La tecnologia al servizio della medicina viene incontro alle esigenze dei pazienti, l'ultima novità riguarda una speciale lente a contatto dotata di una sostanza che reagisce al glucosio segnalandone il livello tramite colori.
Infatti chi soffre di diabete deve tenere costantemente monitorato il livello di glucosio e il metodo più diffuso è quello della goccia di sangue prelevata ad esempio dalla punta del dito. Ma una nuova metodologia è stata ipotizzata dalla University of Western Ontario, più veloce e meno invasiva: tramite una lente a contatto capace di cambiare colore a seconda del livello di glucosio.
Quando la colorazione cambia non è proprio un bel segno, però almeno si potrà agire tempestivamente per riportare i livelli nuovamente nella norma. Tale sistema funziona grazie alla nanoparticelle, contenute in una sostanza chiamata idrogel che compone le lenti e che reagisce al glucosio che oltre al sangue è anche contenuto nelle lacrime. Questa tecnologia è ad ampio respiro e potrà avere molteplici applicazioni: potrà essere infatti usata anche nelle confezioni di cibo per informare sulla qualità degli alimenti contenuti e su eventuali contaminazioni.
Fonte: 24 dicembre 2009, jack.tiscali.it
Le uova di nasello, lompo e salmone sono le tre migliori fonti alimentari di omega3: è quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori dell'Università di Almería (Spagna) e pubblicato sulla rivista Journal of Lipid Science and Technology.
I ricercatori sono giunti alla conclusione dopo aver analizzato il quantitativo di acidi grassi contenuto nelle uova di 15 tipi di pesce differenti, concentrando le ricerche in particolare su due tipi di omega3, l'acido eicosapentaenoico (EPA) e l'acido docosaesaenoico (DHA).
Gli acidi grassi omega3 sono essenziali per garantire il corretto sviluppo di una vasta gamma di funzioni metaboliche del corpo umano. La mancanza di questi composti, spiegano i ricercatori, è associata a malattie cardiovascolari, ipertensione, depressione, diabete e scarso sviluppo del sistema nervoso e riproduttivo.
I risultati dimostrano che gli omega3 sono presenti in tutte le uova di pesce, ma soprattutto nelle uova di lompo, nasello e salmone, palamita, sgombro e calamari, e che un consumo minimo di queste è sufficiente a soddisfare gli introiti di omega3 per il corpo umano. "Abbiamo classificato queste uova - spiega José Luis Guil Guerrero, direttore dello studio e ricercatore nel Dipartimento di Tecnologie Alimentari dell'Università di Almeria - come fonti inequivocabili di omega3".
Fonte: 24 dicembre 2009, salute.asca.it
Nanoparticelle a rilascio controllato. A dirla così, si fatica a credere che dietro ci sia un indotto di occupazione di circa 200 persone, un milione di euro di fatturato che raddoppierà nei prossimi anni e richieste di collaborazione dalle case farmaceutiche del mondo. Il merito è di un brevetto bolognese, un semplice "calzino tecnologico" che sta allungando la vita di molti diabetici evitando soluzioni a volte necessarie come l'amputazione degli arti.
LVM Technologies è stata fondata cinque anni fa sotto le Due Torri da Lucio Lenzi e Morena Restani. Ispirati dal successo americano dell'applicazione delle nanotecnologie in medicina, oggi fanno affari con i paesi arabi, il Brasile e la Germania, e i loro calzini vengono sperimentati in centri come il Cisanello di Pisa o l'Istituto Zucchi di Monza. Il dispositivo-calzino combatte «le complicazioni del diabete o dell'ulcera: rilascia una proteina riparatrice che cicatrizza le ferite su cui il paziente perde sensibilità». Il sistema sanitario greco lo ha reso rimborsabile e dai pazienti arrivano ottimi feedback. Una volta smaltito l'indebitamento di avvio, Lvm conta di raddoppiare la crescita: «Le multinazionali ci corteggiano - commenta il presidente - per l´innovazione la crisi non c´è, ma è stato difficile partire da soli». L'azienda bolognese, che si definisce un "cervello in fuga", non può fare a meno di denunciare «i no da Regione e Stato a richieste di finanziamento - conclude Lenzi - purtroppo se hai una buona idea, sei costretto ad andare all'estero».
Fonte: 22 dicembre 2009, espresso.repubblica.it
I dolcificanti artificiali o edulcoranti sono stati studiati per essere privi di carboidrati e quindi per non dover avere un effetto simile nella gestione degli zuccheri da parte dell'organismo e, vista la grande diffusione, ci sono effetti sul metabolismo e sul peso che valeva la pena di investigare, secondo quanto dichiarato dagli autori di un nuovo studio.
La dr.ssa Rebecca J. Brown e colleghi (National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases di Bethesda - Usa) hanno voluto scoprire perché l'assunzione di edulcoranti causasse la secrezione da parte del tubo digerente di un peptide, il GLP-1, che provoca la sensazione di pienezza o sazietà per frenare l'appetito.
Per indagare su questo fatto, i ricercatori hanno coinvolto 22 giovani sani di peso rientrante nella norma a cui è stata fatta bere una bevanda zuccherata, a digiuno, diverse ore dopo aver mangiato per poi controllare come il corpo metabolizzasse il glucosio.
Dieci minuti prima di bere la bevanda zuccherata i partecipanti, suddivisi in due gruppi, hanno bevuto una bevanda contenente un edulcorante o un bicchiere di acqua minerale gassata.
Dalle analisi si è scoperto che l'aumento dei livelli di glucosio a seguito dell'assunzione del bicchiere con acqua zuccherata dopo aver bevuto la bevanda edulcorata o l'acqua gassata era lo stesso, tuttavia chi aveva bevuto la bibita edulcorata mostrava una maggiore secrezione del GLP-1.
I dati ottenuti, chiariscono i ricercatori, mostrano che vi è un'azione sinergica combinata tra gli edulcoranti e lo zucchero nell'attivare la secrezione del peptide GLP-1.
