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Archivio notizie 2010 - gennaio / marzo

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Marzo 2010

A Milano per il piede diabetico un centro aperto 24 ore su 24

I pazienti affetti da piede diabetico dal 2009 hanno a Milano un centro specializzato, aperto ininterrottamente giorno e notte: è l'Istituto Clinico Città Studi (Iccs), nuovo nome della ex Clinica Santa Rita. È fondamentale riconoscere al più presto i primi sintomi delle possibili future ulcerazioni, per non ridursi alla ‘soluzione finale’ dell'amputazione. Carlo Caravaggi, direttore del Centro Interdipartimentale del Piede Diabetico dell'Iccs, ha infatti dichiarato che «Molti diabetici arrivano all'Iccs dopo essere stati al Pronto Soccorso, quando ormai la patologia è troppo avanzata e l'unica soluzione è l'amputazione, che una diagnosi precoce avrebbe invece potuto evitare. Per piede diabetico si intende non solo il piede che presenta lesioni ma anche la condizione preulcerativa, quando il paziente è a rischio di insorgenza di ulcere e infezioni di vario grado, fonte di conseguenze estremamente importanti per la sua vita».
Il 5% della popolazione italiana soffre di diabete e l'1,5% di questi malati è annualmente colpito al piede da lesioni ulcerative che nell’85% dei casi portano all'amputazione.
In media 40 persone sono visitate ogni giorno nel Centro Interdipartimentale del Piede Diabetico dell'Iccs e oltre 500 sono gli interventi effettuati finora. Presso il Centro, che dispone di 27 letti, è attiva 24 ore su 24 una sala operatoria dedicata, con una équipe che prevede una doppia reperibilità chirurgica per interventi d'urgenza in caso di infezioni severe del piede.

 


Fonte: 31 marzo 2010, Adnkronos Salute



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Changing Diabetes Barometer

Il Changing Diabetes Barometer è un progetto per misurare i progressi della lotta a quella vera pandemia che è il diabete, per studiarlo, arginarlo e sconfiggerlo.
Il Changing Diabetes Barometer Forum, giunto quest’anno alla terza edizione, sull’onda del successo mediatico raggiunto dalle precedenti edizioni, è organizzato dalla Novo Nordisk con il supporto dell’Associazione Parlamentare per la tutela e la promozione del diritto alla prevenzione e dell’Associazione Diabete Italia. Il forum riunisce medici, rappresentanti della comunità scientifica, delle istituzioni e della comunicazione allo scopo di confrontarsi e impegnarsi nella lotta al diabete esaminandone gli aspetti clinici, politici e sociali.

 


Fonte: 31 marzo 2010, www.changingdiabetesbarometeritaly.com



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Meno rischi di diabete per le madri che allattano

Le donne con figli corrono un rischio maggiore di contrarre il diabete di tipo 2 rispetto a quelle che non ne hanno ma l’allattamento al seno per un periodo di almeno tre mesi diminuisce significativamente il rischio di ammalarsi. Le madri che non allattano avrebbero il 50% in più di probabilità di diventare diabetiche rispetto a chi non ha figli. Se l’allattamento si prolunga fino all’anno, la riduzione del rischio arriva a circa il 14%. Questa è la conclusione di una ricerca condotta dalla scuola di Medicina dell’università di Western Sydney su 54.000 donne e pubblicata dalla rivista Usa Diabetes Care.
La ricerca fa parte del più approfondito studio australiano sull’invecchiamento chamato ’45 and Up’ (dai 45 in su); gli studiosi hanno esaminato i questionari compilati dalle donne prese in esame valutandone gli stili di vita, la salute e altri fattori. Per la prima volta sono state incluse nella ricerca donne che non hanno avuto figli.
Visti i benefici che l’allattamento al seno offre alla salute, prevenendo anche le malattie metaboliche, l’Australian Breastfeeding Association sostiene che bisognerebbe favorirlo anche con provvedimenti relativi ai congedi per maternità.

 


Fonte: marzo 2010, Diabetes Care



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Diabetici: deficit cognitivi e ipercortisolemia mattutina

È noto che nei roditori e nell’uomo livelli elevati di glucocorticoidi si associano a un aumento del rischio di deficit cognitivi e che le persone con diabete di tipo 2 rischiano maggiormente il deterioramento cognitivo. Per studiare e confermare questo rapporto i ricercatori dell’Università di Edimburgo hanno svolto uno studio su oltre mille fra uomini e donne con diabete di tipo 2 e di età compresa fra i 60 e i 75 anni.
Dopo aver esaminato le capacità cognitive relative alla memoria, al ragionamento, alla velocità di elaborazione delle informazioni, delle funzioni esecutive e della flessibilità mentale, oltre a un ulteriore fattore chiamato ‘g’, gli studiosi hanno valutato il rapporto fra i livelli di cortisolo plasmatici registrati il mattino a digiuno, le capacità cognitive e il cambio cognitivo stimato. Suddivisi i campioni per fasce d’età, le analisi hanno evidenziato che i livelli più alti di cortisolo non erano in relazione con il ‘g’ corrente o le performance in domini cognitivi individuali bensì con un aumento del declino stimato cognitivo, nei test della memoria di lavoro e nella velocità di processamento. Le valutazioni sono state fatte non tenendo conto dell'umore, della educazione, delle variabili metaboliche e malattie cardiovascolari.
I ricercatori hanno quindi concluso che nei diabetici anziani i livelli elevati di cortisolo sono in relazione con i deficit cognitivi relativi all’età e che per migliorare il declino cognitivo di questi pazienti potrebbe essere utile applicare strategie per ridurre l’azione del cortisolo.

 


Fonte: 30 marzo 2010, Diabetes Care



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Applicazione iPhone dedicata ai diabeticio

Dal nome dello scopritore dell’insulina, Fredrick Banting, è stato tratto quello di una nuova applicazione dell’iPhone dedicato alle persone con il diabete. Bant, questo il nome dell’applicazione, è un software gratuito curato dal Toronto General Hospital, che consente di gestire e memorizzare le misurazioni dei livelli di glucosio nel sangue e aiuta facilmente a mantenere lo ‘storico’. Bant è disponibile sull’App Store italiano.

 


Fonte: 29 marzo 2010, ansa.it



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Ipocondria: le donne più degli uomini

Secondo i ricercatori del britannico Office of National Statistics (Ons) le donne sono più ipocondriache, hanno cioè più ansia di ammalarsi, rispetto agli uomini, nonostante  si ammalino di meno e vivano più a lungo. Dopo aver elaborato i risultati degli studi condotti in Inghilterra, Galles, Irlanda del Nord e Scozia i ricercatori hanno concluso che le donne lamentano più o meno gravi problemi di salute più frequentemente rispetto agli uomini anche se la loro probabilità di morire entro i cinque anni successivi è molto inferiore. Sono state studiate persone dai 35 ai 74 anni confrontando le percezioni del proprio stato di salute nel 2001 e la mortalità del campione censito dal 2001 al 2006: la conclusione è stata che le donne manifestano maggiore consapevolezza del loro stato di salute rispetto agli uomini.
Secondo Steve Field, presidente del Royal College of General Practitioners questa maggiore consapevolezza potrebbe essere ‘usata’ per spingere gli uomini a segnalare i loro problemi di salute appena insorgono. A questo proposito, Peter Baker, Chief Executive del Men’s Healt Forum, sottolinea sul sito on-line della Bbc che questo studio conferma quelli passati che avevano dimostrato che la preoccupante tendenza degli uomini a trascurare i sintomi ha portato a diagnosi di cancro o diabete più tardive rispetto a quelle delle donne. Con le conseguenti maggiori difficoltà a combattere una malattia già in fase avanzata; ed è per questa ragione che il 40% degli uomini muore prima dei 75 anni. 

 


Fonte: 29 marzo 2010, adnkronos.it



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Sedentarierà: rischio per il cuore

La sedentarietà, il lavoro prolungato alla scrivania per ore senza muoversi provoca un aumento della probabilità di ammalarsi di diabete o di malattie cardiovascolari con relativo aumento del rischio di morte precoce, questo il risultato della ricerca realizzata dal Baker IDI Heart and Diabetes Institute di Melbourne. L’effetto della sedentarietà è devastante per il metabolismo di grassi e zuccheri e non può essere migliorato da un blando esercizio fisico.
David Dunstan, l’autore della ricerca, ritiene che chi svolge una professione sedentaria e passa la maggior parte della giornata fermo al posto di lavoro e il restante mangiando e dormendo, non ha più tempo per l’esercizio fisico. Aggiunge lo studioso: «Visto che è stato già accertato che passare quattro ore al giorno davanti alla Tv aumenta del 40% il rischio di morte per malattia cardiovascolare, quale danno possono provocare otto ore al giorno alla scrivania?».
Per diminuire i danni, il dottor Dunstan raccomanda a chi svolge una professione sedentaria di muoversi anche nell’ambito del lavoro, di fare delle pause per sgranchirsi le gambe e le braccia, di comunicare di persona con il collega alzandosi anziché telefonargli, di fare le scale senza prendere l’ascensore e di andare al lavoro in bicicletta o a piedi.

 


Fonte: 29 marzo 2010, paginemediche.it



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A Cotignola Centro per il Piede Diabetico

Al Villa Maria Cecilia Hospital di Cotignola (Ravenna) il professor Luca Dalla Paola, medico chirurgo specialista in Endocrinologia e Malattie del Ricambio, sta creando con la sua équipe un Centro per la diagnosi e il trattamento del piede diabetico mettendo a frutto l’esperienza maturata ad Abano Terme, dove aveva creato un centro di importanza nazionale per la diagnosi e la cura del piede diabetico. L’obiettivo del nuovo Centro è di arrivare a 100 visite ambulatoriali al giorno e a 1.500 ricoveri all’anno.
Come spiega il professor Dalla Paola: «Il diabete cresce in modo preoccupante, ne soffre infatti il 7% della popolazione, di cui il 15% subisce le conseguenze di complicanze croniche agli arti inferiori, risolte finora con l’amputazione e le relative, gravi conseguenze sulla vita del paziente e i notevoli costi sociali. Oggi però l’amputazione non è più l’unica strada contro le infezioni che si aggrediscono invece preventivamente, evitando così l’amputazione nel 90% dei casi».
I centri specializzati nel trattamento del piede diabetico sono in Italia ancora insufficienti rispetto alla diffusione della malattia: due a Milano, uno a Pisa, uno a Roma e ora quello in nascita a Cotignola, che rimpiazza quello di Abano Terme. Il professor Dalla Paola aggiunge: «A Cotignola intendo allestire un team multidisciplinare in cui siano coinvolti diabetologi, cardiologi, chirurghi vascolari e chirurghi plastico-ricostruttivi per creare una rete virtuosa che sia in grado di fare prevenzione e ridurre i costi assistenziali».
Luca Dalla Paola, vicentino, si è laureato all’Università di Padova nel 1990 dove si è anche specializzato in Endocrinologia e Malattie del Ricambio; dal 1990 al 2006 ha prestato servizio nella Divisione di Malattie del Ricambio e Servizio di Diabetologia dell’Ospedale Regionale S.Bortolo di Vicenza; dal 1996 al 2003 è stato organizzatore e responsabile del Servizio di Endocrinologia e Malattie del Ricambio alla Casa di Cura ‘Villa Berica’ di Vicenza. Ha fondato l’Unità Operativa per il trattamento del Piede Diabetico presso il Presidio Ospedaliero di Abano Terme, della quale è stato responsabile dal 2003 al marzo 2009, quando è passato al Gruppo Villa Maria. È attualmente professore nella Scuola di specializzazione in Chirurgia Vascolare dell’Università di Bologna e membro di società italiane e internazionali che si occupano della cura del piede diabetico.

 


Fonte: 25 marzo 2010, comunicati.net



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Raddoppia il numero di diabetici in Cina

Uno studio dell’Ospedale dell’amicizia sino-giapponese di Pechino ha valutato in oltre 92 milioni i malati di diabete in Cina rivalutando di oltre il doppio le stime precedenti. Il tasso di invecchiamento della popolazione, l’urbanizzazione, il cambio degli stili alimentari e la diminuzione dell’attività fisica sono le cause dell’aumento della malattia e dell’epidemia di obesità che avrebbe colpito la popolazione urbana cinese. Il secondo Paese al mondo per numero di diabetici è l’India con oltre 51 milioni di persone affette dalla patologia.

 


Fonte: 25 marzo 2010, ansa.it



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Per la cura del diabete è meglio una vita sana

L’uso dei farmaci che abbassano il livello degli zuccheri nel sangue e tengono sotto controllo la pressione non sarebbe un metodo sicuro per evitare che il diabete si sviluppi nelle persone a rischio: questo il risultato di una ricerca effettuata dall’Università di Oxford (Gran Bretagna) e pubblicata dal ‘New England Journal of Medicine’. I ricercatori hanno osservato 9.000 pazienti di 40 Paesi in condizione di pre-diabete (cioè l’anticamera del diabete, quando si registrano nel sangue livelli di glucosio superiori alla norma ma non ancora tipici del diabete); in Gran Bretagna si trova in questa condizione il 17% delle persone fra i 35 e i 65 anni.
Gli studiosi, coordinati da Rury Holman, direttore della Diabetes Trials Unit dell’University of Oxford, osservando i risultati delle analisi hanno verificato che non si erano registrate differenze sostanziali fra i pazienti in cura con antipertensivi o farmaci che abbassano il glucosio nel sangue e i pazienti che invece avevano assunto un placebo. Entro cinque anni un terzo delle persone esaminate avevano comunque sviluppato il diabete.
Per i ricercatori uno stile di vita sano, l’alimentazione bilanciata e la perdita di peso in caso di sovrappeso prevengono l’insorgenza del diabete più efficacemente delle medicine.

