali pre-clinici e clinici volti a indagare le differenze di genere; maggiore informazione al cittadino; coinvolgimento dei Comitati etici nella verifica del reclutamento e della rappresentazione della componente femminile negli studi clinici e nella previsione di protocolli di analisi e valutazione di efficacia e sicurezza nella donna; stesura di Linee guida per la sperimentazione farmacologica di genere e per l’introduzione dell’analisi genere ad alto livello di accuratezza per il miglioramento delle terapie; incentivazione alla ricerca per creare modelli sperimentali pre-clinici e clinici volti a integrare gli studi di farmacocinetica e farmacodinamica con quelli di cronobiologia, farmacogenetica e farmacogenomica, correlati alle varie fasce d’età, ai diversi stadi ormonali e a periodi critici come allattamento, gravidanza, menopausa; supporto alla ricerca di genere, sponsorizzata o indipendente, per ottenere studi sui farmaci in relazione alle diverse fasi del ciclo della vita femminile con particolare attenzione all’uso concomitante di anticoncezionali orali e alla gravidanza.

 


Fonte: 24 gennaio 2011, PharmaKronos


frTop

 

Influenza negativa dell’obesità sul cervello

Un gruppo di ricercatori della New York University School of Medicine ha scoperto che le dimensioni del cervello sono influenzate negativamente dai chili in eccesso e che questo provoca un’alterazione delle aree preposte all’alimentazione che induce a mangiare sempre di più. 63 soggetti sono stati tenuti sotto controllo e 44 di loro, obesi, sono stati sottoposti alla risonanza magnetica funzionale; il risultato è stato confrontato con quello dei ‘magri’: l’amigdala degli obesi contiene più acqua, la loro corteccia orbito-frontale è più piccola e i neuroni di queste aree - che sono proprio quelle che controllano il comportamento alimentare - risultano ‘come rattrappiti’.
Come spiega Antonio Convit, autore della ricerca: «Con questa ricerca abbiamo dimostrato per la prima volta che l’infiammazione provocata nell’organismo dall’obesità compromette l’integrità di alcune delle strutture cerebrali che sono coinvolte nel meccanismi della sazietà e della ricompensa. Secondo i nostri risultati, l’aumento di peso può provocare cambiamenti neurali che aumentano il rischio di mangiare di più in futuro».
La ricerca, pubblicata su Brain Research, conferma la ‘teoria dell’obesità’ secondo la quale il comportamento delle persone obese e quello dei tossicodipendenti, a causa dell’indebolimento dei ricettori del piacere si assomigliano nella necessità di dosi sempre maggiori della sostanza di cui hanno bisogno.
Eric Stice, coordinatore della ricerca, pubblicata su The Journal of Neuroscience, afferma: «Il cibo rilascia le dopamine, gli ormoni del piacere, ma i soggetti obesi, secondo i risultati della nostra ricerca, rispetto ai magri hanno un numero minore di ricettori delle dopamine ed è per compensare questa carenza che negli obesi aumenta la voglia di mangiare e si innesca così un vero circolo vizioso». Questo può essere il meccanismo che rende cronico il disagio dell’obesità.

 


Fonte: 19 gennaio 2011, repubblica.it


frTop

 

Le spezie interagiscono con i farmaci di sintesi

Secondo una ricerca condotta in Giappone, certe spezie, usate per insaporire gli alimenti o per usi medici, se assunte durante le terapie farmacologiche possono interagire con i farmaci di sintesi. Gli studiosi giapponesi, coordinati da Yuka Kimura, hanno esaminato 55 spezie allo scopo di valutare come possono interagire con il sistema dei citocromi, le strutture che, fra l’altro, metabolizzano i farmaci a livello del fegato, concludendo che specialmente il pepe bianco e nero, la cannella e la noce moscata inibiscono l’attività di questo sistema enzimatico, in particolare il citocromo 3A4 e 2C9 che sono coinvolti nel metabolismo di due terzi dei farmaci. La conseguenza di questo meccanismo può portare a un aumento di attività dei farmaci, se assunti insieme alle spezie, che può arrivare alla tossicità; fra questi farmaci ci sono anche gli antiinfiammatori.

 


Fonte: 18 gennaio 2011, Sanità News ISS


frTop

 

163 sostanze, alcune vietate, nel corpo future mamme

Nella quasi totalità (dal 99 al 100%) delle 268 donne americane incinte esaminate fra il 2003 e il 2004 nel corso di una ricerca condotta dall’University of California di San Francisco, sono state trovate tracce di bifenili policllorurati, pesticidi organoclorurati (come il Ddt) e Pfc, i composti perfluorinati presenti nel teflon che riveste le padelle antiaderenti; e poi ftalati che sono usati nella produzione di materie plastiche, perclorato e Ipa, gli idrocarburi policiclici aromatici. Fra le sostanze identificate dai ricercatori ce ne sono anche alcune vietate, come gli eteri di difenile polibromurato (Pbde) che vengono usati come ritardanti di fiamma e come il Bpa, bisfenolo A, trovato nel 98% delle donne, che è usato per rivestire l’interno delle lattine di metallo per alimenti e per produrre la plastica, ed  è risultato legato a problemi dello sviluppo cerebrale e a un aumento della predisposizione al cancro in caso di esposizione prima della nascita. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Environmental Health Perspectives.