A motivo di ciò sarebbe opportuno poter studiare gli effetti dei dolcificanti artificiali nella possibilità di migliorare la produzione di questo peptide per il controllo del peso, nei pazienti affetti da diabete di tipo 2 e con altri problemi legati al metabolismo.
Fonte: 22 dicembre 2009, lastampa.it
Una ricerca in corso, condotta dal dottor Ravi Krishnan (del Queen Elizabeth Hospital, Australia), i cui risultati parziali sono pubblicati dal sito web "Medical News", proverebbe che le cellule staminali possono venire in aiuto nella lotta al diabete. Stando al dottor Krishnan, l'iniettare nel corpo del malato di diabete (di tipo 2) una singola dose di cellule staminali adulte, fa aumentate il livello di insulina e calare quello di glucosio.
Krishnan e i suoi colleghi hanno lavorato con 35 topi, in cui era stato indotto il diabete di tipo 2 ed i conseguenti danni al fegato.
Agli animali è stata somministrata un'unica dose di cellule staminali prelevata da un diabetico umano. I ricercatori hanno quindi osservato come nei topi fosse evidente un aumento dell'insulina nel sangue e una netta diminuzione del glucosio. Questo era causato dalle riparazioni nel pancreas, che avevano ripristinato l'equilibrio tra le cellule-alfa che producono glucagone (ed aumentano il glucosio nel sangue) e le cellule beta che producono glucagone (e diminuiscono il glucosio).
I risultati, nonostante le sperimentazioni siano ancora in corso, paiono molto promettenti. Di questa teoria uno degli studiosi coinvolti, il dottor Michael Horowitz, diabetologo: "I dati sono molto eccitanti, e dimostrano chiaramente le potenzialità di tali cellule staminali adulte nel trattamento nel diabete di tipo 2".
Il diabete di tipo 2 è il più diffuso nel mondo occidentale, colpendo il 90-95% dei diabetici dichiarati, con una crescita continua. Può colpire diverse parti del corpo, provocando disturbi come problemi renali cronici, cecità o danni al sistema nervoso. E i rimedi sono pochi; le iniezioni d'insulina sono una tattica rischiosa, in quanto rischiano di far calare i livelli di glucosio troppo rapidamente (ipoglicemia).
Al contrario, la tecnica a base di staminali studiata dai medici australiani sembra essere più sicura ed efficace. "I risultati suggeriscono che le MPC's aumentano la rigenerazione delle cellule-beta del pancreas, provocando un aumento dell'insulina, notevole ma sicuro", aggiunge Horowitz.
Fonte: 20 dicembre 2009, newsfood.com
La Federazione Diabete Giovanile (F.D.G.) e il Coordinamento Associazioni Italiane Giovani Diabetici (A.G.D. Italia) festeggiano il Natale a Bagheria in un incontro dal titolo "Il bambino con diabete nella vita quotidiana", organizzato domenica 20 dicembre dalla locale Associazione Diabetici “Vincenzo Castelli” con il sostegno di Terumo Italia. L'incontro è il terzo di una serie sul territorio nazionale per la presentazione di una ricerca empirica sul vissuto dei giovani pazienti e dei loro genitori, condotta dalla psicologa Monica Azzolini. All'incontro parteciperanno i due presidenti nazionali delle Associazioni Antonio Cabras (F.D.G.) e Massimo Cipolli (A.G.D.). “Il diabete anche nel giovane e nel bambino – sottolinea Cipolli – è una quotidiana prova di coraggio, di consapevolezza, di capacità di scelta, autodeterminazione che richiede la sensibilità e la capacità di saper chiedere ed offrire aiuto. Da anni le famiglie coinvolte nel Diabete Giovanile hanno dato vita ad un movimento associativo in grado di rispondere, in sinergia con personale qualificato (medici, infermieri, psicologi, dietisti), alla necessità di ascolto, sostegno e rielaborazione dei propri bisogni anche psicologici”. “Negli ultimi anni – ricorda Cabras – le Associazioni di pazienti hanno assunto un ruolo primario anche nel contesto del Servizio Sanitario Nazionale per la costruzione di una rete di collegamento tra le figure Istituzionali, al fine di superare le disomogeneità di trattamento delle persone con diabete nelle diverse Regioni italiane, dove spesso mancano programmi integrati di intervento fra le Istituzioni, i Servizi diabetologici, le Scuole e le stesse Associazioni”. Frutto di questa attività è stata la recente approvazione in Senato, grazie soprattutto all'impegno dei senatori Baio, Finocchiaro e Tomassini, lo scorso 3 dicembre di una mozione che impegna il Governo a garantire l'accesso alle cure per i diabetici in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale e ad inserire la gratuità degli esami e delle prestazioni in sede di revisione dei Livelli Essenziali di Assistenza. “Anche il periodo natalizio Natale – sottolinea Dario De Bortoli, direttore Linea diabete Terumo Italia – può diventare un momento significativo di sensibilizzazione per portare all'attenzione dell'opinione pubblica i problemi dei bambini con diabete e dei loro genitori: un vissuto psicologico complesso, le difficoltà quotidiane che incontrano a scuola o nel tempo libero e ancora il difficile rapporto con gli strumenti di monitoraggio della glicemia. La ricerca, che presentiamo, infatti ci dice che spesso i bambini lamentano gli effetti collaterali derivanti dall'utilizzo del pungidito per il prelievo del sangue, quali dolore, indurimento della cute, riduzione della sensibilità tattile. Difficoltà superate grazie ai glucometri di ultima generazione”.
Fonte: 18 dicembre 2009, it.health.yahoo.net
Non sono tutti uguali i geni dei genitori: uno stesso gene, ereditato dalla madre e dal padre, può aumentare o diminuire il rischio di contrarre una malattia. Questo il risultato di uno studio effettuato dal team di Kari Stefansson della deCODE genetics di Reykjavik: il medesimo gene, se ereditato da un genitore ha un effetto, mentre se ereditato dall'altro ne ha uno diverso. Per esempio se viene dal padre un gene aumenta del 40% il rischio di diabete, al contrario il rischio diminuisce se lo stesso gene è ereditato dalla madre.