 


Fonte: 18 marzo 2010, The New England Journal of Medicine



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Dai muscoli un aiuto sul controllo dei grassi

L'accumulo di grassi introdotti nell'organismo attraverso l’alimentazione espone al rischio di malattie cardiovascolari e al diabete di tipo 2: la rivista Nature ha pubblicato la ricerca dell'università svedese Karolinska Institutet che è arrivata alla conclusione che si potrebbe curare l'accumulo patologico dei grassi studiando il ruolo delle cellule muscolari nella regolazione dell'assorbimento dei grassi.
I ricercatori hanno identificato negli animali su cui sono stati effettuati gli studi il meccanismo che regola l’assorbimento da parte dei muscoli, cuore compreso, e dei vasi sanguigni degli acidi grassi contenuti in alimenti come pesce, carne latticini. Per attivare il metabolismo dei muscoli è necessario che le cellule delle pareti vascolari trasportino gli acidi grassi ma finora la funzione dei vasi sanguigni nella gestione degli acidi grassi è rimastra quasi inesplorata.
Gli studiosi hanno osservato che i livelli della proteina VEGF-B (che trasmette i segnali dai muscoli ai vasi sanguigni) sono coinvolti nel processo di regolazione del contenuto mitocondriale e i livelli energetici dei muscoli.
Il professor Ulf Eriksson, che ha guidato la ricerca ha dichiarato: «I topi cui mancava dalle pareti dei vasi sanguigni la proteina VEGF-B o i suoi recettori, avevano un assorbimento inferiore di grassi nei muscoli e nel cuore, e un minor accumulo di grassi nei diversi tessuti. Abbiamo scoperto anche che il grasso residuo si era accumulato nel tessuto adiposo bianco, provocando un lieve aumento di peso». Inoltre, ed è un dato importante per il rischio di malattie legate all'insulino-resistenza come il diabete di tipo 2 e altre malattie legate al metabolismo, si è registrato un maggiore assorbimento di zuccheri nel sangue nei topi privi della proteina VEGF-B, che quindi avevano un minore assorbimento di grassi nei muscoli. La massa a punto di nuovi trattamenti per regolare le funzioni di queste proteine nel controllo dei grassi e dei livelli di glucosio nel sangue, è lo scopo dello studio di questi meccanismi.

 


Fonte: 17 marzo 2010, lastampa.it



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"Acquolina in bocca": un rischio per i diabetici

Secondo una ricerca effettuata dalla Duke University Medical Center e pubblicata su Science Signaling, chi reagisce in maniera esagerata ai sapori o agli odori del cibo potrebbe essere affetto dalla forma più diffusa di diabete, cioè quello di tipo 2. La semplice ‘acquolina in bocca’ quindi, potrebbe costituire un segnale della presenza della malattia.
È stata studiata una mutazione del gene che codifica la molecola che aumenta il rischio di diabete di tipo 2, l'anchirina B; questa mutazione avviene quando il sistema nervoso parasimpatico aumenta un modo anormale la secrezione di insulina; il solo avvicinarsi al cibo, l'imminenza quindi di un aumento di glucosio nel sangue, induce il sistema nervoso parasimpatico ad aumentare la produzione di insulina.
Due professori di biologia cellulare, biochimica e neurobiologia dell’Howard Hughes Medical Institute, Vann Bennett e James B. Duke, hanno dichiarato di ritenere che «La risposta del parasimpatico possa essere importante nel diabete di tipo 2»; infatti i test svolti su campioni animali e umani hanno dimostrato che la molecola anchirina B, modificando gli eventi che portano il parasimpatico ad aumentare la produzione di insulina, aumenta i livelli di zucchero nel sangue.

 


Fonte: 16 marzo 2010, unita.it



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Diabete: attenzione anche alla pressione bassa

Per prevenire attacchi di cuore o ictus in pazienti con diabete di tipo 2 e patologie cardiache o cardiovascolari fino a oggi si è cercato di mantenere bassa a tutti i costi la pressione arteriosa ma questo potrebbe aumentare i rischi che si vorrebbero prevenire, secondo una studio dell'Università della Florida. I risultati della ricerca sono stati presentati dalla dottoressa Rhonda Cooper-DeHoff, professore in Farmacia e Medicina presso l'University of Florida, all'annuale congresso dell'American College of Cardiology che si è tenuto ad Atlanta (Stati Uniti).
Secondo i ricercatori la pressione troppo alta è pericolosa ma in questi pazienti anche quella troppo bassa lo è; la dottoressa Cooper-DeHoff ritiene che la pressione sistolica dei pazienti affetti da diabete e malattie coronariche dovrebbe essere portata almeno a 120, considerando i livelli più salutari quelli tra 130 e 140. L’American Heart Association definisce ‘normale’ la pressione sistolica inferiore a 120 e quella diastolica inferiore a 89: fra i malati di diabete - che nel 60% degli adulti hanno la pressione sanguigna alta - se questa supera i 140 aumenta del 50% il rischio di malattie cardiovascolari.
I pazienti diabetici con malattia coronarica studiati però, non hanno tratto vantaggio dall'abbassamento della pressione arteriosa sistolica al di sotto dei 115 in quanto hanno avuto lo stesso aumento del rischio rispetto a quelli che l’hanno mantenuta fra 130 e meno di 140. Lo studio International Verapamil SR-Trandolapril (INVEST) suggerisce che l'intervallo considerato normale per gli americani sani, può in realtà essere rischioso per quelli con una diagnosi combinata di diabete e malattia coronarica.
La dottoressa Cooper-DeHoff ha sottolineato: «I medici hanno sempre seguito le linee guida dell'American Heart Association riguardo la pressione arteriosa, ritenendo che una tendenza verso il basso fosse la scelta migliore per il paziente ma i nostri dati suggeriscono che nei pazienti con diabete e malattia coronarica, vi è una soglia per la pressione sanguigna al di sotto della quale aumenta il rischio cardiovascolare». 

 


Fonte: 16 marzo 2010, lastampa.it



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Un antidepressivo per prevenire il diabete

NAVIGATOR (Nateglinide and Valsartan in Impaired Glucose Tolerance Outcomes Research) è uno studio che ha coinvolto oltre 9.000 pazienti e il primo a livello internazionale che ha evidenziato che l’antipertensivo valsartan è efficace nel ritardare l’insorgenza di nuovi casi di diabete di tipo 2 in pazienti con patologie cardiovascolari e in condizione pre-diabetica, cioè che presentano fattori di rischio e ridotta tolleranza al glucosio. I risultati dello studio sono stati presentati all’American College of Cardiology di Atlanta (Stati Uniti) e pubblicati sul ‘New England Journal of Medicine’.
Sono stati studiati i pazienti con patologie cardiovascolari e ridotta tolleranza al glucosio che per almeno cinque anni hanno aggiunto valsartan alla consueta terapia e hanno cambiato il loro stile di vita, basandolo su regolare esercizio fisico e dieta sana: fra questi pazienti si è registrata una riduzione del rischio d’incidenza del diabete del 14% rispetto a quelli che non avevano assunto valsartan. Il dottor Robert Califf cardiologo del Duke University Medical Center di Durham, in North Carolina (Stati Uniti) e direttore dell’Istituto di Medicina Traslazionale ha dichiarato: «Obesità e ipertensione sono problemi di salute globali; molti di questi pazienti hanno problemi di ridotta tolleranza al glucosio e vanno quindi incontro a maggiori rischi di sviluppare il diabete di tipo 2 e patologie cardiovascolari».
Valsartan è un farmaco indicato per l’ipertensione, contro lo scompenso cardiaco e per il trattamento post-infarto dei pazienti

 


Fonte: 14 marzo 2010, The New England Journal of Medicine



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Uno stile di vita sano aiuta più dei farmaci a ridurre il rischio diabete

Per i pazienti considerati a rischio diabete la prevenzione migliore sarebbe quella di adottare uno stile di vita sano invece di assumere farmaci per tenere sotto controllo pressione e glicemia. È questa la conclusione a cui sono giunti i ricercatori della Diabetes Trials Unit dell’Università di Oxford, in Gran Bretagna, dopo aver condotto uno studio che ha coinvolto circa 9mila pazienti provenienti da 40 Paesi diversi.
I partecipanti reclutati erano tutti affetti da pre-diabete, condizione caratterizzata da livelli di glucosio nel sangue superiori alla norma (anche se non tanto elevati da determinare un diabete conclamato) e da elevati livelli di insulina nell'organismo.
Questa condizione è molto diffusa, tanto che solo in Gran Bretagna interessa il 17% delle persone di età compresa tra i 35 e i 65 anni di età.
Dai risultati della ricerca è emerso che tra il gruppo di soggetti a cui sono stati somministrati farmaci contro l’ipertensione o l'iperglicemia e il gruppo di soggetti a cui sono stati dati dei placebo non esistono differenze significative nella riduzione del rischio di diventare diabetici di tipo 2, poiché in media circa un terzo delle persone sviluppava comunque la malattia.
Secondo i ricercatori possono invece essere raggiunti risultati di gran lunga migliori semplicemente adottando uno stile di vita sano e perdendo grasso corporeo se i problemi di ipertensione e iperglicemia sono provocati da obesità o peso in eccesso.

 


Fonte: 13 marzo 2010, New England Journal of Medicine



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Curare il diabete gestazionale previene danni al bebé

Sebbene la letteratura scientifica offra prove evidenti circa l'associazione positiva esistente tra cura del diabete gestazionale e diminuzione dei rischi per il neonato, non è ancora stata chiarita la relazione il diabete della madre ed eventuali danni al feto.
A tal proposito è stato condotto uno studio che ha coinvolto 958 donne con una forma lieve di diabete gestazionale, stabilito utilizzando come indicatori la glicemia basale inferiore a 95 mg/dl e il carico orale di glucosio patologico.
Una parte delle partecipanti è stata assegnata al gruppo sperimentale, a cui veniva fornito un trattamento per il diabete composto da consigli degli esperti, monitoraggio della glicemia fino all’utilizzo dell'insulina quando ritenuto necessario. Le restanti donne sono invece state assegnate al gruppo di controllo, in cui veniva mantenuta la gestione standard della gravidanza.
I risultati hanno mostrato che l'incidenza della mortalità perinatale e delle complicanze associate all'iperglicemia per il neonato era simile in entrambi i gruppi. Tuttavia nel gruppo che era stato sottoposto a trattamento per il diabete i neonati avevano un peso inferiore alla nascita rispetto al gruppo di controllo (in media 3.3 kg contro 3.4 kg), il ricorso a parto cesareo era inferiore (27% contro 34% del gruppo senza trattamento) e ipertensione e preeclampsia si verificavano con minor frequenza (nel 9% dei casi contro il 14% del gruppo di controllo).
Curare il diabete gestazionale, quindi, non solo protegge la madre da un’eventuale insorgenza di diabete di tipo 2 ma riduce il rischio di danni al neonato.

 


Fonte: 11 marzo 2010, New England Journal of Medicine



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Un caffè a pranzo riduce rischio diabete tipo 2

Secondo i risultati di uno studio condotto presso l’Università di San Paolo bere caffè all’ora di pranzo aiuta a ridurre il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.
La ricerca ha coinvolto 69.532 donne francesi tra i 41 e i 72 anni non diabetiche alle quali è stato chiesto di compilare un questionario relativo alle abitudini alimentari tra il 1993 e il 1995. Il follow-up condotto dopo 11 anni ha mostrato l’insorgenza di 1415 casi di diabete di tipo 2, stabilendo una correlazione inversamente proporzionale tra il rischio di diabete e la quantità di caffè consumato in un giorno e dimostrando che le donne che consumavano una tazza di caffè all’ora di pranzo avevano il 33% in meno di probabilità di diventare diabetiche rispetto a coloro che non bevevano mai caffè. Lo stesso beneficio è stato osservato anche nelle donne che sceglievano il caffè decaffeinato, sia zuccherato che amaro, ma sempre se consumato all’ora di pranzo.
Saranno comunque necessari ulteriori studi per capire le ragioni per le quali il caffè abbia effetti positivi sulla riduzione del rischio diabete solo se assunto a mezzogiorno e non in altri momenti della giornata.

 


Fonte: 9 marzo 2010, American Journal of Clinical Nutrition



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Privilegiare cereali integrali per combattere il diabete

Alla conferenza dell'American Heart Association Nutrition, Physical Activity and Metabolism che si è tenuta nei giorni scorsi a San Francisco (USA) sono stati presentati i risultati di una ricerca della Harvard School of Public Health di Boston coordinata dal dottor Qi Sun. Durante la ricerca sono stati osservati a intervalli regolari di due-quattro anni quasi 160.000 donne e circa 40.000 uomini, che all'inizio dello studio non soffrivano di malattie cardiovascolari o diabete o cancro; è stata presa in esame la loro dieta e in particolare l’assunzione di riso integrale o bianco, raffinato.
Fra chi mangiava cinque o più porzioni di riso bianco a settimana è stato riscontrato un aumento del rischio di diabete di tipo 2 del 17% rispetto a coloro che ne mangiavano meno di una porzione al mese.
Fra chi invece mangiava due o più porzioni di riso integrale a settimana la percentuale di rischio è stata dell'11% maggiore rispetto a chi ne mangiava meno.
Quindi per diminuire significativamente il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 potrebbe bastare sostituire i cereali integrali a quelli raffinati, come ha dichiarato il dottor Qi Sun: «La sostituzione di 50 grammi al giorno di riso bianco con la stessa quantità del tipo integrale abbiamo stimato che si associ a un rischio di diabete di tipo 2 del 16% più basso; sostituendo il riso bianco con cereali integrali il rischio è del 36% più basso».

 


Fonte: 5 marzo 2010, lastampa.it



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Ridurre il grasso nel sangue per curare il diabete e malattie cardiovascolari

È stato individuato un nuovo metodo per ridurre il livello dei grassi nel sangue manipolando un enzima. Nel corso di esperimenti effettuati su cavie, i ricercatori dell’Università di Alberta (Canada) coordinati dal dottor Richard Lehner, hanno scoperto che diminuendo l'attività dell'enzima Tgh (Triacilglicerolo Idrolasi) si ottengono risultati significativi per abbassare la quantità di grasso nel sangue e migliorare il metabolismo del glucosio.
È stato anche rilevato come le cellule beta del pancreas (che producono insulina) risultassero protette dalla diminuzione o dall'assenza dell'enzima Tgh, contrastando così lo sviluppo del diabete soprattutto fra gli obesi. Inoltre, chi aveva scarso o assente l'enzima bruciava più facilmente i grassi ed era più incline all’attività fisica.
Lo studio dei ricercatori canadesi - pubblicato su Cell Metabolism - conferma che l'eccesso di grasso corporeo e l'obesità (purtroppo in continuo aumento) inducono complicanze come diabete e malattie cardiovascolari; in futuro, secondo il dottor Lehner, questa scoperta potrà consentire la produzione di nuovi farmaci.

