Il Journal of Nutrition ha pubblicato una ricerca dell’Università della Louisiana secondo la quale il succo di polvere di mirtilli ha una funzione anti diabete ed è particolarmente indicata per i soggetti a rischio. La ricerca è stata coordinata da William Cefalu che ha studiato un gruppo di volontari a rischio di diabete: ad alcuni è stato somministrato due volte un frullato ipocalorico contenente 22,5 mg di mirtilli, agli altri solo un placebo. Dopo sei settimane il 77% del primo gruppo aveva mostrato un miglioramento della risposta all’insulina contro il 41% del gruppo che aveva preso il placebo.
I mirtilli potrebbero avere portare anche benefici contro le infiammazioni: grazie agli antiossidanti contenuti nei piccoli frutti si è ridotta nei volontari del primo gruppo la proteina C-reattiva, spia dell’infiammazione. Quindi il succo di mirtilli potrebbe avere una funzione benefica contro molte malattie.
Fonte: 21 settembre 2010, newsfood.com
La leptina è l’ormone spezza-fame che sugli animali da dimostrato di controllare la glicemia meglio dell’insulina e senza i suoi effetti collaterali: questa nuova terapia contro il diabete è la scoperta di Roberto Coppari, ricercatore italiano trasferito a Dallas, presso la University of Texas Southwestern Medical Center (Utsw).
La ricerca è pubblicata sulla rivista della Pnas (Accademia Nazionale Americana delle Scienze) ma Coppari ne ha anticipato il contenuto all’Ansa: «All’Utsw è in corso la sperimentazione sull’uomo per testare questa terapia su diabetici di tipo 1 che si giovano dell’insulina ma presentano un rischio cardiovascolare molto alto: il 90% di loro dopo i 55 anni soffre di malattia coronarica; è noto che questo è imputabile all’uso eccessivo, anche se necessario, di insulina che ha azioni lipogeniche e colesterologeniche, con conseguente accumulo di grassi.
La leptina è un ormone noto per controllare direttamente nel cervello l’appetito e per regolare l’accumulo dei grassi, quindi come terapia alternativa a quella insulinica potrebbe migliorare e prolungare la vita dei pazienti». Coppari aggiunge: «Nella sperimentazione su animali con diabete di tipo 1 abbiamo scoperto che la leptina può sostituire l’insulina con il vantaggio che diminuisce i lipidi nel sangue e non provoca l’ipoglicemia che è un effetto collaterale dell’insulina e che a lungo termine può provocare problemi vascolari e oculari. Fra tre mesi avremo indicazioni sull’effetto della liptina su 12 pazienti a cui stiamo somministrando liptina insieme a una dose bassa di insulina per verificare se la glicemia rimane sotto controllo come con la terapia standard».
Fonte: 21 settembre 2010, ansa.it
Uno studio trasversale realizzato su 32 pazienti fra sei e 17 anni con diabete di tipo 1 e 42 soggetti sani di controllo, ha dimostrato che nei bambini e negli adolescenti i marker preclinici di aterosclerosi possono essere notevolmente migliorati dall’attività fisica. È stata misurata la dilatazione flusso-mediata, con l’ecografia endovasale si è misurato lo spessore medio-intimale e con l’accelerometro e la determinazione del consumo massimo di ossigeno si è misurata l’attività fisica: nel confronto fra i due gruppi, i bambini con diabete hanno registrato valori più elevati di spessore medio-intimale e più bassi di dilatazione mediata del flusso. I bambini diabetici che praticavano per oltre 60 minuti attività fisica moderata-vigorosa avevano i valori con tendenza ad approssimarsi a quelli dei bambini sani di controllo sedentari.
Fonte: J Pediatr. 2010; 157:533-9
Il diabete in Italia ha raggiunto livelli drammatici: i malati hanno superato i quattro milioni e sono in aumento, come è in aumento la spesa che ha superato gli 11 miliardi di euro all’anno, raddoppiata da vent’anni a oggi; ogni anno 75mila diabetici hanno un infarto, 18mila un ictus, a 5mila viene amputato un arto e 18mila muoiono.