Fonte: 18 dicembre 2009, ans.it
Dedicare molto tempo alla tv e, quindi, alla sedentarietà mette a rischio la salute delle persone aumentando la probabilità che diventino obese.
Lo hanno ricordato i ricercatori dell'Università del Vermont, USA, dopo aver appurato che gli adulti americani trascorrono mediamente 5 ore ogni giorno davanti alla tv, attività che, subito dopo il sonno e il lavoro, impegna la maggior parte della giornata.
Lo studio condotto dagli studiosi americani ha coinvolto 36 soggetti sovrappeso, obesi o gravemente obesi, che affermavano di trascorrere quotidianamente almeno 3 ore davanti alla televisione. A venti di questi è stato installato sul televisore di casa un apparecchio che spegneva automaticamente la tv una volta superato il tempo massimo consentito per guardare i programmi televisivi. I restanti 16 partecipanti fungevano da gruppo di controllo continuando a guardare la tv come d'abitudine. I partecipanti allo studio dovevano inoltre annotare su un diario tutto il cibo consumato durante il corso della giornata e indossare un braccialetto che consentiva di misurare la quantità di calorie ingerite e l'attività fisica svolta.
Al termine del periodo di osservazione, durato 21 giorni, il gruppo a cui era stato dimezzato il tempo da trascorrere davanti alla tv mostravano una perdita di peso pari a 600 grammi, che in termini calorici si traduce in un consumo di 119 calorie in più, dimostrando che dedicando meno tempo alla televisione si ha più tempo per svolgere attività che permettano un maggior consumo di calorie e una maggiore probabilità di prevenire o combattere l'obesità.
Fonte: 16 dicembre 2009, salute.agi.it
Il piede diabetico non è solo una complicanza dolorosa e debilitante provocata dal diabete ma anche un fattore che può anticipare il decesso rispetto a diabetici che non hanno lesioni ai piedi.
Lo hanno comunicato i ricercatori del Bergen University College con la pubblicazione sulla rivista Diabetes Care di uno studio che ha visto coinvolte 65 mila pazienti.
Di queste, 1339 erano diabetiche ma solo 155 mostravano gli effetti da piede diabetico. Nel periodo di osservazione, durato 10 anni, la metà di questi individui con lacerazioni sono morti, mentre fra i pazienti diabetici senza lacerazioni ai piedi si è registrato il 35% di decessi. Fra tutti coloro che non soffrivano di diabete il tasso di mortalità è stato del 10,5%.
I ricercatori hanno ipotizzato che questo alto numero di morti fra pazienti con piede diabetico sia dovuto al fatto che spesso questa malattia può sorgere in concomitanza con altre situazioni negative quali cattivo controllo glicemico, disturbi cardiovascolari, disfunzioni renali e perfino depressione.
Questi risultati suggeriscono quindi che i soggetti affetti da diabete, e in particolar modo coloro che soffrono anche di complicanze da piede diabetico, dovrebbero effettuare controlli annuali per salvaguardare il proprio stato di salute il più a lungo possibile.
Fonte: 15 dicembre 2009, sanihelp.it
Uno studio condotto in Germania dai ricercatori della Fulda University of Applied Sciences ha dimostrato la tendenza in soggetti nati sottopeso a un ingresso anticipato di 4-7 mesi nella fase della pubertà rispetto al normale.
Per la ricerca sono stati analizzati i dati relativi a 215 ragazzi e ragazze che facevano già parte di uno studio iniziato dall'Istituto di Ricerca Child Nutrition di Dortmund nel 1985. I dati riguardavano in particolare peso e altezza misurati al momento della nascita e in altri cinque momenti tra i 6 e i 13 anni di vita. I ricercatori hanno osservato che, sul totale del campione analizzato, 108 bambini erano entrati nella pubertà in età normale, 54 in ritardo e 53 in anticipo. È inoltre emerso che il 21% di questi ultimi era nato con peso inferiore alla norma, mentre fra coloro che erano entrati in pubertà in età normale o in ritardo solo il 10% e il 6% rispettivamente era sottopeso alla nascita.
Un altro fattore che sembra essere collegato alla precocità dell'ingresso in pubertà era il rapido aumento di peso nei primi due anni di vita: quelli con pubertà precoce nel 42% dei casi avevano infatti avuto un veloce incremento di peso, contro il 20% circa degli altri due gruppi.
Poiché un ingresso precoce nella fase della pubertà è stato collegato a un più alto rischio di sviluppare diabete, obesità e alcuni tipi di cancro, i risultati di questa nuova ricerca, se confermati, risulterebbero molto importanti nella prevenzione di queste malattie.
Fonte: 14 dicembre 2009, lastampa.it
Morire per eccesso di pigrizia è possibile e accade ogni anno al 5% degli italiani, che tradotto in cifre significa circa 28mila morti provocate da disturbi legati a uno stile di vita scorretto.
Tante sono infatti le persone che conducono una vita sedentaria secondo la stima effettuata dal Ministero della Salute nell'ambito della ricerca condotta per conoscere il quadro generale di salute del paese.
Sfortunatamente le conclusioni raggiunte da questa indagine ministeriale non sono affatto incoraggianti. Durante lo scorso anno circa il 40% delle persone con più di 3 anni di età risultava condurre una vita assolutamente priva di attività fisica o sportiva. È emerso inoltre che a primeggiare nel campo della sedentarietà sono le donne, le quali rappresentano il 45% dei pigri italiani, contro il 35.3% degli uomini.
Anche i dati relativi alla fascia di età tra i 6 e i 17 anni sono preoccupanti, poiché confermano che 1 giovane su 4 dedica meno di un'ora alla settimana all'attività fisica, tendenza probabilmente influenzata dal fatto che la metà dei bambini italiani ha in camera una tv davanti alla quale trascorre circa 3 ore al giorno.
Come se non bastasse, alla pigrizia si aggiungono le cattive abitudini alimentari che favoriscono l'insorgere di patologie quali diabete, obesità e perfino tumori. Frutta e verdura vengono consumate nelle dosi consigliate dai medici (5 porzioni al giorno) solo dal 10% degli italiani, mentre 1 persona su 5 ne consuma quotidianamente una sola porzione.