 


Fonte: 4 marzo 2010, Enhui Wei, Yassine Ben Ali, James Lyon, Huajin Wang, Randy Nelson, Vernon W. Dolinsky, Jason R.B. Dyck, Grant Mitchell, Gregory S. Korbutt, Richard Lehner "Loss of TGH/Ces3 in Mice Decreases Blood Lipids, Improves Glucose Tolerance, and Increases Energy Expenditure", Cell Metabolism 2010, DOI: 10.1016/j.cmet.2010.02.005



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Legame tra celiachia e diabete di tipo 1

L’insorgenza della celiachia potrebbe essere determinata da disturbi del sistema immunitario e avrebbe anche relazioni con il diabete di tipo 1 e l’artrite reumatoide.
Questo è l’annuncio pubblicato su Nature Genetics da un gruppo di ricercatori internazionali che hanno condotto uno studio sulla celiachia, malattia autoimmune a carico dell’intestino. I risultati potrebbero consentire la messa a punto di nuovi trattamenti farmacologici. David Heel dell'Istituto Barts and the London School of Medicine and Dentistry (Gran Bretagna) che ha partecipato alla ricerca ha dichiarato: «Ora abbiamo la possibilità di comprendere determinati disturbi immunitari che portano all'insorgenza della celiachia. Tra questi il modo in cui le cellule T reagiscono alle proteine tossiche del frumento, il modo in cui durante l'infanzia la ghiandola timo elimina queste stesse cellule e il modo in cui l'organismo reagisce alle infezioni virali. Molti di questi fattori di rischio di natura genetica alterano la quantità di questi geni del sistema immunitario prodotti dalle cellule. Dai risultati della ricerca si può anche supporre che la celiachia sia causata da centinaia di fattori di rischio di natura genetica e al momento siamo in grado di intuirne circa la metà».
La cieliachia è provocata dall'intolleranza al glutine, sostanza presente in vari cereali come frumento, orzo e segale e causa la riduzione dell'assorbimento delle sostanze nutritive; è abbastanza diffusa: in Europa e negli Stati Uniti colpisce circa una persona su 300. La malattia può insorgere fin dallo svezzamento, quando i neonati iniziano ad assumere alimenti a base di cereali; gonfiore addominale, stitichezza e astenia sono tra i sintomi principali ma la celiachia è anche associata ad alcuni problemi della tiroide e alla rettocolite ulcerosa, patologia infiammatoria dell'intestino. A lungo andare, e se non è diagnosticata e curata, può causare anemia, calo ponderale, la sindrome da stanchezza cronica e l’atrofia ossea. I malati di celiachia traggono beneficio dall'eliminazione dalla loro alimentazione di tutti i prodotti contenenti glutine, come pane e pasta.

 


Fonte: 4 marzo 2010, salute.agi.it



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'Calzini tecnologici' per la cura del piede diabetico

Il ‘piede diabetico’ è una complicanza del diabete che comporta per i piedi del malato ulcere e tagli che si infettano facilmente e sono curabili con difficoltà, lunghe sofferenze e che possono portare all'amputazione. Questa complicanza è causata dalla cattiva circolazione periferica di cui soffrono i diabetici i cui tessuti sono quindi scarsamente ossigenati nelle estremità.
Studi clinici effettuati dall'Università del Texas, a Dallas, hanno dimostrato che gli zeoliti, minerali di origine vulcanica molto porosi, possono aiutare se messi a contatto della pelle in quanto rilasciano ossido nitrico.
Sono stati quindi realizzati dei ‘calzini tecnologici’ che possono sostituire le consuete cure a base di pomate antibiotiche e garze in quanto evitano le ferite provocate dalle normali calze e dalle scarpe. Semplici ‘calzini’ quindi, possono migliorare la qualità della vita delle persone diabetiche.

 


Fonte: 4 marzo 2010, farmacia.it



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Malattie cardiovascolari: il rischio si valuta più accuratamente con l’HbA1c

L’emoglobina glicata (HbA1c) è un indicatore più accurato nel predire le malattie cardiovascolari rispetto al valore della glicemia a digiuno (FPG): lo sostengono i ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, USA, dopo aver paragonato i due metodi misurando sia l'HbA1c che la glicemia a digiuno su 11.092 campioni di sangue provenienti da individui adulti che avevano partecipato allo studio Atherosclerosis Risk in Communities (ARIC) condotto tra il 1990 e il 1992.
I pazienti sono stati seguiti per un periodo di 14 anni, valutando l’incidenza nel gruppo di diabete, patologie cardiovascolari (infarto e malattia coronarica) e decessi.
I ricercatori hanno notato che livelli di HbA1c pari a 5.5–6.0%, 6.0–6.5%, e 6.5% o più aumentavano rispettivamente di 1.86, 4.48, e 16.47volte il rischio di diabete di tipo 2 e questi valori venivano confermati dalla previsione fatta utilizzando il valore del FPG.
Per quanto riguarda il le patologie cardiovascolare invece gli stessi valori di HbA1c predicevano un rischio diverso rispetto a rispetto all’utilizzo del FPG.
In particolare secondo i ricercatori l’emoglobina glicata è risultata un indicatore  migliore nello stabilire del rischio di incorrere in disturbi all’apparato cardiovascolare a lungo termine, in particolare per valori superiori al 6%.

 


Fonte: 4 marzo 2010, New England Journal of Medicine; 362: 800–811



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Donne diabetiche: in gravidanza carenza di ferro può aumentare livello HbA1c

I risultati di uno studio condotto press il Kinki Central Hospital di Hyogo, in Giappone, indicano che le donne diabetiche nell’ultimo periodo di gravidanza hanno un livello elevato di emoglobina glicata (HbA1c) ma non alti livelli di albumina glicata, probabilmente a causa di una mancanza di ferro nell’organismo.
Hanno preso parte allo studio 17 donne diabetiche di circa 30 anni tra la 20esima e la 35esima settimana di gravidanza. I ricercatori hanno osservato un livello di emoglobina glicata in media più elevato nelle pazienti più vicine al termine della gravidanza. Sempre nel periodo conclusivo della gestazione i ricercatori riscontravano delle donne una significativa riduzione dell’emoglobina corpuscolare media, della saturazione di ferritina e transferrina e dell’albumina glicata.
Basandosi su questi risultati gli studiosi hanno concluso che le donne in gravidanza, diabetiche e non, devono ricordarsi che nell’ultimo periodo della gestazione rischiano di sviluppare mancanza di ferro e aumento dell’emoglobina glicata. Per contro il livello dell’albumina glicata non viene influenzato dalla carenza di ferro e può quindi rivelarsi un indicatore adeguato per il monitoraggio del controllo glicemico in gravidanza.

 


Fonte: 4 marzo 2010, Diabetes Care; 33: 509–511



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Lotta all'obesità con buona alimentazione

‘Una buona alimentazione parte anche da una buona comunicazione’ è il titolo significativo del convegno organizzato dall’Associazione per lo studio e la ricerca sui Disordini Alimentari e l’Obesita’ (Adao) a Roma, durante il quale è stato presentato un disegno di legge a tutela delle persone affette da obesità grave, il primo in Europa così completo.
L’obesità affligge 4 milioni di italiani cioè l’11% (10,5% gli uomini, 9,1% le donne), con un aumento del 25% negli ultimi 15 anni; sono in sovrappeso il 42,5% degli uomini e il 26% delle donne, in maggioranza al sud. Gli over 40 sono più a rischio ma l’obesità infantile è in continuo aumento.
Il disegno di legge è stato presentato alla Commissione Igiene e Sanità del Senato - all’esame in questi giorni - dal senatore Mauro Cutrufo, vicesindaco di Roma e condiviso dal senatore Antonio Tomassini, presidente della commissione Igiene e Sanità del Senato. Il ddl affronta tutti gli aspetti della questione, dai trasporti ai ricoveri negli ospedali dove, per esempio, la maggior parte dei lettini regge fino a un massimo di 150 kg.
Il senatore Cutrufo ha dichiarato «Per la prima volta si affronta a livello legislativo un problema che affligge l’11% degli italiani e che è in preoccupante aumento, anche fra i bambini; di questo passo nel 2025 il tasso di obesità negli adulti aumenterà del 43%».
Per il senatore Antonio Tomassini «La lotta all’obesità non è una questione di moda ma si tratta di combattere una vera e propria patologia, legata all’aspettativa di vita delle persone: è infatti la prima causa di morte tra i 12 e i 25 anni e tra le principali cause di suicidio. Per questo bisogna fare prevenzione e indagare sul vero cuore del problema, i disturbi del comportamento alimentare. Gli obesi gravi non sono ancora riconosciuti come malati: in Italia i centri di accoglienza sono solo 18. Alla base del ddl ci sono prevenzione e ricerca per aprire un cammino di speranza a queste persone, spesso condannate all’isolamento sociale».
Il senatore Cutrufo ha concluso: «Il ddl dovrebbe superare l’esame di Palazzo Madama prima di Pasqua o subito dopo, per avere prima di giugno di quest’anno l&'approvazione di una legge che sarà esempio di civiltà».

 


Fonte: 3 marzo 2010, portal.federsanita.it



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Diabetici tipo 2: iperglicemia aumenta rischio cancro

La presenza di iperglicemia sembra essere un fattore di rischio del cancro nei pazienti diabetici cinesi mentre l’utilizzo di insulina in questi individui è stato associato a una riduzione del rischio.
I ricercatori della Chinese University di Hong Kong hanno reclutato 973 pazienti che utilizzano da poco tempo l’insulina e 971 pazienti che invece non assumono insulina scegliendoli in una coorte di 4623 pazienti con diabete di tipo 2 di età media pari a 57 anni. Tutti i pazienti selezionati per partecipare alla ricerca avevano il diabete in media da 5 anni, non avevano precedenti episodi di cancro né avevano mai assunto insulina prima di essere coinvolti nello studio.
I risultati hanno mostrato che l’incidenza del cancro era significativamente più bassa nel gruppo di pazienti che utilizzavano insulina rispetto a coloro che non ne facevano uso (10.2‰ contro 49.2‰ rispettivamente).
Questi dati riaffermano l’importanza per le persone affette da diabete di tipo 2 di controllare l’iperglicemia per prevenire conseguenze cliniche spiacevoli, come ad esempio il cancro.

 


Fonte: 3 marzo 2010, Diabetes; Advance online publication



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Identificati i fattori di rischio per disfunzione diastolica in pazienti diabetici

L’inattività fisica e il livello di glucosio nel sangue possono predire il rischio di disfunzione diastolica asintomatica, una patologia che interessa con maggior frequenza i pazienti appartenenti a minoranze etniche che sono stati di recente diagnosticati diabetici di tipo 2.
I ricercatori del Rush University Medical Center di Chicago hanno arruolato 126 pazienti con età media pari a 45 anni a cui era stato di recente diagnosticato il diabete di tipo 2 per stabilire la prevalenza della disfunzione diastolica e dei suoi fattori predittivi.
Il campione era composto per il 31% da Afro-Americani, per il 46% da Ispanici e per il 23% da persone appartenenti ad altri gruppi etnici. Il 60% dei partecipanti era obeso, il 50% dichiarava di non fare alcuna attività fisica mentre tutti soffrivano di sindrome metabolica (con tre o più sintomi relativi a questa patologia, tra cui ipertensione, iperglicemia, obesità addominale, trigliceridi alti e basso livello di lipoproteina ad alta densità). I ricercatori hanno riscontrato la presenza della disfunzione diastolica nel 51% dei soggetti osservati, associando inoltre l’inattività fisica a una precoce insorgenza della patologia e un alto livello di glucosio a un’insorgenza tardiva.

 


Fonte: 3 marzo 2010, Diabetes Research and Clinical Practice; Advance online publication



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Nuovi criteri diagnostici per determinare il rischio di diabete gestazionale

I criteri diagnostici per il diabete mellito gestazionale dovrebbero essere più rigorosi e più donne dovrebbero essere sottoposte a controlli: questo è quanto emerge dalle raccomandazioni della New International Association of Diabetes and Pregnancy Study Group (IADPSG), che si basano principalmente sui risultati dell’HAPO (Hyperglycemia and Adverse Pregnancy Outcome), uno studio che aveva lo scopo di chiarire l’associazione tra i livelli di glucosio materno che risultavano inferiori rispetto a quelli che emergevano da una diagnosi di diabete con risultati perinatali.
Lo studio ha coinvolto circa 25.000 donne incinte alle quali è stato effettuato nel terzo mese di gravidanza un test di tolleranza al glucosio con somministrazione orale di una soluzione di 75 grammi di glucosio. Questo ha portato a determinare nuove soglie per la diagnosi del diabete mellito gestazionale: si tratta di soglie inferiori rispetto a quelle utilizzate in precedenza per determinare il valore del plasma glucosio a digiuno, a 1 ora e a 2 ore e che sono, rispettivamente, 92, 180 e 153 mg/dl.
Secondo i nuovi valori proposti da questo studio il 16% delle donne in gravidanza risulterebbe affetta da diabete gestazionale, mentre con le misurazioni basate sulle precedenti soglie solo il 5-8% risultava affetta da questa patologia.
Modificare i criteri diagnostici dovrebbe rivelarsi utile anche per ridurre gli effetti collaterali dell’iperglicemia, come ad esempio la pre-eclampsia, parto cesareo o pre-termine.
La IADPSG consiglia quindi che le donne che risultano a rischio diabete gestazionale sulla base delle nuove soglie di plasma glucosio vengano sottoposte ad accertamenti già a partire dalla prima visita prenatale.