Dal congresso dell’European Association for the Study of Diabetes di Stoccolma l’Amd (Associazione Medici Diabetologi) ha lanciato il grande progetto ‘Subito’ volto a migliorare il compenso metabolico il più tempestivamente possibile, fin dall’esordio, per ridurre le complicanze nei successivi cinque anni. Carlo Giorda, vicepresidente dell’Amd sottolinea che «È necessario cambiare atteggiamento, per esempio non si può più tollerare una glicemia di 140/150 ma bisogna curarla subito.
Per un vero cambiamento è necessario il coinvolgimento non solo dei diabetologi ma anche dei medici di medicina generale, degli altri specialisti, delle associazioni di volontariato, delle istituzioni, dell’industria, in un lavoro organico di formazione e di educazione». Il dottor Giorda aggiunge: «L’intervento tempestivo sulla glicemia giova non solo al malato ma anche alle finanze pubbliche; se riuscissimo ad anticipare almeno di cinque anni le cure rigorose, potremmo ridurre di oltre il 40% le complicanze vascolari».
Fonte: 20 - 24 settembre 2010, easd.org
I diabetici esperti di nuove tecnologie e dei più recenti smart phone potranno monitorare la propria glicemia grazie al primo sistema per il tenere sotto controllo la glicemia che può collegarsi con un’apposita applicazione all’iPhone e all’iPod touch della Apple.
Nel corso dell’European Association for the Study of Diabetes 2010 (Easd) che si è tenuto a Stoccolma, è stato presentato iBGStar, questo il nome del nuovo dispositivo progettato da Sanofi-Aventis che prevede di metterlo in commercio nel 2011. Grande come un telefonino, sul suo schermo, tattile e a colori, appaiono subito i risultati del test e grazie all’applicazione il paziente può analizzare, gestire e comunicare al medico i risultati; è possibile memorizzare fino a 300 test e scaricarne i dati sull’iPhone che ne può memorizzare in numero illimitato. Il dispositivo consente una più semplice e rapida comunicazione fra paziente e medico perché attraverso la funzione ‘condivisione’ è possibile inviare con la posta elettronica i dati necessari.
Fonte: 21 settembre 2010, lastampa.it
Nel corso del Festival della Scienza che si è svolto a Birmingham, è stato presentato un rivoluzionario test del sangue realizzato dal King’s College di Londra, che consentirà di fare previsioni sulle probabilità di ammalarsi di malattie cardiache o di diabete. Queste malattie sono fra le principali cause di morte in Europa ma sono sottostimate; entro il 2015 il test potrà essere messo a punto e al costo di solo tre euro circa consentirà alle persone a rischio di sottoporsi ai trattamenti preventivi.
Manuel Mayr, che ha coordinato la ricerca, ha sottolineato che «La paura del cancro è molto diffusa ma sono le malattie cardiovascolari fra le principali cause di morte e non è stato ancora trovato un test del sangue che ne consenta la previsione».
Gli studiosi inglesi hanno scoperto che una piccolissima molecola, un filamento di materiale genetico, chiamata Mir-126, ha una funzione fondamentale per la salute delle arterie e che si abbassa quando i vasi sanguigni sono danneggiati oppure in presenza di diabete di tipo 2; chi ha nel sangue livelli bassi di Mir-126 ha probabilità doppie di sviluppare diabete o malattie cardiovascolari entro dieci anni.
Dopo questo primo test, secondo il dottor Mayr, potrebbe esserne messo a punto uno più avanzato, che potrà indicare il numero di probabilità di contrarre una malattia entro i successivi due/tre anni consentendo di intervenire con ancora maggiore tempestività con le opportune cure e modifiche dello stile di vita.
Fonte: 18 settembre 2010, salute.agi.it
L’insulina, che fin da quando è stata scoperta nel 1921 è stata considerata solo l’ormone che costituisce il fattore principale nel controllo del livello di glucosio nel sangue, potrebbe diventare uno strumento efficace contro infezioni batteriche come necrosi dei reni e shock, che possono avere conseguenze mortali soprattutto nei pazienti immunodepressi. Diabetes Care ha pubblicato sull’edizione online una ricerca degli endocrinologi dell’Università americana di Buffalo, grazie alla quale hanno scoperto che l’insulina riduce l’infiammazione e lo stress ossidativo provocato da un’infezione; nella ricerca sono stati coinvolti volontari cui sono stati inoculati batteri comuni o una endotossina. La somministrazione d’insulina ha abbassato il punteggio dei dolori corporei ma non la temperatura corporea; l’endotossina ha provocato l’aumento di vari fattori distruttivi e infiammatori. Paresh Dandona, autore della ricerca, ha spiegato che il suo studio «Pone le basi per ulteriori studi sull’infusione d’insulina e la normalizzazione delle concentrazioni di glucosio nel sangue in pazienti con endotossemia e setticemia».