Fonte: 11 dicembre 2009, newsfood.com
Aumento costante e allarmante dei casi di diabete, assenza di interventi adeguati di prevenzione e mancanza di adeguate terapie delle complicanze arteriose del diabete: questo è il quadro tracciato dal professor Paolo Rubino, responsabile del Laboratorio di Cardiologia Invasiva della Clinica Montevergine di Mercogliano (Avellino) e dal professor Carmine Malzoni, docente di Oncologia ginecologica, durante il congresso per la presentazione del corso di interventistica periferica.
Se non si trovano misure preventive efficaci per arrestare la diffusione dei casi di diabete il rischio è che nel giro di 5 anni si arrivi a parlare di vera e propria pandemia. Ai ritmi di diffusione attuali della malattia, infatti, nel 2015 i diabetici saranno il doppio di quelli che si contano oggi.
I due esperti, durante il congresso, hanno inoltre sottolineato che, già oggi, più del 90% delle amputazioni degli arti in pazienti affetti da diabete potrebbe essere sostituita da un intervento tempestivo di angioplastica finalizzato a riaprire una delle arterie occluse sotto il ginocchio.
Stenosi carotidea, stenosi ostruttiva degli arti inferiori, aneurisma dell'aorta, stenosi valvolare aortica: queste e molte altre sono le situazioni in cui si rende necessario un approccio che coinvolga diverse figure professionali, dal medico di base al medico specialistica, come ad esempio il chirurgo cardio-vascolare.
Un primo passo verso il futuro della cura di queste patologie è rappresentato dall'impianto di una valvola aortica per via transapicale, effettuata inserendo la protesi attraverso un foro di diametro inferiore a 1 cm, praticato nell'arteria femorale della gamba o nel torace in corrispondenza dell'apice cardiaco. Un'operazione che consente di intervenire anche su pazienti con una severa co-morbidità e con alta probabilità di decesso nell'affrontare l'intervento tradizionale, ovvero la sostituzione valvolare per via chirurgica.
Fonte: 9 dicembre 2009, ansa.it
Che allattare faccia bene alla salute del bambino è un argomento ormai confermato da moltissime ricerche. Diversamente si è parlato poco dei benefici di questa pratica sull'organismo della donna.
Un recente studio condotto da un team di ricercatori americani della divisone Ricerche di Kaiser Permanente di Oakland in California e pubblicato sulla rivista Diabetes ha dimostrato che allattare al seno riduce nella donna il rischio di sviluppare diabete, disturbi dell'apparato cardiocircolatorio e in generale tutte quelle condizioni che conducono alla sindrome metabolica, quali ipertensione, colesterolo e trigliceridi alti e eccessivo accumulo di grasso addominale.
Gli esperti sono giunti a questa conclusione dopo un periodo di osservazione che ha coinvolto 700 donne dal momento del parto e per i successivi 20 anni. Al termine dello studio è emerso che coloro che avevano allattato i figli risultavano meno esposte (dal 39 al 56% in meno) al rischio di incorrere in malattie cardiovascolari, sindrome metabolica e diabete rispetto alle donne che avevano scelto di nutrire i bambini con latte artificiale.
Fonte: 9 dicembre 2009, unita.it
Apparecchi per la misurazione del diabete che sono difficili da utilizzare e che forniscono risultati inaffidabili, spese per le visite mediche e le analisi di routine a carico dei malati: è questa la dura realtà che devono affrontare i pazienti napoletani della Asl 5.
In seguito all'appalto indetto dalla società che si preoccupa di contenere i costi dell'Asl campana, la fornitura di reflettometri, apparecchi per la misurazione rapida del diabete, è diventata di competenza della Svas Biosana, azienda di San Giuseppe Vesuviano.
Il cambiamento di fornitori per i reflettometri destinati ai diabetici napoletani non ha però sortito gli effetti sperati. A dispetto di una forte riduzione dei costi sostenuti dall'Asl 5 di Napoli e della comodità di una consegna dei kit a domicilio, i pazienti hanno ricevuto prodotti scadenti e inaffidabili, che si sono rivelati quindi anche pericolosi, data l'estrema importanza di una rilevazione esatta del livello glicemico per una persona diabetica.
Le accuse mosse dall'Asl all'impresa che fornisce i reflettometri includono, oltre alla qualità scadente dei prodotti, il mancato rispetto dei tempi stabiliti per la consegna, il disservizio del telefono verde dove i pazienti non hanno mai ricevuto risposta e infine la violazione della privacy dei clienti per aver consegnato il prodotto a persone diverse dal destinatario, come ad esempio un vicino di casa.
In seguito a questa situazione a dir poco preoccupante dell'assistenza sanitaria campana, è stata inviata al governatore della Campania Bassolino e all'assessore regionale alla Sanità una lamentela circa la difformità delle terapie diabetiche seguite nelle diverse Asl, delle modalità di consegna dei kit e delle gare d'appalto, durante le quali è fondamentale tener conto dei requisiti indispensabili richiesti dalle associazioni dei pazienti diabetici.
Fonte: 7 dicembre 2009, corrieredelmezzogiorno.corriere.it
La chirurgia bariatrica, altrimenti conosciuta come chirurgia gastrointestinale metabolica, potrebbe rappresentare il futuro nella cura del diabete di tipo 2. È infatti stato dimostrato che in soggetti obesi l'intervento bariatrico porti benefici in termini di scomparsa del diabete prima ancora che di perdita di chili in eccesso, e sulla scia di questi risultati pubblicati sulla rivista Annals of Surgery, è attualmente in corso uno studio, a cui ha preso parte anche il nostro Paese, volto a stabilire le indicazioni terapeutiche di questo tipo di operazione chirurgica su pazienti diabetici in leggero sovrappeso o addirittura con peso nella norma.