 


Fonte: 2 marzo 2010, Diabetes Care, 2 marzo 2010; 33: 676–682



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Esposizione ad agenti inquinanti aumenta rischio diabete

L’esposizione a inquinanti ambientali aumenta il rischio di diventare prediabetici e di sviluppare il diabete di tipo 2, questa è quanto sostenuto da un gruppo di ricercatori della Slovak Academy of Sciences di Bratislava.
Gli esperti sono giunti a questa conclusione in seguito a uno studio che ha coinvolto 2047 persone che nel corso dei 40 anni precedenti erano stati esposti ad alti livelli di inquinamento agricolo o industriale.
Esaminando i livelli relativi a cinque agenti inquinanti (PCBs, DDE, DDT, HCB, e β-HCH) i ricercatori hanno notato che gli individui che risultavano avere un livello maggiore di queste sostanze nel corpo erano esposti a un rischio più elevato di diventare prediabetici e diabetici di tipo 2.
In definitiva i soggetti con alti livelli di agenti inquinanti mostravano un rischio di prediabete triplo e di diabete di tipo 2 addirittura di sei volte superiore rispetto a coloro che avevano bassa concentrazione di elementi inquinanti nell’organismo.
Secondo i ricercatori è quindi possibile che gli inquinanti industriali e agricoli possano influenzare la prevalenza di prediabete e di diabete tipo 2.

 


Fonte: 1 marzo 2010, Diabetologia; Advance online publication



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Febbraio 2010

Presidi al ribasso, il no delle associazioni dei malati

La gara bandita dalle Asl di Varese - e successivamente da altre Asl lombarde come Pavia, Cremona e Milano - per la fornitura di strumenti fondamentali di diagnosi e cura del diabete sta destando scalpore tra le associazioni dei malati. La fornitura riguarda aghi pungi dito, microinfusori, aghi, siringhe, strumenti per diagnosticare il tasso di glicemia nel sangue, strisce reattive, tutti presidi fondamentali per i malati di diabete e forniti gratuitamente dalla Sanità pubblica. L'intenzione delle Asl lombarde è in contrasto con le raccomandazioni dell'Associazione Medici Diabetologi (Amd), della Società Italiana di Diabetologia (Sid), della Società Italiana di Medicina Generale (Simg) e con tutte le leggi, i decreti e le circolari regionali che tutelano i malati di diabete.
Il criterio di aggiudicazione della gara non è la qualità dei materiali ma solo il prezzo più basso. Le aziende vincitrici si assicureranno per quattro anni (prorogabili per altri sei mesi) la fornitura esclusiva degli strumenti, togliendo così ai pazienti la possibilità di disporre di quelli più aggiornati o più affidabili che fossero successivamente messi sul mercato.
Antonio Cabras, Presidente della Federazione Nazionale Diabete Giovanile spiega che «Rischiamo di trovarci di fronte a strumenti provenienti da paesi dall'area asiatica che non adottano criteri di controllo compatibili con i nostri e di aprire la strada alla discriminazione tra chi potrà acquistare i presidi migliori e chi non avrà il denaro per farlo. Si può prevedere un grande disagio e un peggioramento dell'autogestione del diabete, i bambini non potranno più scegliere l'ago meno doloroso e si assisterà a un aumento di ricoveri e complicanze».
Meno di un anno fa, il 9 luglio 2009, è stato siglato a Roma, in Senato, il Manifesto dei Diritti delle Persone con Diabete, che afferma la libertà nella scelta dei presidi, condivisa tra paziente e medico, per l'ottenimento di prestazioni più efficaci e moderne.

 


Fonte: 23 febbraio 2010, asca.it



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Dalla pasta un aiuto per cardiopatie e diabete

Il 26 aprile, nel corso di PastaTrend, il primo salone interamente dedicato alla pasta, saranno presentati i risultati del progetto 'Healthgrain' (Exploiting bioactivity of European cereal grains for improved nutrition and health benefits) creato allo scopo di condurre ricerche avanzate sui composti di frumento integrale che proteggono la salute e comprendere le attese e gli atteggiamenti dei consumatori. Il progetto è stato finanziato dall'Unione Europea con oltre 10 milioni di euro e vi hanno partecipato 40 organizzazioni di 15 paesi europei.
Obiettivo del progetto è l'aumento del benessere e la riduzione del rischio di malattie legate al metabolismo, evidenziando come la pasta di frumento integrale, per il suo maggiore contenuto di fibre, vitamine e minerali, rappresenti un valido aiuto nella prevenzione del diabete di tipo 2 e delle cardiopatie. Anche l'assunzione di fibre alimentari di cereali può proteggere dalle malattie croniche spesso legate alla sedentarietà.
Alfio Amato, dell’Unità Operativa di Angiologia e Malattie della Coagulazione ‘Marino Golinelli’ del Policlinico Universitario S.Orsola-Malpighi di Bologna ha dichiarato che "se la dieta mediterranea in senso lato è riconosciuta come un metodo di prevenzione delle patologie cardiovascolari, nella popolazione più vasta e in particolare nei soggetti a rischio vascolare già noto, la predilezione per la pasta nella dieta quotidiana determina una riduzione sia della presenza che dello sviluppo delle lesioni vascolari maggiori documentabili con diagnostica a ultrasuoni".
PastaTrend si terrà a Bologna Fiere dal 24 al 27 aprile.

 


Fonte: 23 febbraio 2010, agi.it



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In Italia su 6 milioni colpiti da diabete, un milione non lo sa

Un italiano su tre, oltre i 40 anni è a rischio di diabete, malattia subdola che danneggia l’organismo senza sintomi iniziali, questo è uno dei dati emersi dal convegno 'Fermare il diabete: una sfida per la Sanità e le Istituzioni', promosso dall'Osservatorio Sanità e Salute, che si è tenuto nei giorni scorsi a Roma.
In tutta Italia, uniformemente, il malato di diabete deve avere garantiti dal Servizio Sanitario Nazionale diagnosi precoci e trattamenti adeguati e tempestivi che gli consentano una vita normale e prevengano le conseguenze della malattia (malattie cardiovascolari, cecità, amputazioni, dialisi).
Pietro Folino Gallo, dirigente dell'ufficio coordinamento Osmed (Osservatorio sull'impiego dei Medicinali) dell'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa))  ricorda che «Dall'insorgenza del diabete alla sua diagnosi e cura passano 5-6 anni: si tratta di una malattia subdola per cui il medico di famiglia ha il ruolo di prima sentinella sul territorio».
Antonio Tomassini, presidente della XII Commissione permanente Igiene e Sanità del Senato evidenzia che «A ostacolare l'azione per migliorare il trattamento c'è soprattutto la burocrazia asfissiante, che causa anche notevoli sprechi. Basti pensare che la spesa per le strisce reattive diagnostiche supera di un terzo quella per curare il diabete. L'attenzione ai costi, insomma, a volte rischia di generare mostri. È stato segnalato il caso di Asl che sostituiscono la terapia biotech dei pazienti con prodotti 'equivalenti' ma nel caso di questi farmaci è rischioso modificare il trattamento».
Emanuela Baio Dossi, membro della XII Commissione permanente Igiene e Sanità e della Commissione parlamentare per l'Infanzia segnala «La disparità di trattamento fra le Regioni e le lacune abissali. Bisogna lavorare insieme per promuovere la ricerca sulle cause della malattia e investire risorse pubbliche in questo settore in modo che i malati possano condurre una vita normale».
In Italia, nei primi 11 mesi del 2009 sono stati spesi 519 milioni di euro per gli antidiabetici, di cui 246 milioni per forme orali e 273 milioni per le insuline.

 


Fonte: 23 febbraio 2010, adnkronos.com



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Con diabete di tipo 1 il fattore di crescita dell'endotelio vascolare predice rischio patologie cardiovascolari

Bambini e adolescenti con diabete di tipo 1 e alti livelli del fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF) sono esposti a un rischio maggiore di malattie cardiovascolari (CVD).
In concomitanza con l’aumento dell’incidenza del diabete, si è registrato un incremento di complicazioni vascolari collegate alla malattia, e questo vale sia nel caso del diabete di tipo 2 che nel diabete di tipo 1.
Poiché il VEGF viene considerato come un indicatore per valutare il danno al tessuto vascolare, un gruppo di ricercatori del Medical University of Gdansk, in Polonia, hanno coinvolto 105 bambini e adolescenti di circa 16 anni e mezzo affetti da diabete di tipo 1 per stabilire il valore del VEGF che possa indicare un maggiore rischio di disturbi cardiovascolari.
I risultati dello studio hanno mostrato livelli significativamente più alti di VEGF nei ragazzi che avevano microalbuminuria o retinopatia diabetica e ipertensione, mentre se era presente una condizione di microalbuminuria o retinopatia ma non ipertensione i ragazzi avevano un livello di VEGF intermedio tra quelli con ipertensione e quelli senza microalbuminuria e retinopatia.
Un'analisi più approfondita ha dimostrato che pressione sistolica, emoglobina glicata e durata del diabete influenzano indipendentemente il valore del VEGF.
Alla luce di questi risultati sarebbe indispensabile utilizzare il livello di VEGF come un marcatore del rischio di complicanze cardiache in giovani diabetici di tipo 1.

 


Fonte: 18 febbraio 2010, Journal of Human Hypertension



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"Angelo custode" hi-tech per diabetici

È stato presentato nei giorni scorsi al Senato un dispositivo elettromeccanico che avvisa il paziente diabetico in caso di calo eccessivo degli zuccheri; grande come un piccolo cellulare, controlla automaticamente i livelli di glucosio quasi trecento volte al giorno, in continuazione, anche durante il sonno. Gli oltre 200.000 malati di diabete di tipo 1 di tutte le età potranno avere così la sicurezza di non cadere nelle crisi ipoglicemiche che sono causa di perdita di conoscenza, convulsioni e anche di morte.
Il microinfusore, una specie di pancreas artificiale, arresta automaticamente per due ore l'infusione di insulina quando si accorge che il livello degli zuccheri sta scendendo sotto il livello di guardia e con un segnale acustico avvisa il paziente.
Oltre 50 paesi hanno approvato il dispositivo che in Italia è in uso su oltre 100 pazienti e presente in più di 200 centri per la diabetologia.

 


Fonte: 17 febbraio 2010, ansa.it



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Rischio diabete in gravidanza: un aiuto dai probiotici

Il British Journal of Nutrition ha pubblicato i risultati di uno studio condotto dal dottor Raakel Luoto dell’Università di Turku (Finlandia) secondo cui il problema di tante gestanti di avere elevati livelli di zucchero nel sangue - il diabete gestazionale - può essere risolto dall’uso di probiotoci che potrebbero ridurlo del 20%. Questa misura precauzionale preserverebbe la madre dal rischio di sviluppare dopo il parto il diabete di tipo 2 e il nascituro da quello di incorrere nell'obesità infantile e successivamente anche nel diabete.
Lo studio è stato condotto su oltre 200 donne e ha dimostrato che la buona salute della flora microbica intestinale di mamma e bimbo può essere ottenuta con un'alimentazione equilibrata durante la gravidanza e l'allattamento e che i suoi benefici si potranno prolungare nel tempo. Inoltre, l'uso di probiotici non ha avuto effetti nocivi e non ha influito sulla durata delle gravidanze. Il dottor Luoto ha dichiarato che «Secondo le attuali conoscenze, un'attenta dieta perinatale e l’assunzione di probiotici potrebbero rappresentare uno strumento efficace ed economico per affrontare l'attuale epidemia di obesità».

 


Fonte: 17 febbraio 2010, lastampa.it



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Diabetici interrompono la cura a base di metformina per il cattivo odore del farmaco

Il cattivo odore della metformina potrebbe essere l’elemento responsabile per l’interruzione della terapia da parte di molti pazienti con diabete di tipo 2.
Un team di ricercatori del Medical College of Georgia, USA, hanno riportato due casi di uomini che sostenevano di aver interrotto l’assunzione della metformina a causa del suo odore simile a quello del pesce che li nauseava.
Facendo una ricerca in letteratura i ricercatori non hanno trovato nessun articolo che menzionasse gli aspetti sgradevoli della metformina. Al contrario, navigando su internet i ricercatori hanno rintracciato centinaia di messaggi lasciati da utenti che lamentavano un odore forte e sgradevole del farmaco. Uno studio informale su un gruppo ristretto di farmacisti ha inoltre confermato che anch’essi sarebbero in grado di riconoscere il farmaco solo annusandolo proprio a causa del suo caratteristico odore.
È probabile che non esistano contributi scientifici che parlano di questo “effetto collaterale” come causa di un’interruzione precoce  del trattamento perché quando i pazienti dicono al medico di provare nausea in concomitanza con l’assunzione del farmaco i medici non pensino all’odore della metformina ma a un effetto di tipo gastrico-intestinale.

 


Fonte: 16 febbraio 2010, Annals of Internal Medicine



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Prevenire fin da bambini per non morire da giovani adulti

Obesità, intolleranza al glucosio e ipertensione nei bambini sono fattori predittivi di un  rischio di mortalità prematura in età adulta. Un’equipe di ricercatori svedesi ha reclutato 4857 bambini con età media pari a 11.3 anni, misurandone indice di massa corporea (BMI), tolleranza al glucosio, pressione sanguigna e livelli di colesterolo. Dopo un periodo di osservazione durato quasi 24 anni gli studiosi hanno rilevato 559 casi di morte prematura (prima dei 55 anni) di cui 166 provocate da cause endogene, intese come malattie o danni auto-inflitti, come ad esempio intossicazione da abuso di alcol o utilizzo di droghe.
Tra coloro che erano morti prematuramente per altre cause, è emerso che il 57% da piccolo soffriva di ipertensione mentre il 73% aveva una forte intolleranza al glucosio.
Non è stata invece riscontrata alcuna correlazione tra i livelli di colesterolo e la pressione sanguigna da bambini con una morte prematura in età adulta.
In seguito a questi risultati i ricercatori hanno ribadito la necessità di misure di prevenzione che intervengano già sui bambini per evitare che da adulti si trasformino in potenziali obesi o malati di diabete, mettendo in serio pericolo la propria salute.