Fonte: 10 settembre 2010, lastampa.it
700mila bambini, quasi due per classe, soffrono di allergie alimentari, celiachia, diabete, con conseguenti problemi per le mense scolastiche. Il Centro di Specializzazione regionale per lo studio e la cura delle allergie e delle intolleranze alimentari del Veneto ha verificato che oltre il 30% delle reazioni allergiche avvengono nelle scuole materne ed elementari: tra i 270mila più piccoli, tra zero e cinque anni, 5mila sono a rischio di reazioni gravi, che possono diventare anche mortali. Secondo Elisabetta Tosi, presidente dell’Associazione italiana Celiachia, la maggior parte delle scuole pubbliche prevede pasti speciali per i bambini con problemi alimentari ma quelle private si dimostrano meno sensibili al problema per la complessità dell’organizzazione dei pasti e trovano una scusante nelle linee guida del Ministero della Salute che sono rivolte solo alle scuole pubbliche e non a quelle private.
Fonte: 5 settembre 2010, ilsole24ore.it
Secondo uno studio danese pubblicato sulla Rivista di endocrinologia e metabolismo critici «La prevalenza del diabete varia in modo significativo a seconda del metodo usato per la diagnosi»: il confronto del test orale per la tolleranza al glucosio, in uso già da tempo, con l’esame dell’emoglobina A1c, adottato in tempi più recenti, conferma che l’origine etnica influenza i risultati del test. Questo costituisce un ostacolo nella ricerca di esami più precisi per la diagnosi del diabete.
Fonte: 4 settembre 2010, agi.it
Il gene dell’obesità cioè la perdisposizione genetica all’obesità, si combatte efficacemente con lo sport e l’esercizio fisico: questo il risultato di una ricerca del Medical Research Council’s Epidemiology Unit di Cambridge che ha osservato 20mila abitanti di Norfolk, in Inghilterra.
I ricercatori, coordinati dalla professoressa Ruth Loos, sono arrivati alla conclusione che il movimento non può contrastare la predisposizione all’obesità ma può alleviarne gli effetti sull’organismo. L’FTO (Fat mass and obesity associated), detto anche ‘gene del cibo spazzatura’ perché induce la voglia di cibi dolci e grassi, è in realtà un difetto che favorisce il rischio di obesità: il 14% dei pazienti che avevano una copia difettosa di questo gene avevano il 70% in più di possibilità di diventare obesi e il 50% di diventare diabetici e quelli che avevano un solo FTO difettoso avevano il 30% di probabilità in più di andare i sovrappeso e il 25% di diventare diabetici. Questo gene induce a mangiare fino a 100 calorie in più a pasto, raggiungendo così in una settimana l’equivalente calorico di un pasto in più. Come ha dichiarato al Daily Mail la professoressa Loos «Chi è per costituzione a rischio di obesità può migliorare la propria salute adottando uno stile di vita sano che preveda una dose quotidiana di movimento, non a livello agonistico, ma può essere sufficiente passeggiare con il cane o dedicarsi al giardinaggio».
La conclusione della ricerca inglese, riportata dalla rivista PloS Medicine, è che l’attività fisica può ridurre la predisposizione genetica all’obesità comune fino al 40% quindi per riuscire a controllare la malattia è necessario invogliare all’attività fisica chi ne sia predisposto.