Tuttavia la lotta al diabete non può e non deve esaurirsi qui. Sono infatti più di tre milioni solo in Italia le persone affette da questa malattia. Di queste solo il 10-15% soffre di diabete di tipo 1, anche conosciuto come diabete giovanile, mentre il restante 85% è affetto da diabete di tipo 2, ovvero quella forma della malattia legata all'obesità e alle cattive abitudini alimentari. Questo secondo tipo di diabete è sensibile a modifiche dell'alimentazione, dello stile di vita e ai farmaci, i cosiddetti “ipoglicemizzanti” orali. Questi sono sicuramente gli aspetti su cui ciascun malato può e deve intervenire per tenere sotto controllo la malattia, evitando così l'insorgere di tutte quelle patologie croniche che spesso sono provocate dal diabete, quali ictus, piede diabetico, danni alla retina, insufficienza renale, infarto e disturbi cardiocircolatori.
Per evitare infine che la diffusione del diabete proceda ai ritmi attuali diventando nel giro di pochi anni una vera e propria pandemia, è necessario che anche le istituzioni aumentino gli sforzi per garantire un'assistenza migliore ai malati, aumentando il numero di centri diabetologici e lo abbreviando i tempi di attesa per le visite di controllo che, effettuate periodicamente, aiutano i pazienti a migliorare il controllo e la gestione della malattia.
Fonte: 7 dicembre 2009, notizie.tiscali.it
Una donna in sovrappeso durante la gravidanza è maggiormente esposta al rischio di sviluppare, in futuro, diabete e ipertensione. In particolare i ricercatori dell'Università di Oulu, in Finlandia, hanno trovato che questo rischio è particolarmente elevato quando il sovrappeso in gravidanza è abbinato al diabete mellito gestazionale.
Gli studiosi sono giunti a questa conclusione in seguito a una ricerca che ha coinvolto un gruppo di donne con precedente esperienza di diabete gestazionale, 70 delle quali erano normopeso e 54 sovrappeso (BMI uguale o superiore a 25kg/m2) e un secondo gruppo di donne, 768 normopeso e 250 sovrappeso, che presentavano fattori di rischio per il diabete gestazionale, come ad esempio età superiore a 40 anni e glicosuria, ma risultati normali nel test di tolleranza orale al glucosio. Un terzo gruppo composto da 5341 donne senza fattori di rischio per il diabete gestazionale serviva infine da gruppo di controllo.
Dopo un periodo di monitoraggio durato 20 anni, i ricercatori hanno concluso che essere in sovrappeso durante la gravidanza, pur non sviluppando il diabete gestazionale, aumentava di 12.63 volte il rischio futuro di diventare diabetiche e di 2.86 di soffrire di ipertensione rispetto alle donne normopeso e senza diabete gestazionale. Se oltre al sovrappeso la donna sviluppava anche il diabete gestazionale, il rischio diventava rispettivamente di 47.24 e 9.16 volte superiore.
Infine le donne che, nonostante un peso nella norma, sviluppavano il diabete gestazionale, mostravano un rischio di 10.61 volte superiore di sviluppare successivamente il diabete ma nessun aumento nel rischio di diventare ipertese.
Alla luce di questi dati i ricercatori hanno confermato che una condizione di sovrappeso è un fattore di rischio essenziale per predire una possibile futura insorgenza di diabete o di ipertensione.
Fonte: 4 dicembre 2009, Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism; Advance online publication
La calcificazione della valvola cardiaca e la stenosi aortica sono indicatori di aterosclerosi e predittori di morbilità e mortalità per disturbi cardiovascolari.
I ricercatori dell'Università della California di San Diego hanno studiato i regolatori della calcificazione della valvola cardiaca, quali la proteina Gla di matrice (MGP) e il suo precursore, la MGP non carbossilata, nella speranza che potessero essere potenzialmente modificabili.
In uno studio trasversale su 839 pazienti ambulatoriali con disturbi cardiovascolari stazionari i ricercatori hanno misurato il siero della MGP non carbossilata e valutato, tramite un'ecocardiografia, la calcificazione dell'anello mitralico e la stenosi aortica.
La calcificazione dell'anello mitralico era presente in 155 pazienti (pari al 19% del gruppo esaminato), la stenosi aortica in 68 pazienti (pari al 9%) mentre 221 soggetti erano risultati diabetici (pari al 26% del totale).
I ricercatori sono giunti alla conclusione che l'associazione tra siero della MGP non carbossilata e la calcificazione dell'anello mitralico sono diversi a seconda dello stato del diabete.
Nei soggetti non diabetici, infatti, alti livelli di MGP non carbossilata erano associati con un rischio basso di calcificazione dell'anello mitralico. Al contrario, nei pazienti diabetici si riscontrava un rischio maggiore di calcificazione dell'anello mitralico nel caso in cui il livello di MGP non carbossilata fossero alti.
Un risultato simile è stato osservato anche nell'associazione tra il livello di MGP non carbossilata e il rischio di stenosi aortica, sebbene questo dato non sia risultato statisticamente significativo.
Questi dati dimostrano che molti nuovi inibitori della calcificazione funzionano in modo diverso tra soggetti con o senza diabete mellito.
Inoltre questi risultati, se confermati, potrebbero confermare l'utilità della misurazione di MGP non carbossilata nell'identificazione di soggetti ad alto rischio di progressione dei problemi cardiovascolari.
Fonte: 26 novembre 2009, Atherosclerosis; Advance online publication
È stato pubblicato uno studio secondo cui l'ìolio di semi di lino apporta vantaggi per le donne in post menopausa e con diabete: è stati infatti evidenziato come l'uso di olio di semi di lino in prodotti destinati all'alimentazione possa contribuire a ridurre il rischio di osteoporosi.
I ricercatori del National Research Center del Cairo (Egitto) e coordinati dal Dott. Mer Harvi, hanno condotto uno studio su un gruppo di topi 70 albini femmina. Trenta di questi avevano subito una rimozione delle ovaie (OVX).
I topi sono stati suddivisi in diversi gruppi: un gruppo di controllo, un gruppo "sham", un gruppo diabetici, un gruppo diabetici che riceveva l'olio di semi di lino nella dieta, OVX, OVX diabetici e OVX diabetici che riceveva l'olio si semi di lino nella dieta.