 


Fonte: 12 febbraio 2010, New England Journal of Medicine



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Uomini diabetici: alcuni fattori aumentano rischio di disfunzione erettile

Scarso controllo glicemico, sindrome metabolica e dislipidemia aumentano il rischio di disfunzione erettile (ED) negli uomini con diabete di tipo 2. Lo ha affermato un gruppo di ricercatori italiani dopo aver condotto uno studio che ha coinvolto 555 uomini diabetici di età compresa tra i 35 e i 70 anni. Tutti i partecipanti avevano indice di massa corporea pari o superiore a 24 kg/m2 e emoglobina glicata di livello pari o superiore al 6.5%. La presenza di disfunzione erettile è stata misurata utilizzando l’indice internazionale di funzione erettile (IIEF-5) ed è emerso che, nel gruppo di studio, il 9% dei soggetti aveva una lieve disfunzione, l’11.2% una ED da lieve a moderata, il 16.9% ED moderata e il 22.9% aveva una disfunzione erettile severa. La gravità dell’ED risultava inoltre aumentare con l’avanzare dell’età.
I ricercatori hanno quindi accertato che alti livelli di emoglobina glicata, presenza di sindrome metabolica, ipertensione, dislipidemia e anche depressione erano tutti fattori significativamente associati con la presenza di una disfunzione erettile. È stato però riscontrato un effetto protettivo dell’attività fisica, che diminuiva del 10% il rischio di ED negli uomini maggiormente predisposti.

 


Fonte: 12 febbraio 2010, International Journal of Impotence Research



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Epatopatia steatosica non alcolica: nei diabetici aumenta tasso di mortalità

Persone con diabete di tipo 2 ed epatopatia steatosica non alcolica (NAFLD) sono esposti a un rischio maggiore di mortalità rispetto ai diabetici senza patologia epatica.
Per capire più a fondo questa relazione i ricercatori dell’Università del Kentucky hanno arruolato 337 abitanti di Olmsted County in Minnesota, a cui era stato diagnosticato il diabete tra il 1980 e il 2000. I partecipanti avevano un’età media di 58 anni all’inizio dello studio e sono stati seguiti per un periodo di quasi 11 anni, al termine del quale 99 individui erano deceduti.
Nel gruppo campione, 116 individui, per lo più giovani donne obese, hanno ricevuto una diagnosi di NAFLD circa un anno dopo la diagnosi di diabete. È emerso inoltre che i pazienti affetti da NAFLD erano 2.2 volte più a rischio di decesso rispetto ai diabetici senza NAFLD. Anche la presenza di ischemia cardiaca e una maggior durata del diabete aumentavano il rischio di mortalità dei pazienti rispettivamente di 2.3 e 1.1 volte.
Tra gli individui con NAFLD deceduti le più comuni cause di morte sono state la malignità (ovvero l’incurabilità della malattia) nel 33% dei casi, complicazioni epatiche nel 19% dei casi e nella stessa percentuale di casi ischemia cardiaca.
Alla luce di questi rischi e poiché l’epatopatia steatosica non alcolica è asintomatica nei pazienti con diabete mellito, risulta importante valutare la presenza della malattia e predisporre la terapia adeguata per ridurre il rischio di mortalità.

 


Fonte: 12 febbraio 2010, American Journal of Gastroenterology



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Veneto: progetto Ue di telemedicina

Pazienti cronici affetti da diabete e da patologie cardiovascolari o polmonari, grazie alla telemedicina saranno assistiti a domicilio per tutto quanto possibile.
Questo è Rewening Health, un imponente progetto di telemedicina finanziato dall'Unione europea con 14 milioni di euro che coinvolgerà 7900 pazienti, 4500 dei quali veneti, e si concluderà nell'ottobre 2012.
Rewening Health è il risultato raggiunto dall'incontro avvenuto all'inizio di febbraio a Venezia fra i rappresentanti di nove regioni tra le più avanzate in materia di applicazioni in ICT (Information Communication Tecnology) di Austria, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Norvegia, Spagna, Svezia e per l'Italia il Veneto. Grazie a questo progetto migliorerà la qualità della vita dei pazienti: potranno diminuire le visite ospedaliere, miglioreranno l'assistenza e le cure e si limiterà così la mortalità.
Sandro Sandri, Assessore alla Sanità della Regione Veneto, ha ricordato che «Il sistema prevede un importante coinvolgimento del paziente, che collaborerà attivamente nel monitorare e valutare il proprio stato di salute e nel segnalare al personale sanitario, direttamente dal proprio domicilio, ogni aspetto rilevante dal punto di vista clinico».

 


Fonte: 12 febbraio 2010, adnkronos.com



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Lo sviluppo sessuale ritardato nei bambini obesi

L'obesità fra i bambini provocherebbe un ritardo nello sviluppo sessuale.
Sull'Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine è stata pubblicata una ricerca condotta dall'Università del Michigan in cui si rileva che un alto indice di massa corporea fra i maschietti ritarda la pubertà, al contrario di quanto avviene per le bambine che, se soprappeso, raggiungerebbero precocemente la maturità sessuale.
Non bisogna quindi sottovalutare l'impatto biologico dell'obesità infantile non solo per il rischio di disturbi cadiovascolari e diabete ma anche per le conseguenze sociali e psicologiche legate a uno sviluppo sessuale irregolare.

 


Fonte: 12 febbraio 2010, salute24.ilsole24ore.com



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Correlazione inversa tra condizione socioeconomica e rischio diabete

Secondo uno studio canadese un basso livello di educazione sarebbe correlate a un rischio elevato di sviluppare il diabete di tipo 2. Analizzando i dati provenienti dal Canadian Community Health Survey (CCHS), uno studio nazionale che ha esaminato  131,535 persone dai 18 anni in su, i ricercatori hanno osservato una maggior prevalenza del diabete mellito di tipo 2 tra le persone meno istruite, sia uomini che donne.
Un altro aspetto interessante emerso in seguito all’analisi dei dati è stata la variazione della prevalenza di diabete tra livello di istruzione e reddito decisamente inferiore negli uomini: la malattia interessava infatti l’1.8% delle donne con alto reddito e l’ 8,1% delle donne con basso reddito, mentre negli uomini la prevalenza della malattia era del 3,4% negli uomini con un reddito alto e del 6,2% in coloro a basso reddito.
Gli autori hanno infine notato che la relazione inversa tra gradiente socioeconomico e il rischio di diabete può essere solo in parte spiegata dall’obesità e dall’inattività fisica. Ciò significa che nella pianificazione di strategie di sorveglianza e prevenzione del diabete bisognerebbe prestare attenzione alla posizione sociale e al genere della popolazione target, sviluppando maggiori interventi di supporto per uomini e donne più svantaggiati.

 


Fonte: 11 febbraio 2010, Diabetic Medicine, Advance Online Publication



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Diabetici: buon controllo glicemico riduce rischio amputazioni

Uno scarso controllo glicemico può favorire in pazienti con diabete di tipo 2 un aumento di interventi di amputazione degli arti inferiori (LEA). Poiché il fatto che le persone diabetiche siano maggiormente a rischio amputazioni, i ricercatori dell'Università di Cambridge hanno voluto indagare nello specifico l'intensità di questa correlazione. Avvalendosi dei dati raccolti da 14 studi relativi a 94,640 pazienti tra i quali sono stati registrati 1227 casi di amputazione di arti inferiori. Gli studi misuravano in particolare il valore dell'emoglobina glicata (HbA1c) e valutavano il ricorso o meno alla LEA in soggetti con diabete senza precedenti episodi di ulcerazioni del piede o altre amputazioni. I risultati hanno indicato che per ogni punto percentuale di aumento dell'emoglobina il rischio relativo di LEA aumentava in media del 26%.
In particolare i soggetti con diabete di tipo 2 risultavano soggetti a un aumento del rischio del 44% mentre i diabetici di tipo 1 a un aumento del 18% per ogni punto percentuale in più nel livello dell'emoglobina glicata.
Secondo gli esperti quindi il trattamento del livello glicemico potrebbe essere un valido aiuto nel ridurre il rischio di subire un'amputazione degli arti inferiori.

 


Fonte: 9 febbraio 2010, Diabetologia, Advance Online Publication



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Gruppo etnico di origine influisce sul profilo lipidico

Una ricerca condotta dal Diabetes Epidemiology: Collaborative Analysis of Diagnostic Criteria in Europe (DECODE) e dal Diabetes Epidemiology: Collaborative Analysis of Diagnostic Criteria in Asia (DECODA) ha fornito nuove prove a supporto dell'ipotesi che per una buona gestione delle patologie cardiovascolari (CVD) servano strategie su misura per i diversi gruppi etnici.
Analizzando campioni di sangue di 52,355 uomini e donne di età compresa tra i 25 e i 74 anni e di 12 diverse nazionalità, i ricercatori hanno suddiviso i soggetti, a seconda del livello di glucosio nel sangue, in quattro categorie: normoglicemici, prediabetici, diabetici non diagnosticati e diabetici diagnosticati. Da questa ricerca è emerso inoltre che i profili lipidici dei partecipanti variavano a seconda della loro nazionalità. Il colesterolo LDL, ad esempio, risultava sempre più basso in soggetti di nazionalità indiana rispetto agli altri gruppi etnici; le persone provenienti dall'Europa del sud avevano livelli di trigliceridi inferiori rispetto alle popolazioni asiatiche e rispetto agli europei del centro e del nord mentre questi ultimi mostravano una tendenza a più alti livelli di colesterolo LDL rispetto a persone di nazionalità asiatica.
I fattori che determinano questa differenza del profilo lipidico potrebbero essere di diversa natura: genetica, ambientale, psicosociale o culturale. Tuttavia imparare a conoscere le peculiarità di profili diversi condizionati dall'appartenenza etnica potrebbe aiutare a sviluppare linee guida su misura per la prevenzione e la cura delle malattie cardiovascolari nei diversi gruppi etnici.

 


Fonte: 9 febbraio 2010, Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism



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"Prevenzione in rosa": il 5,2% delle italiane colpite da diabete

In Italia è stato stimato che il 5,2% delle donne sia diabetico e secondo la ''medicina di genere'' il sesso della persona influisce sullo stato di salute e sulla percezione della malattia. La prevenzione è decisiva per limitare la diffusione del diabete e per ritardarne la cronicizzazione; con la prevenzione diminuiscono i disagi per i malati e i costi per la sanità. L'efficacia della prevenzione aumenta se viene applicata per genere, in modo da definire più appropriatamente i fattori di rischio, le diagnosi e i trattamenti.
Nella conferenza stampa che si è recentemente tenuta nella Sala Nassiriya del Senato della Repubblica il tema era ''Diabete: donne e domani. Quale prevenzione?''.
La senatrice Laura Bianconi, vice presidente dei senatori del Popolo delle libertà e componente della Commissione Igiene e Sanità ha spiegato che sempre più donne, attualmente, si svolgono contemporaneamente molteplici ruoli nella famiglia, nel lavoro e nella società e spesso non trovano né il tempo né il modo per occuparsi di sé e della propria salute. «L’incidenza del diabete e le sue conseguenze negative di solito non vengono correlate al sesso dei malati. Da qualche tempo si è passati a fare questa distinzione che ha evidenziato una netta prevalenza delle complicazioni connesse a questa patologia nel caso in cui i malati coinvolti siano donne. I dati confermano una peggiore qualità e una minore aspettativa di vita, soprattutto per le donne diabetiche».
La senatrice del Partito Democratico Emanuela Baio spiega che «La ricerca è la vera sfida per il diabete. In Italia a livello diagnostico e terapeutico si ottengono buoni risultati ma è fondamentale investire nella ricerca per riuscire a rintracciare la vera causa dell'insorgenza del diabete, ancora oggi sconosciuta. È una malattia silenziosa a causa della quale in un anno muoiono circa 18.000 persone, e ogni anno il Servizio Sanitario Nazionale spende cinque milioni di euro per far fronte alle complicanze. Il diabete coinvolge indistintamente uomini e donne, ma per queste ultime esiste una specificità maggiore, sia nella procreazione che nella menopausa e questi fattori causano spesso nelle donne diabetiche complicanze molto critiche. Se prevenzione, diagnosi e cura sono essenziali, ancora tanto si può fare per garantire alle donne diabetiche una maggiore attenzione mirata ad aumentare le loro aspettative di vita».

 


Fonte: 9 febbraio 2010, asca.it



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Infarto del miocardio: differenze nella gestione di pazienti diabetici e non

Secondo i risultati di uno studio effettuato presso la Caisse Nationale d'Assurance Maladie des Travailleurs Salariés di Parigi, i pazienti diabetici che soffrono di infarto miocardico acuto sono meno soggetti a sottoporsi ad angioplastica coronarica rispetto ai non diabetici.
Analizzando i pazienti ammessi negli ospedali francesi per infarto del miocardio da gennaio a giugno del 2006 i ricercatori hanno rilevato che il 18.2% (pari a 2545 persone sul totale di 14,007) erano affetti da diabete mellito.
Effettuando un confronto tra i pazienti diabetici e non gli esperti hanno notato che la percentuale di persone che assumevano farmaci cardioprotettivi era maggiore fra persone con diabete (12.7% contro il 4.2% nei non diabetici), così come più numerosi erano i diabetici che avevano uno stent dell'arteria coronaria (4.2% vs 2.2% nei non diabetici) già prima del ricovero per infarto.
Durante e subito dopo il ricovero i diabetici erano meno soggetti ad angioplastica (56.1% vs 61.7% nei non diabetici) e a impianto di stent coronarici (53.3% vs 69.3%) ma avevano una probabilità simile a quella dei pazienti non diabetici di essere sottoposti ad angiografia coronarica.
Nei sei mesi successivi al ricovero i pazienti diabetici erano più soggetti a un nuovo ricovero per problemi cardiovascolari (36.9% vs 29.5%) e gli venivano più spesso prescritti farmaci per la prevenzione secondaria (65.9% vs 61.7%).
I risultati dello studio dimostrano che il trattamento dei pazienti diabetici ricoverati per infarto miocardico sta progressivamente migliorando, sebbene persistano differenze nel ricorso all'intervento coronarico percutaneo (PCI).