Fonte: 1 settembre 2010, corriere.it
Uno studio realizzato presso il Centro per le Scienze della Salute della Popolazione dell’Università di Edimburgo coordinato da Jie Ding, ha stabilito che la retinopatia diabetica è associata in modo indipendente al declino cognitivo negli uomini anziani con diabete di tipo 2, confermando così che la malattia microvascolare cerebrale contribuisca all’accelerazione del decadimento delle funzioni cerebrali rapportate all’età. Oltre mille uomini e donne con diabete di tipo 2 fra i 60 e i 75 anni sono stati sottoposti a fotografia retinica digitale binoculare e a una serie di sette prove delle funzione cognitive; è stato anche generato un punteggio di abilità cognitiva generale (g) a partire dai componenti principali dell’analisi. Una modificazione dell’Early treatment of diabetic retinopathy scale è stata utilizzata per effettuare la gradazione della retinopatia diabetica. È stata notata una relazione significativa fra l’aggravarsi della retinopatia diabetica (assente, lieve e moderata-grave) e la maggior parte delle misure cognitive; i soggetti affetti da retinopatia da moderata a grave, in particolare, mostravano peggiori performance al ‘g’ e ai test individuali. Ancora per ‘g’ si è osservata una relazione fra retinopatia e genere perché nei maschi, specialmente con i test di fluenza verbale, flessibilità mentale e velocità di processazione, persistevano le associazioni fra retinopatia e ‘g’ anche dopo diversi aggiustamenti come il vocabolario per valutare il declino cognitivo, il livello di depressione, le caratteristiche socio-demografiche, i fattori di rischio cardiovascolare e la malattia macrovascolare.
Fonte: Diabetes, 2010 Aug. [Epub ahead of print]
Contro il diabete e l’obesità potrebbe essere utile il pompelmo grazie alla naringenina, un antiossidante che avrebbe la stessa efficacia dei farmaci di sintesi normalmente somministrati ai pazienti con diabete di tipo 2 (Fenofibrato e Rosiglitazone). I ricercatori israeliani della Hebrew University di Gerusalemme coordinati dal dottor Yaakov Nahmias, hanno osservato che la naringenina, responsabile del sapore amarognolo del frutto, ha un effetto salutare perché stimolando la sensibilità dell’organismo all’insulina aiuta il fegato a bruciare i grassi invece di accumularli, aiutando anche a mantenere il giusto peso.
Nahmias, autore della ricerca che è stata pubblicata sulla rivista scientifica PLoS One, ha detto che «a causa di problemi di sicurezza l’industria farmaceutica ha frenato lo sviluppo delle ricerche su sostanze chimiche simili alla naringenina che è invece un integratore alimentare di elevata sicurezza. Ma certamente non è solo mangiando pompelmi in abbondanza che si possono risolvere i problemi».
Possiamo però usare i rimedi naturali perché ci aiutino a vivere meglio.
Fonte: 27 agosto 2010, lastampa.it
Secondo una ricerca dell’Università di Pittsburgh pubblicata sull’American Journal of Medicine le mamme che non hanno allattato sarebbero maggiormente esposte al rischio di diabete di tipo 2 rispetto a quelle che invece hanno allattato per almeno un mese. Gli studiosi hanno esaminato le storie cliniche di oltre 2.200 donne fra i 40 e i 78 anni, il 56% delle quali aveva allattato almeno per un mese nella vita; fra queste il diabete si è sviluppato nel 27% dei casi mentre fra quelle che non avevano mai allattato o non avevano avuto figli la percentuale è salita al 57%. Come ha osservato la dottoressa Eleanor Bimia Schwarz, che ha realizzato lo studio: «Questo dovrebbe motivare ulteriormente le donne ad allattare il loro bambino almeno per il primo mese di vita».
Fonte: 27 agosto 2010, asca.it
Per prevenire il diabete di tipo 2 bisogna non solo tenere sotto controllo il peso corporeo ed evitare la sedentarietà ma bisogna fare anche attenzione agli alimenti che si inseriscono nella dieta. Per esempio, un etto di spinaci o di altre verdure a foglia verde se assunte ogni giorno contribuirebbero a ridurre del 14% il rischio d’insorgenza del diabete di tipo 2: questo il risultato di una ricerca dell’Università inglese di Leicester pubblicata sul British Medical Journal di questo mese (Fruit and vegetable intake and incidence of type 2 diabetes mellitus).