Dopo due mesi di controllo, si constatato che l'urina e il sangue dei topi OVX e OVX diabetici conteneva alti livelli di insulina come fattore di crescita (IGF-1) e una proteina di origine ossea detta osteocalcina. Mentre il gruppo diabetici non OVX presentava livelli più bassi di questi composti.
Dalle analisi si è scoperto che l'uso di olio di lino nella dieta poteva portare alla normalità i livelli di IGF-1 e osteocalcina.
In più, i dati hanno mostrato che nel gruppo diabetici si presentavano alti livelli di deossipiridinolina, un aminoacido presente nelle ossa che viene escreto e non metabolizzato nelle urine. Questo è un preciso marcatore (marker) del riassorbimento osseo e viene utilizzato per confermare la presenza di osteoporosi per mezzo dell'esame delle urine. L'olio di semi di lino nella dieta riduce anche i livelli di questo composto.
A motivo di ciò, i ricercatori concludono che l'utilizzo di quest'olio nella dieta possa contribuire a ridurre il rischio di osteoporosi, in particolare nelle donne affette da diabete anche se, ricordano, sono necessari altri studi per attestarne l'effetto sugli esseri umani.
Fonte: 25 novembre 2009, lastampa.it
Il caffè e la pausa caffè, specialmente nel nostro bel Paese, è un rito a cui difficilmente si rinuncia. Oggi però per i fanatici del liquido bruno ci sono brutte notizie. Vi siete mai chiesti il perché di quello strano mal di testa? O perché vi sentite più stanchi del solito o di malumore?
La risposta potrebbe celarsi proprio dietro alla tazzina. Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Psychopharmacology, infatti , indugiare spesso nel conforto di una tazza fumante di caffè fa espandere i vasi sanguigni della testa con conseguente manifestazione di diversi e indesiderati sintomi come quelli citati poc'anzi.
"Una costante assunzione elevata di caffeina" sottolinea il ricercatore australiano Dottor Russell Keast "può addirittura diminuire la fermezza della mano e aumentare l'ansia". Senza contare che 400 mg di caffeina al giorno per una settimana possono diminuire del 35% la sensibilità all'insulina; il che può comportare un rischio di sviluppare il diabete, secondo un altro studio della Dartmouth Medical School di Hanover.
Come fare però a limitare l'assunzione di caffeina senza dover rinunciare alla tanto amata tazzina? Il consiglio che arriva dal Dottor Chad Reissig, medico della Johns Hopkins University, è quello di preparare un blocco notes su cui scrivere tutte le potenziali fonti di caffeina con cui potremmo venire a contatto durante la giornata, a parte il caffè. Tra queste, ricorda lo scienziato, ci sono per esempio le bevande energizzanti e altri tipi di bevande. Poi, ovviamente, cercare degli eventuali sostituti al caffè senza dover per forza rinunciare alla pausa. Ci sono le bevande decaffeinate, per esempio, o altre come l'orzo. All'inizio si può provare una miscela basata su una percentuale di decaffeinato (per es. il 10%) e il resto di bevanda tradizionale, aumentando via via la presenza del decaffeinato, suggerisce Reissig. Insomma, se proprio non riusciamo a fare a meno della pausa caffè, ma vogliamo evitare i problemi della caffeina, prendiamoci una "pausa" e basta… però facciamo almeno finta di bere il caffè.
Fonte: 25 novembre 2009, affaritaliani.it
Un livello elevato di gamma glutamil transferasi (GGT) è il più forte predittore per l'incidenza del diabete di tipo 2 dopo l'iperglicemia per individui con indice di massa corporea (BMI) inferiore a 27 kg/m2.
I ricercatori dell'Institute National de la santé et de la recherche médicale (INSERM) di Rennes, in Francia, hanno esaminato i dati provenienti dal DESIR (uno studio epidemiologico sulla sindrome da resistenza all'insulina) per capire l'associazione tra l'incidenza del diabete di tipo 2 e i marcatori epatici.
Sul totale soggetti presi in considerazione, all'inizio dello studio 2947 avevano BMI inferiore a 27 kg/m2 (normopeso) e 879 avevano un indice di massa corporea pari o superiore a 27 kg/m2 (sovrappeso o obesi). Durante il periodo di osservazione 92 soggetti con peso normale e 111 soggetti sovrappeso o obesi hanno sviluppato il diabete di tipo 2.
I ricercatori hanno trovato che l'indicatore più forte per l'incidenza del diabete era l'iperglicemia a digiuno. Il secondo indicatore per individuare nel gruppo dei non obesi coloro che erano a richio di sviluppare il diabete si è rivelato invece il livello di gamma glutamil transferasi (GGT): quando era pari o superiore a 20 U/l il rischio di diventare diabetici per soggetti normopeso aumentava del 59%. Al contrario, questo dato non era significativamente associato al rischio diabete fra gli individui sovrappeso o obesi.
Altri elementi che, seppur in misura minore, aiutano a predire il rischio di diabete sia in soggetti normopeso che in soggetti obesi sono i trigliceridi e l'alanina aminotransferasi.
Un moderato aumento del livello di concentrazione di GGT sembra quindi essere un importante segnale per prevedere la futura comparsa del diabete di tipo 2, e potrebbe sicuramente essere un valido aiuto per intervenire in tempo e prevenire questa malattia.
Fonte: 24 novembre 2009, Diabetologia; Advance online publication
Dare una mano ai propri piedi; l'imperativo e' d'obbligo per chi soffre di diabete, visto che e' proprio da questa parte del corpo che possono venire importanti segnali d'allarme. Il piede diabetico e' una delle principali complicanze del diabete; il 15% dei pazienti sviluppa ulcere al piede almeno una volta nel corso della propria vita e che la prevalenza di lesioni attive in una popolazione di diabetici e' di circa il 5-10%. Proprio questa patologia inoltre, e' responsabile del 20% delle ospedalizzazioni dei pazienti con diabete mellito. Ne e' consapevole l'Associazione Regionale di Volontariato ''Piede Diabetico'' che stamane alla Sala Fiume di Palazzo Donini a Perugia, ha presentato le sue finalita' e i progetti di attivita'. Giovedi' 26 novembre alle 16 a Perugia terra' la sua prima assemblea. All'incontro di stamane hanno partecipato il Presidente e Segretario dell'associazione, Mario Andrea Bartolini e Simone Casacci, il coordinatore del Centro di riferimento regionale per il diabete mellito prof.