 


Fonte: 8 febbraio 2010, Diabetes and Metabolism, Advance Online Publication



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Malattie cardiovascolari: per i diabetici possibili benefici dal consumo regolare di noci

Per le persone affette da diabete di tipo 2 il consumo di noci potrebbe favorire una vasodilatazione endotelio-dipendente, migliorando di conseguenza la condizione vascolare.
Uno studio condotto presso la Yale University School of Medicine nel Connetticut, USA, ha fornito nuove conferme in tal senso: su un gruppo di 24 soggetti diabetici con età media di 58 anni, coloro ai quali è stato chiesto di aggiungere alla dieta quotidiana 56 grammi di noci (che forniscono 366 kcal) la dilatazione flusso-mediata (FMD) risultava migliorata del 2.2% rispetto a coloro che non mangiavano quotidianamente noci.
I ricercatori hanno inoltre riscontrato una diminuzione del colesterolo LDL (quello dannoso) e del colesterolo totale rispettivamente del 7.7% e del 9.7%, che però non risulta essere statisticamente significativa.
A prescindere dai limiti dello studio, i risultati ottenuti costituiscono una prova su cui basare l'ipotesi che il consumo regolare di noci migliori la funzione endoteliale nei soggetti con diabete di tipo 2 e che potrebbe perciò essere utile nel ridurre il rischio di disturbi cardiovascolari in questa popolazione.

 


Fonte: 5 febbraio 2010, Diabetes Care



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Glucosio plasmatico elevato nei bambini predice rischio diabete tipo 2

Un livello elevato di glucosio plasmatico a digiuno, pur restando entro i valori normali, nei bambini tra i 4 e i 18 anni può indicare un rischio maggiore di sviluppare il diabete di tipo 2 una volta cresciuti.
Il Bogalusa Heart Study, condotto dagli esperti dello University Health Sciences Center di New Orleans, ha “arruolato” 1849 bambini di età media pari a circa 10 anni. Dopo averli seguiti per 21 anni i ricercatori hanno riscontrato che 1723 erano normoglicemici (glicemia a digiuno pari o inferiore a 99 mg/dl), 79 erano prediabetici (glicemia a digiuno pari a 100–125 mg/dl) e 47 avevano già sviluppato il diabete di tipo 2 (glicemia a digiuno superiore a 126 mg/dl o sotto trattamento diabetico).
L'equipe di ricercatori ha inoltre notato una tendenza significativa nella presenza di prediabete o diabete di tipo 2 tra gli individui che all'inizio dello studio avevano glucosio plasmatico a digiuno pari a 86 mg/dl.
Un'analisi multivariata più approfondita ha dimostrato che coloro che da bambini avevano un livello di glucosio nel plasma superiore a 86 mg/dl avevano un rischio 2.06 volte superiore di sviluppare il diabete di tipo 2 e una propensione 3.40 volte maggiore di diventare prediabetici nei 20 anni successivi.
Questo implica la necessità di maggiori controlli glicemici già in tenera età per impedire che molti giovani adulti diventino nuove vittime del diabete mellito di tipo 2.

 


Fonte: 5 febbraio 2010, Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine



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I geni "fitness flop"

Alcuni geni “fitness flop” pare siano colpevoli di rendere inutili gli sforzi fatti in palestra o a correre. Lo annuncia il quotidiano britannico Telegraph.
Uno studio scientifico dell'Università di Londra pare infatti abbia dimostrato che alcuni geni annullano i benefici dell'attività fisica nel mantenere la salute del cuore o nel preservare dal diabete.
In Europa e negli Stati Uniti 500 persone si sono sottoposte a un programma aerobico cinque volte alla settimana per 30 minuti al giorno: a vari intervalli di tempo gli studiosi hanno verificato che per il 20% del campione l'incremento del consumo di ossigeno nel sangue - indicatore chiave dell'attività aerobica e del benessere dell'organismo - era inferiore al 5%. Davvero trascurabile.
Anche sul fronte del diabete il miglioramento è stato quasi nullo perché il 30% del campione non ha avuto aumento della sensibilità all'insulina.
James Timmons, responsabile dello studio pubblicato sul Journal of Applied Physiology ha spiegato che un consumo basso di ossigeno è un importante fattore di rischio per alcune malattie e per il pericolo di morte prematura; Timmons spiega: «Gli addetti ai lavori tendono a raccomandare e a prescrivere l'esercizio aerobico per aumentare la capacità di consumo. La nostra speranza è riuscire fare queste prescrizioni solo a chi può davvero beneficiare dell'attività fisica, indirizzando chi ha i geni pigri ad altre misure per preservare la propria salute». All'inizio dello studio, prima ancora che le persone scelte per lo studio cominciassero a faticare in palestra, sono stati analizzati i campioni di tessuti muscolari: una trentina fra loro avevano geni legati all'aumento del consumo di ossigeno.

 


Fonte: 5 febbraio 2010, lastampa.it



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Curare la parodontite provoca benefici in pazienti diabetici

Diabete e malattia parodontale sono da tempo considerate due patologie croniche biologicamente correlate. Solo di recente però, grazie a un gruppo di ricercatori dell’Università di Amsterdam, sono stati riscontrati dei miglioramenti nel controllo glicemico in seguito alla cura della parodontite.
Una revisione sistematica che ha coinvolto 5 studi e un totale di 371 pazienti tra i 53 e i 67 anni ha dimostrato che nei pazienti sottoposti a terapia per il trattamento della parodontite il valore dell’emoglobina glicata subiva una diminuzione significativa dell’ 0.40%.
L’eterogeneità degli studi non permette di considerare questi risultati come assolutamente robusti, tuttavia se studi futuri riusciranno a confermare l’esito di questa ricerca il trattamento della parodontite potrebbe essere sfruttato per migliorare la condizione dei diabetici di tipo 2.

 


Fonte: 4 febbraio 2010, Diabetes Care



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Se il diabete ci sta a cuore…

Infarto e ictus: le possibilità di ammalarsi sono doppie per un malato di diabete. Le malattie da trombosi sono infatti la causa principale delle malattie cardiovascolari ed è quindi necessario prevenirle, considerando anche che si prevede che i diabetici nel mondo supereranno i 400 milioni nel 2015.
Le malattie da trombosi in Europa provocano oggi la morte di circa due milioni di persone in età produttiva e le previsioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità indicano che anche nei paesi in via di sviluppo da quest’anno le malattie cardiovascolari saranno la prima causa di morte.

 


Fonte: 3 febbraio 2010, humanitasalute.it



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Nefropatia diabetica: un controllo multifattoriale riduce il rischio

Il raggiungimento degli obiettivi prefissati con le linee guida proposte dall'American Diabetes Association (ADA) potrebbe prevenire o addirittura eliminare nei pazienti con diabete di tipo 2 l'insorgenza di nefropatia diabetica, una patologia che è riconosciuta come la causa principale della malattia renale a stadio terminale.
Nello specifico i risultati auspicati dall'ADA riguardano l'emoglobina glicata, che dovrebbe essere inferiore al 7%, la pressione sistolica e diastolica inferiore a 130/80 mmHg, colesterolo LDL inferiore a 100 mg/dl, trigliceridi inferiori a 150 mg/dl e colesterolo HDL superiore a 40 mg/dl per gli uomini e a 50 mg/dl per le donne.
In uno studio condotto presso il Kaohsiung Medical University Hospital di Taiwan sono stati selezionati 1290 pazienti diabetici di circa 62 anni, con livelli di albumina normali, i quali sono stati sottoposti a cure intensive per il raggiungimento dei valori raccomandati nelle linee guida dell'ADA. Durante il periodo di ricerca, durato 4 anni e mezzo, si è verificata un'insorgenza di microalbuminuria, precursore della nefropatia diabetica, in 211 pazienti. I ricercatori hanno inoltre notato che meno obiettivi riuscivano a raggiungere i pazienti, più aumentava la probabilità di sviluppare la microalbuminuria. Questa correlazione è risultata significativa solo nei confronti di pressione sistolica, colesterolo HDL ed emoglobina glicata.
Gli esperti, sulla base di questi risultati, suggeriscono un controllo multifattoriale che comprenda tutti i target prefissati dall’ADA per ridurre l’incidenza di nefropatia diabetica nei soggetti con diabete di tipo 2 e normoalbuminuria.

 


Fonte: 3 febbraio 2010, Archives of Internal Medicine



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Nascere da una madre diabetica aumenta il rischio cardiometabolico per il bebé

I bambini che nascono da donne diabetiche hanno livelli dei fattori di rischio cardiometabolico notevolmente più alti rispetto alla norma. Secondo i ricercatori del CSI Holdsworth Memorial Hospital di Mysore, in India, l'associazione con il diabete materno sarebbe più forte della sola predisposizione genetica e sarebbe inoltre collegata a più variabili a causa dell'esposizione all'iperglicemia che il feto subisce all'interno dell'utero.
Gli studiosi hanno condotto un'indagine coinvolgendo 514 bambini sani, di cui 35 nati da madri diabetiche, 39 con solo il padre diabetico e 381 nati da genitori non diabetici. Sono stati quindi misurati i fattori di rischio nei bambini all'età di 5 anni e successivamente all'età di 9.5 anni.
Alla seconda misurazione è risultato che i bambini nati da donne diabetiche avevano un'insulino-resistenza (sia i maschi che le femmine) più alta del normale, una maggiore adiposità, pressione sistolica alta e livelli di glucosio e insulina superiori (solo nelle femmine) rispetto a coetanei nati da genitori non diabetici.
Per i bambini che avevano il padre diabetico i ricercatori hanno evidenziato una maggiore adiposità nelle femmine e una maggior resistenza insulinica nei maschi, ma con associazioni più deboli rispetto a coetanei con madre diabetica.
Poiché il diabete gestazionale è un problema che solo in India colpisce il 5-20% delle donne incinte i risultati di questo studio fanno temere un futuro aumento anche nella prevalenza del diabete di tipo 2.

 


Fonte: 3 febbraio 2010, Diabetes Care



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Uomini diabetici: alta concentrazione di ferritina protegge da malattie cardiovascolari

Gli uomini con diabete di tipo 2 che presentano alti livelli di ferritina mostrano una minor prevalenza di macroangiopatia nonostante abbiano una più severa resistenza all'insulina e più alti livelli dei marker della steatoepatite rispetto ai pazienti con concentrazioni di ferritina inferiori.
Lo sostengono i ricercatori dell'Université catholique de Louvain, a Bruxelles, i quali hanno condotto un'indagine per capire meglio la relazione esistente tra il livello della ferritina e il rischio di malattie cardiovascolari (CVD). Sia l'insulino-resistenza che la steatosi del fegato sono legati al livello della ferritina e potrebbero quindi essere dei validi indicatori per la valutazione del rischio di malattie cardiovascolari.
Alla ricerca hanno preso parte un gruppo di 424 uomini diabetici in cui è stato misurato sia il livello di ferritina che la prevalenza di macroangiopatie.
Gli studiosi hanno suddiviso il gruppo di ricerca in tre sottogruppi a seconda della concentrazione di ferritina rilevata: 318 facevano parte del gruppo con una normale concentrazione di ferritina (in media 133 ng/ml) mentre 106 facevano parte di quello con alti livelli di ferritina (in media 480 ng/ml). Inaspettatamente i ricercatori hanno notato che gli uomini con una ferritina più elevata erano significativamente meno propensi a incorrere in macroangiopatie rispetto a coloro con ferritina nella norma (25% contro 43% di propensione).
Queste osservazioni potrebbero suggerire lo studio prospettico a lungo termine sulla perdita della funzione delle beta-cellule pancreatiche e l'incidenza di malattie dell'arteria coronarica e periferica e dell'attacco ischemico transitorio o ictus per comprendere il ruolo della ferritina.

 


Fonte: 2 febbraio 2010, Diabetic Medicine, Advance Online Publication



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Obesità infantile espone al rischio di infarto

Dale J. Hamilton, capo dei servizi clinici per il diabete del Methodist Hospital di Houston (Usa), ha dichiarato che l'obesità giovanile espone al rischio d'infarto con l'avanzare dell'età; essere grassi da giovani non è solo quindi solo un problema estetico ma è anche un pericolo.
Secondo i medici del Methodist Hospital chi a vent'anni è obeso e diabetico (tipo 2), a quaranta rischia un infarto o un ictus a 40.
Il dottor Hamilton ha dichiarato che un uomo con una circonferenza vita superiore a 101 centimetri o una donna con una di oltre 89 e la pressione sanguigna a 136/88 possono correre gravi rischi: "Pressione e circonferenza vita sono due dei sintomi della 'sindrome metabolica' che può portare al diabete di tipo 2; aggiungere un altro sintomo aumenta l'aterosclerosi". Per queste ragioni e per il preoccupante aumento dell'obesità tra i giovani, gli esperti raccomandano di tenere sotto controllo il proprio peso cambiando, se necessario, il proprio stile di vita.
Il dottor Hamilton ha aggiunto: "Per prevenire grossi problemi in futuro, bisogna affrontare piccoli cambiamenti ogni giorno, da subito". È necessario seguire una dieta sana non eliminando completamente certi alimenti ma controllandone l'assunzione e non bisogna dimenticare che i sintomi del diabete di tipo 2 si fanno notare solo quando ormai è troppo tardi.

 


Fonte: 2 febbraio 2010, lastampa.it



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Gennaio 2010

Il vino fa buon sangue. E una vita più lunga

Il proverbio popolare che recitava “il vino fa buon sangue” ha trovato un valido sostegno da una ricerca condotta presso la Wageningen University e pubblicata sul Journal of Epidemiology and Public Health.
Lo studio olandese ha coinvolto 1.374 uomini nati tra il1900 e il 1920 e all’età di 40 anni ed è proseguito fino al 2000. Nel corso degli anni gli studiosi hanno esaminato e analizzato abitudini alimentari, consumo di alcol, vizio del fumo e indice di massa corporea tenendo anche in considerazione di ictus, infarti, diabete e tumori.
I risultati hanno sottolineato una maggiore longevità per gli uomini che consumavano alcol in quantità moderata. In particolare il vino, fino a 20 grammi in un giorno, pari a due bicchieri, sembra riesca a ridurre il rischio di mortalità del 36% rispetto a chi non beve alcolici. Mezzo bicchiere al giorno riduce invece il tasso di mortalità del 40% e il rischio di patologie cardiovascolari del 48%.
Non è quindi da vietare il consumo di bevande alcoliche, purché sia fatto con moderazione e privilegiando, se possibile, il vino  per ottenere cinque anni di vita in più.