I ricercatori, coordinati dalla dottoressa Patrice Carter, hanno raccolto i dati relativi alla salute e alle abitudini alimentari di 220mila adulti, già oggetto di sei precedenti studi, e hanno osservato che chi di loro consumava quotidianamente una porzione e mezzo di spinaci (poco più di 100 grammi) o altre verdure a foglia verde, avevano minori probabilità (14%) di contrarre il diabete di tipo 2, grazie agli elementi contenuti nelle verdure: antiossidanti, vitamina C e sali minerali.
Frutta e verdura fanno bene a tutti, infatti mangiarne almeno 80 grammi al giorno può costituire un’ottima prevenzione per molte malattie.
Fonte: 25 agosto 2010, universonline.it
L’ictus non è prevedibile anche se le sue cause sono note; si sa che il rischio più alto è per i diabetici e i cardiopatici. La rivista Diabetes ha pubblicato uno studio realizzato da un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica - Policlinico ‘A. Gemelli’ di Roma e dell’Università scozzese di Dundee sulla scoperta che il profilo genetico di alcuni diabetici può stabilire se quei malati possono sviluppare un ictus ischemico in un arco di tempo superiore a sei anni. Secondo i ricercatori fra la mutazione combinata di cinque geni infiammatori e il rischio di diabete ischemico esiste una corrispondenza. In uno studio preliminare sono stati raccolti i dati di 18mila pazienti con patologie a rischio di ictus e sono stati esaminati 2.100 soggetti con diabete di tipo 2; risultato di questo studio è che il rischio di ictus è parallelo all’aumentare del numero di mutazioni (da 0 a 5) di ogni soggetto. I diabetici normalmente hanno un rischio di ictus del 5% ma quelli in cui è presente una mutazione combinata il rischio aumenta fino all’11%; dove la mutazione è completamente assente il rischio si riduce fino all’1%.
Per testare l’incidenza della mutazione genetica su persone con malattie diverse dal diabete e con lo scopo di realizzare un test diagnostico genetico semplice da eseguire e relativamente economico, i ricercatori italiani in collaborazione con importanti centri di ricerca sull’ictus inglesi, scozzesi, tedeschi, spagnoli, portoghesi e americani effettueranno l’analisi dei dati dei 18mila pazienti entro 12/18 mesi.
Fonte: 23 agosto 2010, dailyblog.it
Secondo uno studio dell’Università di Stanford pubblicato sulla rivista scientifica PloS One, i geni che favoriscono il diabete e l’artrite reumatoide avrebbero l’effetto positivo di proteggere da altre malattie causate da alcuni virus e da batteri molto comuni; questa sarebbe la ragione per cui durante l’evoluzione queste caratteristiche del Dna si sarebbero mantenute. A riprova di questa teoria i ricercatori hanno studiato sette patologie (fra cui i due tipi di diabete, l’artrite reumatoide e l’ipertensione) e il risultato, per il diabete di tipo 1, è stato che degli 80 principali tratti genetici – che continuano a diffondersi sempre più fra la popolazione – 52 indicano una disposizione a contrarre la malattia mentre gli altri hanno una funzione protettiva. Lo stesso è stato riscontrato per l’artrite reumatoide; invece, per alcune altre malattie non si sono riscontrati aumenti dei geni che le favorivano e per altre aumentavano parallelamente i geni protettivi e quelli che potevano indurle. Gli studiosi hanno osservato che alcuni dei geni che provocano il diabete avrebbero una funzione in parte protettiva nei confronti di alcuni enterovirus e quindi, secondo il loro parere, la stessa cosa potrebbe valere anche per altri geni.
Fonte: 19 agosto 2010, salute.agi.it
Una rilevante diminuzione dei costi delle cure dei diabetici si verifica dopo che questi sono stati operati per ridurre la capacità dello stomaco al fine di diminuire il peso. Il risparmio è stato valutato in oltre 8.000 dollari all’anno: il costo annuale della malattia è stimato infatti mediamente intorno ai 10.000 dollari mentre dopo l’intervento scende a 1.800; per esempio, tre quarti dei pazienti con diabete di tipo 2 hanno potuto sospendere l’assunzione di insulina a sei mesi dall’intervento. La ricerca è stata realizzata dalla Johns Hopkins University School of Medicine.