Fausto Santeusanio, la coordinatrice del Centro per la cura del piede diabetico, Cristina Vermigli e il presidente del Cesvol Luigi Lanna."
Fonte: 24 novembre 2009, asca.it
In Piemonte, oltre 220.000 pazienti sono affetti da diabete mellito (il diabete di tipo 2). In Italia, il diabete è la più diffusa e importante malattia metabolica. Purtroppo i numeri sono destinati a crescere esponenzialmente in tutti i Paesi dove le conquiste legate al benessere economico hanno portato a stili di vita dannosi, quali un'errata ed eccessiva alimentazione e un'esasperata sedentarietà. Come affrontare al meglio il diabete di tipo 2 ? “In coppia”, lo confermano le statistiche emerse da una indagine GfK – Eurisko (Il caregiver del paziente diabetico: una funzione fondamentale nella gestione della patologia), condotta su circa 900 pazienti diabetici e 100 caregiver. Secondo l'indagine in 9 casi su 10, il caregiver svolge un ruolo fondamentale per il paziente diabetico, motivandolo e sostenendolo concretamente nel tenere sotto controllo la glicemia.
Anche a Torino, per la campagna “Due in uno: combinazione vincente contro il diabete”, mercoledì 25 novembre alle 11 al Centro Congressi Unione Industriale di Torino in via Vela 17, si tiene una conferenza aperta al pubblico con gli specialisti dell'Università di Torino Paolo Cavallo Perin, Gianni Boella, Fabio Broglio, Ezio Ghigo e, a rappresentare i pazienti, Ezio Labaguer, coordinatore locale FAND Associazione Italiana Diabetici.
L'iniziativa è stata ideata da FAND e O.N.Da. Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna con il supporto di Novartis, il patrocinio di AMD Associazione Medici Diabetologi, SIMG Società Italiana di Medicina Generale e con gli auspici di SID Società Italiana di Diabetologia.
Dalla ricerca Eurisko è emerso che, rispetto ai pazienti che vivono soli, coloro che hanno a fianco i caregiver che li assistono si sentono più soddisfatti di se stessi e della loro vita (il doppio rispetto a chi vive da solo) e anche un po' più attivi (63% contro 56%). In generale riescono ad accettare meglio la propria condizione.
“La donna –spiega Francesca Merzagora, Presidente di O.N.Da, l'Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna– che da sempre svolge una funzione di tutela del benessere e della salute di tutta la famiglia, è infatti doppiamente colpita sia perché si ammala più degli uomini, soprattutto dopo i 70 anni, sia perché svolge l'importantissimo ruolo di caregiver, custode della salute dei familiari prima ancora che della propria.”
La donna caregiver offre al paziente un supporto importante su una serie di aspetti legati alla gestione anche quotidiana della patologia. Ricorda per esempio al paziente di assumere la terapia (nel 76% dei casi), lo supporta nel seguire una dieta controllata (che nel 74% dei casi diventa lo stile alimentare dell'intera famiglia). Nel 50% dei casi lo accompagna alle visite di controllo dal medico e infine lo esorta a praticare attività fisica (il 55% dei casi).
“Il diabete –afferma il professor Paolo Cavallo Perin dell'Università di Torino– colpisce il 5% della popolazione, a cui si aggiunge il 2,5% che sono diabetici ma non lo sanno e il 15% di soggetti a rischio a causa di obesità, predisposizione genetica, ecc. Questa patologia il più delle volte è diagnosticata dopo 7 anni dalla sua comparsa e all'insorgenza delle sue peculiari complicanze. I dati impongono di rendere consapevoli i pazienti dell'importanza di una cura adeguata, di centrare l'obiettivo della diagnosi precoce, di rivolgere l'attenzione ai soggetti a rischio portandoli ad intervenire sullo stile di vita”.
Gli fa eco il professor Fabio Broglio dell'Università di Torino “Gli studi –spiega- hanno mostrato quanto sia importante ricercare con determinazione un ottimale controllo della malattia diabetica sin dalla sua diagnosi e i nuovi farmaci costituiscono un importante strumento aggiuntivo altamente efficace”.
Tra le novità in campo terapeutico sono da poco disponibili anche in Italia antidiabetici che abbinano alla metformina la nuova classe degli inibitori della DPP-4 in un'unica compressa, come vildagliptin.
E continua Fabio Broglio “Le nuove classi farmacologiche consentono di intervenire in tutta sicurezza d'azione, con minori effetti collaterali, quali episodi di ipoglicemia e aumento di peso, rispetto ad altre opzioni terapeutiche. La sperimentazione in vitro e su animali suggerisce inoltre che queste sostanze rallentino il progressivo declino della capacità pancreatica di produrre insulina, fenomeno comune nella storia del Diabete tipo 2, lasciando intravvedere la possibilità che tali farmaci permettano un più lungo tempo di terapia prima della necessità di dover assumere insulina”.
L'incidenza del diabete è in costante aumento, soprattutto nei paesi industrializzati e colpisce più di 250 milioni di persone nel mondo.
Fonte: 24 novembre 2009, italia-news.it
Stando a uno studio dello Scripps Research Institute di La Jolla, diretta dal Dottor Manuel Sanchez-Alavez e pubblicato da Diabetes, l'insulina è coinvolta nel processo di regolazione della temperatura corporea, accelerando inoltre il metabolismo e "accendendo" il grasso bruno.
La squadra del Dottor Sanchez-Alvarez ha lavorato con alcuni topi da laboratorio, iniettando loro insulina in una specifica regione del cervello. Essi hanno così notato come la presenza dell'ormone faceva aumentare la temperatura, accelerava il metabolismo e provocava l'attivazione del grasso bruno. Per il Dottor Sanchez-Alvarez, nonostante si conoscesse già il legame tra l'insulina e la regolazione del glucosio nei tessuti vicini al cervello, la relazione tra insulina e controllo della temperatura è del tutto nuova.