 


Fonte: 30 gennaio 2010, newsfood.com



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Complicanze macrovascolari aumentano il ricorso a servizi sanitari per pazienti diabetici

I pazienti diabetici con complicazioni macrovascolari (MVC) utilizzano maggiormente le risorse messe a disposizione dall’assistenza sanitaria rispetto a coloro che soffrono di diabete ma senza complicazioni vascolari.
A dimostrarlo sono i risultati di uno studio pan-europeo, che confermano quanto già evidenziato da studi minori: i soggetti diabetici con MVC fanno registrare un livello maggiore di ospedalizzazioni, visite ambulatoriali e di Pronto soccorso e di procedure mediche e chirurgiche.
I ricercatori hanno utilizzato i dati provenienti dallo studio osservazionale RECAP-DM (Real-Life Effectiveness and Care Patterns of Diabetes Management) che ha coinvolto 1942 pazienti con diabete di tipo 2 in diverse nazioni quali Spagna, Francia, Gran Bretagna, Norvegia, Finlandia, Germania e Polonia, di cui 432 con MVC e 1510 senza MVC. I risultati hanno mostrato una propensione di 1.49 volte superiore in pazienti con MVC a ricorrere alle visite ambulatoriali ogni anno e 0.32 giorni in più trascorsi in ospedale rispetto a diabetici senza complicazioni vascolari.
Anche nell’utilizzo di altri servizi, quali il ricovero in ospedale e le procedure medico-chirurgiche, è stata riscontrata un valore significativamente superiore per i pazienti con MVC.
Questi risultati forniscono la conferma che la compresenza di diabete e disturbi vascolari aumenta il ricorso a servizi sanitari e, di conseguenza, la spesa che la sanità pubblica deve affrontare ogni anno.

 


Fonte: 29 gennaio 2010, Diabetes, Obesity and Metabolism



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Automonitoraggio glicemico: misurazioni multiple per un miglior controllo glicemico

L’automonitoraggio glicemico (conosciuto anche con l’acronimo SMBG, ovvero self-monitored blood glucose) ha mostrato una correlazione positiva con il livello dell’emoglobina glicata (HbA1c) nei pazienti affetti da diabete di tipo 2.
L’utilizzo dell’SMBG è sempre più diffuso nei pazienti diabetici trattati con insulina e viene considerato uno strumento importante nella gestione della malattia poiché fornisce informazioni in tempo reale sulla propria situazione glicemica aiutando a valutare quotidianamente la cura più idonea.
Uno studio condotto preso la Eli Lilly and Company di Indianapolis, USA, ha voluto indagare ancor più approfonditamente la relazione esistente tra emoglobina glicata e SMBG in modo da aiutare pazienti e medici a interpretare con maggior semplicità i risultati in termini di controllo glicemico.
Utilizzando i dati provenienti da 5 trial clinici, i ricercatori hanno individuato 623 pazienti diabetici con insulino-terapia di cui erano stati registrati i valori sia dell’ HbA1c che dell’SMBG per un periodo di 12-24 settimane, fornendo un profilo SMBG, basato su sette misurazioni della glicemia a digiuno (PGe),  tre volte nell’arco di tempo di quindici giorni.
I ricercatori hanno osservato che la media delle sette misurazioni di PGe ha la correlazione numerica più alta con l’emoglobina glicata in tutti i pazienti. Questa osservazione costituisce una prova ulteriore che misurazioni multiple di PGe forniscono maggiori informazioni in termini di controllo glicemico totale rispetto a una singola misurazione nei pazienti diabetici trattati con insulina.

 


Fonte: 29 gennaio 2010, Diabetic Medicine



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Sardegna: prima regione ad attuare Manifesto a favore dei diabetici

Un manifesto a tutela della salute dei diabetici per la Sardegna, regione che presenta un’elevata incidenza della malattia e un conseguente aumento delle patologie croniche.
L’approvazione di questo documento sarà utile per pianificare l’assistenza sanitaria e controllarne l’andamento nel tempo e rappresenta un passo importante che in Italia è stato compiuto per ora solo dall'Assessorato dell'Igiene e Sanita' e dell'Assistenza Sociale della Regione Sardegna. Il manifesto è stato redatto nel 2009 ispirandosi ai principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo e nella Carta europea dei diritti del malato ed è stato successivamente tradotto in 9 lingue per favorirne la diffusione a livello internazionale. Le undici sezioni da cui è costituito insistono sulla necessità di parificare la qualità della vita di pazienti diabetici a quella di persone sane definendo inoltre gli aspetti che un’assistenza sanitaria corretta deve rispettare.

 


Fonte: 29 gennaio 2010, asca.it



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Contro il diabete un aiuto dai lupini

I lupini contengono un elemento che potrebbe dare grandi benefici a chi soffre di diabete. Questo è il risultato emerso dalla ricerca condotta dall’Istituto San Raffaele di Milano in collaborazione con i dipartimenti Sport, nutrizione e salute e Scienze molecolari agroalimentari dell'Università  degli studi di Milano. I ricercatori hanno infatti notato che in questo legume è presente la conglutina-gamma, una proteina che sarebbe in grado di imitare gli effetti dell’insulina ed è perciò in grado di migliorare il metabolismo del glucosio aumentando la concentrazione di attivatori di GLUT-4, che si occupano del trasporto di glucosio del muscolo, e regolandone il metabolismo.
Una scoperta importante che, se confermata da ulteriori studi, potrebbe aprire una via alternativa alla classica terapia insulinica, con il vantaggio che si tratterebbe di una sostanza naturale priva dei comuni effetti collaterali. I ricercatori sperano infatti di poter sfruttare le potenzialità della conglutina-gamma sia come un vero e proprio farmaco che come integratore alimentare per combattere l’obesità e migliorare le condizioni di chi è affetto da sindrome metabolica. 

 


Fonte: 27 gennaio 2010, newsfood.com



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Nuove terapie in fase di sperimentazione per curare patologie ipofisarie

Durante il 5° Incontro Italiano sulle Malattie Ipotalamo-Ipofisarie, tenutosi a Padova dal 28 al 30 gennaio, si è parlato delle nuove terapie in fase di sperimentazione che potrebbero costituire una nuova risorse per le persone che soffrono di malattie che colpiscono l’ipofisi, una ghiandola endocrina che agisce sullo sviluppo corporeo, sulla riproduzione e sul metabolismo.
Gli esperti hanno evidenziato la presenza di un farmaco in modo particolare, il pasireotide, che potrebbe aiutare più efficacemente delle attuali terapie le persone affette da Morbo di Cushing, una della patologie ipofisarie più gravi.
Sono in fase di sperimentazione anche altri farmaci e viene data sempre maggiore attenzione anche alle terapie chirurgiche e alla radioterapia che potrebbero utilizzare nuovi tipi di strumentazione (Cyber- Knife e Gamma-Knife) che attualmente sono presenti però solo in poche strutture in tutto il territorio nazionale.

 


Fonte: 27 gennaio 2010, unita.it



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Un nuovo microchip consentirà diagnosi istantanee e indolori

Le diagnosi del futuro saranno rapide, precise e poco costose grazie a una nuova tipologia di microchip che saranno in grado di rilevare il livello di diversi elementi presenti nel respiro e nella saliva.
Questo nuovo strumento, che sfrutta la stessa tecnologia di cui sono dotati i telefoni cellulari, potrà fornire diagnosi immediate del valore del glucosio o del ph, elementi utili per chi soffre di diabete o di asma e potrà addirittura indicare la presenza di un tumore al seno grazie all’analisi della saliva.
Una tecnologia che eviterà quindi pratiche spiacevoli come il controllo della glicemia tramite l’analisi del sangue raccolto con il kit pungi dito e che permetterà di tenere aggiornato il proprio medico su variazioni dei valori grazie alla possibilità di inviare i dati rilevati attraverso un sistema wireless.
Il kit, non ancora in commercio, ha già una serie di potenziali aziende acquirenti che, grazie ai costi di produzione ridotti, potrebbero venderlo al pubblico al prezzo di 40 dollari. Se la produzione dovesse poi riguardare grandi numeri il costo avrebbe buone probabilità di essere ulteriormente ridotto.

 


Fonte: 26 gennaio 2010, corriere.it



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Una nuova unità di misura per l’emoglobina glicata

L'International Federation of Clinical Chemistry and Laboratory Medicine (IFCC), in linea con le principali società scientifiche di diabetologia, ha stabilito che dalla fine di gennaio i referti dell’emoglobina glicata, conosciuta anche come HbA1c, dovranno utilizzare due unità di misura: le percentuali, ovvero le “vecchie” unità utilizzate fino ad oggi, e le millimole di emoglobina glicata per mole di emoglobina (mmol/mol).
L’introduzione di questa nuova unità di misura consentirà di confrontare gli esiti degli esami effettuati nei laboratori in Italia e nel mondo, oltre a fornire un metodo di misurazione più accurato e preciso.
La doppia modalità di misurazione verrà mantenuta fino al 2012 per poi lasciare il posto esclusivamente all’unità di misura nuova (mmol/mol). A fare i conti con questo cambiamento non saranno solo i professionisti della sanità ma anche i pazienti diabetici, per i quali sarà utile prendere confidenza con i nuovi valori e con dati numericamente più elevati ma perfettamente sovrapponibili con quelli precedentemente espressi in percentuali.

 


Fonte: 22 gennaio 2010, agi.it



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Malattie cardiovascolari: a Perugia un convegno per parlare di prevenzione

Per combattere la diffusione delle malattie cardiovascolari è necessaria un’efficace politica di prevenzione e informazione. Questo l’argomento del convegno organizzato a Perugia il 26 gennaio.
I rappresentati del Ministero della Sanità e le società presenti al forum hanno voluto sottolineare l’importanza di un rigoroso controllo sui fattori che espongono maggiormente al rischio vascolare, quali ad esempio il diabete, l’ipertensione e l’insufficienza renale. Un aiuto efficace per chi soffre già di queste patologie arriva dai farmaci cardio-protettivi che da tempo si sono rivelati efficaci per ridurre l’incidenza di ictus e infarto. Un riguardo particolare è inoltre necessario per lo stile di vita, le abitudini alimentari e i fattori di rischio potenzialmente evitabili, tutti elementi che incidono sulla probabilità di incorrere in disturbi cardiovascolari.
La tematica affrontata nel corso del convegno risulta di particolare importanza e urgenza per la società, poiché in Europa le patologie cardiovascolari rappresentano una delle cause principali di mortalità e disabilità, incidendo pesantemente sui bilanci della sanità pubblica.

 


Fonte: 21 gennaio 2010, unita.it



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Alternare attività fisica a sedentarietà riduce il rischio diabete e malattie cardiache

Fare attività fisica potrebbe non essere l’unico consiglio utile per combattere i rischi legati alla sedentarietà. Secondo i ricercatori del Karolinska Institute (Svezia) l’inattività per periodi di tempo prolungati sarebbe collegata a una maggior probabilità di sviluppare diabete e malattie cardiache e il solo esercizio fisico, seppur svolto regolarmente, non è sufficiente a contrastare questi effetti negativi.
Per ovviare a questo problema e interrompere le ore di inattività sarebbero sufficienti pochi, semplici accorgimenti, come ad esempio fare le scale invece di prendere l’ascensore. Non sono ancora ben chiari i meccanismi che rendono così dannosa la sedentarietà, anche quando controbilanciata da alcune ore di esercizio fisico. Tuttavia la continua alternanza di attività e inattività potrebbero diventare il consiglio migliore da dare alle persone.

 


Fonte: 21 gennaio 2010, salute.agi.it



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Malattie cardiovascolari: prevenzione riduce danni e costi

È necessario cambiare stile di vita per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, una patologia che oggi è indicata come la prima causa di mortalità in Europa e in Italia. È questo il quadro presentato durante il congresso del 26 gennaio organizzato a Perugia proprio sul tema della medicina cardiovascolare.
Oltre alla morte prematura, le patologie di natura cardiocircolatoria possono provocare disabilità spesso molto gravi che vanno a d incidere pesantemente sui costi sanitari già elevatissimi.
Per prevenire eventuali complicazioni e danni irreparabili è dunque necessario insistere sull’adozione di comportamenti preventivi, in particolar modo per soggetti con diabete, ipertensione e insufficienza renale che possono essere curati con farmaci cardio-protettivi.

 


Fonte: 21 gennaio 2010, unita.it



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Aifa decide ritiro dal mercato dei farmaci con Sibutramina

I farmaci a base di Sibutramina a partire dalla fine di gennaio 2010 non possono più essere acquistati e utilizzati. Una decisione presa dall’Agenzia Italiana del Farmaco con effetto immediato, voluta per la tutela del benessere dei cittadini.
La Sibutramina è una molecola che agisce sul senso di fame, riducendolo drasticamente e aiutando quindi il paziente nella perdita di peso corporeo. L’Aifa ha però riscontrato la possibilità che l’assunzione di questo farmaco possa essere collegata all’insorgenza di diabete di tipo 2 o di dislipidemia e ne ha quindi stabilito il ritiro dal mercato.

 


Fonte: 21 gennaio 2010, asca.it



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Diabetici: l'apnea ostruttiva del sonno peggiora il controllo glicemico

Secondo uno studio condotto presso l'Università di Chicago l'apnea ostruttiva del sonno (OSA) sarebbe direttamente correlata a un peggioramento del controllo glicemico in pazienti diabetici di tipo 2. Dopo aver esaminato un gruppo di pazienti con diabete di tipo 2, valutandone la storia medica, i farmaci assunti, l'evoluzione della malattia, l'abitudine all'attività fisica e i livelli di glucosio nel sangue durante il sonno, i ricercatori hanno constatato che in coloro che soffrono di OSA il controllo glicemico risulta molto peggiore, annullando di fatto i benefici della terapia antidiabetica e aumentando, di conseguenza, il rischio di complicanze.
Poiché l'OSA spesso non viene diagnosticata tempestivamente, i pazienti diabetici che rischiano peggioramenti delle condizioni glicemiche sono moltissimi. Alla luce di questa correlazione sarebbe quindi utile identificare prima di tutto il problema di apnee notturne, intervenendo per curarlo e ottenendo così il doppio risultato di proteggere il paziente anche da complicanze legate a scompensi glicemici.