Fonte: 17 agosto 2010, agi.it
È in costante aumento l’associazione di due malattie a componente autoimmunitaria come il diabete di tipo 1 e la celiachia, soprattutto fra le donne giovani; per questo è consigliato ai diabetici di tipo 1 il controllo annuale per scoprire tempestivamente l’eventuale intolleranza al glutine. La celiachia nei diabetici dà spesso sintomi lievi che vengono sottovalutati: nel 60% dei casi è asintomatica, nei restanti casi i sintomi sono costituiti da dolori addominali, diarrea o stipsi, calo di peso ma vengono spesso trascurati.
Durante il convegno che si è tenuto a Bologna gli specialisti hanno cercato una risposta alle domande sulla dieta che devono seguire i diabetici che soffrono anche di celiachia e che quindi devono assumere pochi zuccheri ed evitare il glutine. Letizia Saturni, della Scuola di specializzazione in Scienze dell’Alimentazione dell’Università Politecnica delle Marche, consiglia la dieta mediterranea senza glutine: «Perché fornisce pochi zuccheri semplici e una buona quantità di zuccheri complessi: è ricca di frutta e verdura, usa come condimento l’olio di oliva, prevede molto pesce, carni bianche, latticini, poca carne rossa e vino ai pasti; si evitano i problemi dovuti alla celiachia scegliendo cereali senza glutine come riso, mais, miglio, sorgo e cereali minori come il grano saraceno, l’amranto, la quinoa e gli pseudo-cereali come il panico».
Irene Cimma, psicoterapeuta a Torino presso l’Asl 3, affronta il problema psicologico che si pone frequentemente soprattutto fra i pazienti giovani, già messi alla prova dal diabete e quindi bisognosi di un supporto per superare gli inevitabili disagi psicologici: «Adattarsi alla diagnosi di celiachia unita a quella di diabete è un processo lungo e difficile in cui i medici curanti e la famiglia giocano un ruolo fondamentale. In questo sono di aiuto la maggiore facilità con cui oggi si riesce a somministrare l’insulina e l’abbondanza di alimenti adatti ai celiaci attualmente disponibili. Senza però trascurare il complesso aspetto psicologico del paziente cronico».
Fonte: 16 agosto 2010, corriere.it
Un gruppo di ricercatori del Walter and Eliza Hall Institute of Medical Research di Melbourne guidati dal diabetologo Len Harrison, ha scoperto il legame fra obesità e diabete: la resistenza all’insulina, causa quindi del diabete, sta nelle cellule infiammatorie che si trovano nelle riserve di grasso corporeo. Il sistema immunitario di chi è in sovrappeso ha nei confronti del tessuto adiposo la stessa reazione che ha nei confronti di un’infezione e la resistenza all’insulina è una delle complicazioni di questa reazione. La ricerca è stata fatta dai ricercatori australiani che nel corso di quattro anni hanno esaminato il tessuto adiposo tolto a oltre 100 pazienti con l’intervento di bendaggio gastrico; secondo il dottor Harrison si potranno studiare farmaci che potranno prevenire la resistenza all’insulina e modificare quindi profondamente le terapie per il diabete. La validità della scoperta è confermata anche dalle forti reazioni immunitarie alle infezioni degli aborigeni che soffrono anche di un’alta incidenza di diabete: «Abituandosi all’alimentazione occidentale, ricca di grassi, le cellule immunitarie vengono stimolate e come conseguenza sviluppano resistenza all’insulina e quindi il diabete». I dati australiani sono preoccupanti: su circa 21 milioni di abitanti, più della metà sono in sovrappeso e 1,2 milioni sono affetti da diabete di tipo2.
L’altra importante scoperta dei ricercatori di Melbourne è che se si verifica un calo naturale di peso corporeo, le cellule infiammatorie scompaiono: questa scoperta, secondo il dottor Harrison, sarà determinante per combattere il diabete che fra le popolazioni occidentali sta assumendo le caratteristiche di una vera epidemia con i rischi e i costi conseguenti.