 


Fonte: 18 gennaio 2011, Sanità News ISS - ehp03.niehs.nih.gov


frTop

 

Agenti chimici forse causa di diabete

Le madri che durante la gravidanza fumano, assorbendo così sostanze chimiche nocive, partoriscono bambini sottopeso che crescendo tenderanno al sovrappeso fino a diventare obesi da adulti e a sviluppare il diabete di tipo 2; questa forma di diabete è causata nel 70% dei casi dall’obesità e dalla vita sedentaria ma nel restante 30% dei casi la causa è ignota. Una ricerca dell’Università del New Yersey spiega questa quota con l’esposizione ad agenti chimici e come prova porta i veterani della guerra Vietnam che hanno fatto registrare un’incidenza di diabete più alta del resto della popolazione americana, dopo essere stati esposti alla diossina, usata largamente durante i bombardamenti. I ricercatori americani, comunque, si riservano di fare ulteriori approfondimenti prima di confermare questa ipotesi.

 


Fonte: 17 gennaio 2011, sanihelp.it


frTop

 

Diabete e grasso in eccesso

Allo scopo di quantificare l’associazione fra obesità e grasso in eccesso nella predisposizione al diabete mellito, è stato utilizzato uno studio di coorte in cui sono state monitorate per 12 anni circa 4.000 persone di 65 anni e oltre. Nel corso dello studio sono stati diagnosticati 339 nuovi casi di diabete. Mettendo l’insorgenza del diabete in relazione con l’indice di massa corporea (Bmi) è stato osservato che chi apparteneva al quintile più alto aveva un rischio da 4 a 5 volte maggiore di sviluppare il diabete rispetto agli appartenenti al quintile più basso. Il rischio era associato a varie misure: Bmi (Hazard Ratio 4.3), circonferenza addominale (Hr 4.2), quantità di massa grassa (Hr 4.0), rapporto circonferenza addominale/statura (Hr 3.8), rapporto vita/fianchi (Hr 2.4). È stato anche osservato che le persone di età più avanzata, oltre 75 anni, avevano un rischio di diabete  conferito dall’adiposità minore della metà rispetto ai soggetti fra i 65 e i 74 anni, inoltre, e questo è il risultato innovativo dello studio, chi era aumentato di peso dopo i 50 anni aveva un rischio di diabete superiore di due o tre volte nei confronti di chi non era aumentato di peso.

 


Fonte: Biggs ML et al. Association between adiposity in midlife and older age and risk of diabetes in older adults. JAMA 2010 Jun 23/30; 303:2504011


frTop

 

Una dieta ricca di grassi può abbassare la durata della vita

Uno studio condotto da ricercatori dell’Università del Maryland per oltre 10 anni su 2.500 adulti di età fra i 70 e i 79 anni ha calcolato che una dieta ricca di grassi può aumentare fino al 40% il rischio di mortalità. La ricerca, pubblicata sul Journal of the American Dietetic Association, raccomanda un’alimentazione composta da verdure, frutta, cereali integrali, carni bianche, pesce, evitando carni rosse, fritti, condimenti, dolci e bevande caloriche.

 


Fonte: gennaio 2011, adajournal.org


frTop

 

Il cortisolo, l’ormone dello stress, può essere alterato dall’inquinamento

Studiosi della Norvegian School of Veterinary Science hanno scoperto che l’influenza negativa degli inquinanti industriali (i Pop, inquinanti organici persistenti) arriva ad alterare l’ormone che oltre agli effetti sullo sviluppo del feto, è noto anche come ormone dello stress: il cortisolo. I ricercatori norvegesi, coordinati da Karin Zimmer, hanno dimostrato che l’esposizione precoce e prolungata alle scorie della lavorazione di additivi chimici di vernici e adesivi  come i Pcb (policlorobifenili) alterano l’assetto ormonale; la contaminazione avviene anche attraverso la catena alimentare, per esempio attraverso alcune varietà di pesci come i merluzzi: nell’olio di fegato di merluzzo sono stati trovati livelli potenzialmente tossici di concentrazioni di scorie chimiche.

 


Fonte: gennaio 2011, sciencedaily.com


frTop

 

Mezz’ora di moto al giorno contro il tumore del colon

Da una ricerca della Washington University School of Medicine è emerso che 30 minuti al giorno di movimento anche leggero ma praticato in modo costante possono ridurre il rischio di cancro al colon e di altri tipi di cancro, oltre a malattie cardiache e diabete. Per oltre vent’anni, dal 1982 al 2006, i ricercatori americani hanno studiato lo stile di vita e le condizioni di salute di oltre 150mila persone concludendo che il cancro al colon aveva un’incidenza inferiore fra quelli che per almeno dieci anni avevano svolto attività fisica anche leggera. Come spiega Kathleen Y. Wolin, che ha coordinato la ricerca: «Rispetto alle persone sedentarie, le persone ‘attive’ corrono un rischio minore di morire di cancro al colon, quindi è bene cominciare ad allenarsi prima possibile». La ricerca è stata pubblicata su Cancer Epidemilogy, Biomarkers & Prevention.

 


Fonte: gennaio 2011, asca.it


frTop

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2011