 


Fonte: 18 gennaio 2010, lastampa.it



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Bambini britannici a rischio obesità e diabete con i “packet-lunch” supercalorici

Una legge promulgata nel Regno Unito qualche anno fa stabiliva le caratteristiche nutritive dei pasti per bambini. Peccato che la legge fosse indirizzata solo alle cucine delle scuole e non a quelle di casa propria. Sembra infatti che il più grosso rischio per obesità e diabete per i giovani britannici si nasconda proprio nel pranzo al sacco che le mamme preparano a casa e che i figli portano a scuola. Solo l'1% delle mamme prepara il pranzo seguendo gli standard nutrizionali corretti, mentre nell'82% dei “packet-lunch” vengono messi cibi ricchi di grassi, zucchero e sale, lasciando pochissimo spazio a frutta e verdura. Solo 1 bambino su 10 infatti trova nel suo pranzo casalingo una porzione di frutta (comunque meno della quantità giornaliera consigliata) mentre 1 su 5 trova della verdura.
Una cattiva abitudine, quella dei genitori del Regno Unito, che espone i bambini al rischio di diventare precocemente obesi e/o diabetici.

 


Fonte: 17 gennaio 2010, superabile.it



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Puntare sull'educazione per ridurre il rischio infarto

Studiare aiuta a prevenire l'infarto. Secondo i ricercatori del Sahlgrenska University Hospital di Goteborg, passare almeno 8 anni tra i banchi ridurrebbe il rischio di essere colpiti da infarto. La motivazione alla base di questa nuova ipotesi è che l'educazione sia la migliore arma di prevenzione contro i fattori e i comportamenti che aumentano il rischio di infarto. È probabile che coloro che hanno un maggiore livello di istruzione siano più consapevoli di quali sono i fattori di rischio da evitare per salvaguardare la salute del proprio cuore e che quindi adottino comportamenti protettivi e salutari.
È necessario quindi puntare sugli anni che i ragazzi trascorrono fra i banchi per insegnar loro abitudini salutari, come ad esempio il mangiar sano, fare sport in modo regolare ed evitare fumo e alcol, tutti insegnamenti che una volta appresi vengono mantenuti più facilmente anche in età adulta, riducendo notevolmente il rischio di patologie legate a stili di vita sbagliati. 

 


Fonte: 17 gennaio 2010, corriere.it



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Rischio diabete e obesità per bimbi nati con fecondazione in vitro

Osservando l'attività di regolazione dei geni (epigenetica) nei bambini concepiti grazie al metodo di fecondazione in vitro, i ricercatori della Temple University di Philadelphia hanno riscontrato un livello di duplicazione del Dna più lento rispetto a quello registrato nei bambini concepiti con metodo naturale. Conseguenza diretta di questa lentezza nella duplicazione è un maggior ritardo nell'inizio dell'attività cellulare.
La ricerca, effettuata per individuare la causa della maggior propensione a disordini metabolici, obesità e diabete in bambini nati con metodo Fivet (fecondazione “in provetta”), per ora ha dimostrato che esiste una differenza a livello genetico con i bimbi concepiti naturalmente, ma non è ancora stato possibile determinare se questa sia anchealla base del rischio maggiore di sviluppare malattie metaboliche. Sono necessari ulteriori studi per vagliare anche un'altra ipotesi, ovvero che il patrimonio genetico di genitori non fertili abbia un livello di regolazione differente, e che questo venga, ovviamente, trasmesso al feto.

 


Fonte: 14 gennaio 2010, news.kataweb.it



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Contro rischio diabete, artrite e ictus un aiuto dallo yoga

Fare yoga aiuta a difendersi dalle situazioni stressanti, non solo a livello psicologico ma anche fisiologico.
Secondo uno studio condotto presso l'Ohio State University (Usa) le donne che praticano yoga a livello avanzato mantengono un livello di citochine interleuchina-6 (IL-6) nel sangue inferiore rispetto a coloro che lo praticano da poco tempo.
Le proteine IL-6 sono ritenute responsabili della risposta infiammatoria dell'organismo e aumentano il rischio di ictus, diabete di tipo 2, artrite e molte altre malattie legate all'età.
Lo yoga potrebbe quindi essere una soluzione semplice, divertente e alla portata di tutti per contrastare non solo lo stress ma anche l'incidenza di malattie di origine infiammatoria.

 


Fonte: 14 gennaio 2010, lastampa.it



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Poco sonno aumenta il rischio diabete per i bambini

Nei bambini poco sonno provoca glicemia alta, indipendentemente da età, sesso e attività fisica. È l'ipotesi formulata dagli esperti del Chinese Academy of Sciences di Shanghai che, a seguito di uno studio condotto su 1236 bambini dai 3 ai 6 anni. Inoltre 619 bambini erano obesi mentre gli altri 617 erano normopeso, nessuno di essi con diabete di tipo 2 diagnosticato. Dal periodo di osservazione è emerso che il 47% dei bimbi obesi e il 37% dei bimbi normopeso dormivano meno di 8 ore ogni notte.
Il poco sonno risulta essere una causa potenziale dell'aumento del tasso di glicemia e, di conseguenza, dell'insorgenza del diabete di tipo 2. In particolare per i bambini obesi che dormivano meno di 8 ore per notte il rischio diabete era di 2.15 volte superiore alla norma mentre per i bimbi normopeso era di 1.35 volte maggiore.
L'iperglicemia sembra essere invece un problema meno frequente nei bambini che dormono 9 o 10 ore ogni notte.

 


Fonte: 13 gennaio 2010, sanihelp.it



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Esiste una correlazione tra glicemia e rischio tumori

Secondo un recente studio condotto presso l'Umea University in Svezia gli individui che hanno alti livelli di zucchero nel sangue potrebbero essere esposti a un rischio maggiore di sviluppare un tumore.
Lo studio si è concentrato sui livelli di glucosio di 274.126 uomini e 275.818 donne di circa 45 anni, tutti provenienti da Norvegia, Austria e Svezia, dimostrando che per le donne la correlazione tra glicemia e rischio tumore è molto più forte rispetto a quella riscontrata per gli uomini.
Si tratta di dati che destano grande preoccupazione poiché nel mondo le persone con alti livelli di zucchero nel sangue sono moltissime: più di 10 milioni solo nel Regno Unito, di cui 2,6 milioni con diabete già diagnosticato, 500 mila con diabete non ancora diagnosticato e altri 7 milioni circa con una condizione di pre-diabete. Un vero e proprio esercito di soggetti che rischiano di ammalarsi di tumore nel giro di qualche anno.

 


Fonte: 12 gennaio 2010, sanihelp.it



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Lipoproteina A nel sangue: un nuovo fattore di rischio per l'infarto

La presenza della lipoproteina A nel sangue potrebbe essere un fattore determinante per una maggiore propensione a incorrere in infarto. Lo sostengono i ricercatori dell' Istituto Mario Negri di Milano, del Karolinska Institute di Stoccolma, dell'Università di Munster, del Wellcome Trust Centre e della Clinical Trials Service Unit dell'Università di Oxford, riuniti nel consorzio europeo Procardis.
Lo studio, condotto su circa 16 mila europei, si è basato sull'analisi genetica per dimostrare che esistono due varianti del gene Apo-A in grado di aumentare i livelli di lipoproteina A nel sangue e incrementare di conseguenza il rischio di infarto.
Un ulteriore fattore di rischio che si va quindi ad aggiungere a quelli già noti (colesterolo, ipertensione, diabete, obesità e fumo) e al quale bisogna prestare molta attenzione: secondo gli esperti infatti una persona su sei è portatrice di una delle due varianti del gene Apo-A, e ha quindi un rischio di infarto doppio rispetto a coloro che non ne sono portatori. Situazione ancora peggiore per coloro che risultano essere portatori di entrambe le varianti, poiché il loro rischio di infarto risulta addirittura quadruplicato rispetto al normale.
È necessario comunque attendere nuove informazioni dalla comunità scientifica riguardo alla lipoproteina A, che è ancora poco conosciuta ma che già dai primi studi appare poco sensibile a misure quali dieta, attività fisica  e statine e più reattiva invece ad alcuni farmaci.

 


Fonte: 12 gennaio 2010, corriere.it



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Diabetici: alto il rischio incidenti in auto se la glicemia è bassa

Avere l'emoglobina glicata bassa potrebbe non essere un vantaggio per i diabetici che si mettono alla guida. Secondo i risultati di uno studio canadese, infatti, il rischio di essere coinvolti in incidenti stradali aumenta proporzionalmente al diminuire del valore dell'emoglobina glicata, un dato che indica il livello medio di glicemia del paziente negli ultimi 2-3 mesi. Ancor più alto risultava il rischio di incidenti per i diabetici con ipoglicemia: addirittura 4 volte maggiore rispetto ai diabetici con valori glicemici nella norma.
Il problema è che il controllo glicemico è uno dei punti cardine nella cura del diabete, e per ottenere una bassa emoglobina glicata è spesso necessario sottoporsi a una terapia insulinica intensa, cosa che aumenta la probabilità di incorrere in una condizione di ipoglicemia.
Un calo di glucosio nel sangue, caratteristica principale dello stato di ipoglicemia, può indurre a una momentanea perdita di coscienza, situazione estremamente pericolosa nel caso ci si trovi alla guida di una macchina.
Un rischio che il paziente diabetico può comunque imparare a prevenire con le giuste informazioni e le indicazioni del diabetologo di fiducia sulle precauzioni necessarie ad esempio prima di compiere viaggi di lunga durata. Nonostante esistano delle direttive precise in materia, nel nostro Paese spetta comunque al diabetologo stabilire se il paziente diabetico sia o meno in grado di mettersi alla guida di un'auto, tuttavia l'emoglobina glicata non può essere il parametro principale su cui basare questa decisione, come invece accade in altri paesi europei.

 


Fonte: 11 gennaio 2010, corriere.it



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Sindrome Metabolica: per arginarne la diffusione è necessario prevenire

Sono tra i 6 e gli 8 milioni le persone che, solo in Europa, sono affetti da Sindrome Metabolica, una condizione che aumenta il rischio di sviluppare diabete di tipo due e di incorrere in malattie cardiovascolari.
L'International Diabetes Federation nel 2006 ha suggerito i parametri per stabilire le caratteristiche che un individuo deve possedere per ritenere che abbia sviluppato la Sindrome Metabolica: aumento del grasso addominale, diminuzione del colesterolo buono (HDL), aumento dei trigliceridi, ipertensione arteriosa e glicemia a digiuno superiore a 100 mg/dl.
A questi parametri se ne è aggiunto di recente un altro: sembra infatti che gli uomini con una ridotta produzione di testosterone (affetti cioè da ipogonadismo) siano più inclini a subire alterazioni del metabolismo.
È importante sviluppare programmi di prevenzione e di osservazione per contenere la diffusione, già di ampie dimensioni, della Sindrome Metabolica soprattutto per evitare le gravi conseguenze che essa può provocare. Un individuo con alterazioni metaboliche è infatti più a rischio di sviluppare problemi al fegato, polipi e tumori al colon-retto e il diabete.
Una dieta ipocalorica, basata su un alto consumo di frutta e verdura, di alimenti contenenti pochi grassi saturi e con basso indice glicemico, e abbinata a una costante attività fisica sono la migliore arma di prevenzione contro questa sindrome.

 


Fonte: 11 gennaio 2010, notizie.tiscali.it



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Per gli ex fumatori è alto il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2

Secondo i risultati di un recente studio inglese sembra che abbandonare il vizio del fumo possa aumentare il rischio di ammalarsi di diabete di tipo 2.
Un rischio che i ricercatori dell'Istituto John Hopkins sono anche riusciti a quantificare: dalla ricerca è emerso infatti che per coloro che smettono di fumare il rischio di diventare diabetici nei primi sei anni di astinenza è del 70% in più rispetto a chi continua a fumare e a chi non ha mai cominciato.
La motivazione dei ricercatori è che, per sopperire alla mancanza delle sigarette, gli ex fumatori trovano solitamente un sostituto nel cibo, in particolar modo nei dolci, incrementando così sia la tendenza a prendere peso che il pericolo di sviluppare il diabete di tipo 2.
Il consiglio dei ricercatori naturalmente non è quello di continuare a fumare (anche perché i fumatori hanno comunque un rischio di sviluppare il diabete più alto del 30% rispetto ai non fumatori), tuttavia sottolineano l'importanza di tenere sotto controllo l'alimentazione e l'eventuale aumento di peso.
Un controllo che va mantenuto soprattutto durante i primi tre anni di astinenza dal vizio, quando in media si ingrassa di 3.8 chili e il rischio diabete è più elevato. Superati i dieci anni senza fumo la probabilità di sviluppare il diabete tornano invece nella norma. 

 


Fonte: 5 gennaio 2010, agi.it



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Diabetici: per la salute dei reni un aiuto dal pesce

Per i pazienti diabetici consumare pesce regolarmente potrebbe fornire un importante aiuto nel mantenere in buona salute i reni.
Dai risultati di un recente studio condotto dai ricercatori dell'Università di Cambridge è emerso infatti che, con il suo alto contenuto proteico, la carne di pesce sia un alimento ideale per individui affetti da diabete.
In particolare su 22 mila volontari presi in considerazione durante la ricerca, di cui 517 diabetici di tipo 2, coloro che dichiaravano di consumare pesce più di una volta alla settimana risultavano avere un livello di macroalbuminuria inferiore rispetto a quelli che invece mangiavano poco pesce.
La macroalbuminuria è un termine che indica la presenza di una proteina del sangue, l'albumina, nelle urine, e che se in quantità elevate può essere il campanello di allarme per un eventuale malfunzionamento a livello renale.
I ricercatori suggeriscono comunque di fare una distinzione tra i pesci da inserire nell'alimentazione di un diabetico: orata, merluzzo, cernia, gamberi e scampi sono infatti meno grassi e quindi più indicati di altri pesci, quali ad esempio anguilla, salmone, sgombro e aringa.

 


Fonte: 2 gennaio 2010, newsfood.com



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Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2011