Fonte: 16 agosto 2010, unita.it
In base ai risultati di uno studio realizzato dai ricercatori dell’Università di San Diego, un dispositivo innestato sottopelle potrebbe in futuro permettere ai diabetici di controllare il proprio livello di glucosio. Durante la ricerca, che è stata pubblicata su Science Traslational Medicine, un vero ‘microlaboratorio’ di circa quattro centimetri per 15 millimetri, è stato impiantato in alcuni maiali e per un anno e mezzo ha registrato il loro livello di glucosio e ne ha trasmesso i dati in tempo reale a un ricevitore esterno grande quanto un telefono cellulare. Secondo i ricercatori «In futuro si potranno costruire dei veri telefoni che consentiranno di segnalare l'innalzamento eccessivo del livello di glucosio e il monitoraggio notturno, per esempio nei casi di diabete infantile».
Fonte: 29 luglio 2010, salute.agi.it
Una proteina che sovrintende il ricambio del tessuto osseo, l'osteocalcina, sarebbe di aiuto per l’organismo nella produzione di insulina e potrebbe quindi giocare un ruolo importante nella ricerca di terapie innovative contro il diabete. La scoperta è stata realizzata da un’équipe di ricercatori del Columbia University Medical Center coordinati da Gerard Karsenty e pubblicata sulla rivista scientifica Cell.
L’attivazione dell’osteocalcina consente la sostituzione del tessuto osseo vecchio con quello nuovo ma secondo questo studio favorirebbe anche la produzione di insulina, come confermato dalla sperimentazione sui topi; una prova ulteriore sarebbe nei problemi di glicemia che hanno spesso i soggetti che hanno anche problemi di ricambio osseo. Secondo Karsenty partendo dall’osteocalcina si potranno in futuro trovare nuove terapie contro il diabete.
Fonte: 27 luglio 2010, paginemediche.it
Secondo Star 3, lo studio clinico presentato al Congresso dell’American Diabetes Association e pubblicato sul New England Journal of Medicine, un microinfusore di insulina integrato con il controllo continuo della glicemia potrebbe ridurre del 40% il rischio di complicanze nei pazienti con diabete di tipo 1 insulinodipendenti.
Lo studio ha coinvolto 329 adulti e 156 fra bambini e adolescenti ai quali la terapia con il microinfusore ha ottenuto una riduzione del livello di emoglobina glicata di quattro volte superiore rispetto alla terapia multiniettiva, abbassandolo dello 0,8% contro lo 0,2% (da 8,3% a 7,5% anziché da 8,3% a 8,1%).
Il presidente dall’Amd (Associazione Medici Diabetologi) ha dichiarato che «Questo studio rappresenta una pietra miliare della terapia con microinfusore e controllo in continuo del glucosio combinati in un unico sistema e può ridefinire lo standard terapeutico di riferimento; la soluzione con il sistema integrato è quella tecnologicamente più evoluta per gestire il diabete di tipo 1, una patologia che in Italia interessa oltre 200mila persone. Purtroppo, però, l’utilizzo dei microinfusori e dei sistemi integrati in Italia è riservata ai casi più impegnativi mentre in altri paesi sono impiegati di routine».
Fonte: 22 luglio 2010, unita.it
Secondo i ricercatori dell’Università canadese di Montreal e quelli dell’Università di Yaoundé in Camerun, i semi, le foglie e la corteccia dell’anacardo conterrebbero composti attivi come l’acido oleico, ricchi di virtù antidiabetiche, stimolando l’assorbimento da parte dei muscoli del glucosio necessario per la produzione dell’energia. Lo studio, finanziato dal Canadian Institute of Health Research e dall’Institute of Nutraceuticals and Functional Foods, è stato pubblicato su Mulecular Nutrition & Food Research.
Pierre S. Haddad, professore di Farmacologia dell’Università di Montreal e direttore del Canadian Institute of Health Research per l’Aboriginal Antidiabetic Medicines ha dichiarato «Solo gli estratti dai semi di anacardo, al contrario di quelli di altre piante testate, potrebbero contenere composti attivi con potenzialità anti-diabetiche perché hanno stimolato notevolmente l’assorbimento dello zucchero nel sangue da parte delle cellule muscolari. I componenti dell’anacardo potrebbero servire per creare nuove terapie orali».
I semi di anacardo, chiamato in Brasile mela di Acagiù, grandi poco più di un’arachide, contengono sali minerali, vitamine del gruppo B, proteine e fibre e potrebbero possedere anche virtù antinfiammatorie.
Fonte: 16 luglio 2010, lastampa.it
La molecola chiamata p66, già conosciuta per favorire l’invecchiamento, potrebbe essere l'interruttore per spegnere il diabete: la sua disattivazione potrebbe prevenirlo anche nei casi di squilibrio nel regime alimentare. Questa la scoperta dei team di ricercatori dell'Istituto di Patologia Generale della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Cattolica di Roma, coordinato da Giovambattista Pani e Tommaso Galeotti; la scoperta è stata realizzata grazie a esperimenti su topi e, se confermata clinicamente, potrebbe diventare un importante strumento nella lotta contro questa diffusa malattia metabolica, in continua crescita anche a causa dell’aumento dell’obesità infantile. Nonostante l'iperalimentazione e l'obesità, i topi cui era stato disattivato il gene p66, hanno sviluppato il diabete in misura minore rispetto a quelli che avevano il gene intatto; hanno anche mostrato una maggiore longevità, confermando il ruolo del gene nell’invecchiamento.
Il ruolo di p66 sarebbe quello di ‘sensore’ dei nutrienti e favorirebbe l’assimilazione del cibo, il conseguente accumulo di grasso e l’insorgenza di iperglicemia e diabete: la sua eliminazione ha consentito agli animali di continuare ad assumere cibo come prima senza però assimilarlo. Lo studio è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.
Fonte: 12 luglio 2010, italia-news.it
16 milioni di italiani sono in sovrappeso, altri cinque milioni sono obesi e il loro numero è in continuo aumento; secondo i dati Istat fra i bambini di età compresa fra sei e 17 anni uno su tre è sovrappeso e uno su quattro è obeso: un’emergenza sanitaria che costa allo Stato otto miliardi di euro e costituisce quasi il 7% della spesa sanitaria nazionale. Malattie che hanno un alto costo sociale come il diabete di tipo 2, l’ipertensione e varie patologie cardiovascolari hanno spesso origine nell’obesità.
Durante il dibattito ‘Globesità: strategia e interventi’ che si è tenuto nei giorni scorsi a Roma, è stata annunciata un’iniziativa dell’Associazione parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione e dell’Università Tor Vergata: la costituzione dell’Obesity Expert Group in cui esperti di vari settori cercheranno di stabilire una sinergia fra le istituzioni e il mondo della scienza allo scopo di sensibilizzare la popolazione a queste problematiche e prevenire così l’ulteriore incremento dell’obesità. Antonio Tomassini, presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato e presidente dell’Associazione parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione, ha sottolineato che «Tutti gli attori coinvolti in quella vera malattia sociale che è l’obesità devono intervenire in una sfida il cui esito futuro si deciderà proprio in questi anni».
Oltre un milione di bambini che oggi hanno problemi di peso, per evitare di diventare, crescendo, un milione di giovani con gli stessi problemi di peso ma a rischio di vivere dai 10 ai 20 anni in meno rispetto ai coetanei di peso normale, hanno bisogno di interventi più incisivi che si sommino alle attività di prevenzione che sono già in corso attraverso l’informazione e la diffusione della cultura volta a stili di vita sani.
Fonte: 7 luglio 2010, salutedomani.com
Tutti i malati di diabete, anche quelli di tipo 2, devono tenere sotto controllo la glicemia perché l’eccesso di zuccheri nel sangue può portare alla retinopatia diabetica che però può essere ridotta del 33% tenendo bassa la glicemia.
Lo afferma una ricerca effettuata su quasi tremila persone nell’ambito di una più ampia ricerca sull’effetto di diverse terapie su diabetici non gravi e pubblicata sul New England Journal of Medicine.
Secondo lo studio, il tasso di progressione della retinopatia diabetica si è ridotto grazie al controllo intensivo della glicemia per evitarne gli sbalzi, abbinato alla cura contro l’aumento brusco dei grassi nel sangue, ma non al controllo della pressione sanguigna. La retinopatia è peggiorata nel 10,4% dei malati curati con la terapia standard mentre in quelli sottoposti al trattamento intensivo contro la glicemia il peggioramento si è limitato al 7,3%.
Fonte: 1 luglio 2010, iapb.it

Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2011