Lo studioso fa inoltre notare come di norma la temperatura rientri in valori definiti, con piccole modifiche ad personam. Quando ciò non avviene (si verificano cioè valori anomali per lungo tempo) si parla di ipertermia (alta) o ipotermia (bassa) e ci possono essere conseguenze per la salute.
La ricerca Institute apre nuove prospettive sulla comprensione dei meccanismi legati alla regolazione della temperatura corporea generale, nonché di quelle parti del corpo che contengono organi vitali come il tronco e la testa. Inoltre, si potrà gestire meglio quelle malattie strettamente legate all'insulina, come il diabete. A questo proposito, gli studiosi evidenziano come una dieta ristretta sia legata ad un cambiamento della temperatura; ciò potrebbe portare a nuovi farmaci anti-obesità.
Fonte: 23 novembre 2009, newsfood.com
I risultati di uno studio pubblicato di recente sulla rivista Neurology indicano che la presenza di diabete potrebbe essere associata a un di deterioramento cognitivo più lento.
In un gruppo di persone affette dal morbo di Alzheimer è stato infatti osservato che i soggetti con diabete mellito mostravano un ritmo di perdita di memoria inferiore rispetto a coloro che non erano diabetici.
Questo studio prospettico ha coinvolto un gruppo di 608 individui, colpiti dal morbo di Alzheimer a livello lieve o moderato, per un periodo di 4 anni. Due volte all'anno i pazienti venivano sottoposti a prove cognitive di memoria.
All'inizio dello studio il 10.4% dei soggetti aveva il diabete. I pazienti con e senza diabete mostravano risultati simili nel test Mini-Mental State Examination. Ciò nonostante, durante il periodo di monitoraggio, i pazienti diabetici avevano fatto registrare un declino cognitivo più lento rispetto a quello di individui non diabetici.
La diminuzione cognitiva più lenta nelle persone affette sia da morbo di Alzheimer che da diabete mellito potrebbe essere collegata all'utilizzo dei farmaci cardiovascolari, che i pazienti diabetici utilizzano con frequenza.
Fonte: 19 novembre 2009, Neurology; 73: 1359-1366
I soggetti con diabete di tipo 2 che soffrono di ipertensione corrono un rischio più elevato di sviluppare l'aterosclerosi rispetto a persone non diabetiche e con valori pressori nella norma.
È quanto sostengono i ricercatori della Shanghai Jiao-Tong University School of Medicine in seguito a una ricerca condotta di recente allo scopo di approfondire le conoscenze relative all'associazione esistente tra ipertensione e aterosclerosi in pazienti diabetici.
Lo studio in particolare ha coinvolto 930 soggetti con diabete che hanno ricevuto cure ambulatoriali. Sono stati considerati affetti da ipertensione tutti i soggetti con pressione sanguigna sistolica pari a 120–139 mmHg o con pressione diastolica pari a 80–89 mmHg. La presenza di aterosclerosi è stata accertata per mezzo della misurazione dell'IMT (spessore intimo-medio carotideo), effettuata con gli ultrasuoni, e per mezzo della misurazione della baPWV (velocità di propagazione dell'onda sfigmica di braccio-caviglia) effettuata con un apparato di volume pletismografico.
In base a questi parametri il campione è stato suddiviso in tre gruppi, di cui uno composto da 167 soggetti normotesi, uno da 213 pazienti pre-ipertesi e l'ultimo formato dai restanti 550 soggetti risultati ipertesi. I ricercatori hanno inoltre riscontrato che il valore dell'IMT carotideo medio aumentava all'aumentare del valore pressorio in tutti e tre i gruppi di pazienti, e lo stesso accadeva per il valore della baPWV.
I ricercatori sono giunti alla conclusione che l'ipertensione possa essere un fattore predittivo per l'aterosclerosi in pazienti affetti da diabete di tipo 2 per-ipertesi e ipertesi, poiché questi presentano valori dell'IMT carotideo e della baPWV significativamente maggiori rispetto a soggetti normotesi. Questi dati suggeriscono che mantenendo la pressione sistolica al di sotto di 120 mmHg e quella diastolica al di sotto di 80 mmHg i pazienti diabetici potrebbero ridurre significativamente il rischio di aterosclerosi e, di conseguenza, il rischio di morbilità e di mortalità.
Fonte: 16 novembre 2009, Journal of Diabetes, Advance online publication
Glucometri glamour, con stampe e griffe per rendere irresistibilmente fashion il dispositivo per monitorare i livelli di zucchero nei diabetici. E vincere cosi' l'imbarazzo ogni qual volta sia necessario estrarlo dalla borsa per misurare la glicemia. A lanciare "un vero e proprio appello agli stilisti" affinché facciano la loro parte nella battaglia contro il diabete è Valeria Mangani, vicepresidente di Alta Roma, intervenuta oggi alla conferenza stampa in Campidoglio dove è stata siglata la 'Carta dell'alleanza' per il buon compenso del diabete, iniziativa che coinvolgera' anche la settimana della moda capitolina.
"Se 'brandizziamo' questi strumenti - afferma - possiamo renderli trendy e aiutare le donne alle prese con questa malattia a vincere ogni imbarazzo. Mi appello agli stilisti: penso a un glucometro di Versace, per esempio, e sono certa che non mancherebbero le acquirenti".
Fonte: 13 novembre 2009, libero-news.it/adnkronos
Gli esperti ritengono che gli uomini affetti da diabete di tipo 2 e da disfunzione erettile (ED) siano più propensi a sviluppare la sindrome metabolica, adiposità centrale e complicazioni microvascolari rispetto ai soggetti diabetici che però non soffrono di disturbi dell'erezione.
Sono a favore di questa tesi anche i risultati di uno studio che è stato condotto di recente presso l'Université catholique de Louvain a Bruxelles, in Belgio. Alla ricerca hanno partecipato in totale 134 soggetti: 83 erano pazienti maschi con un'età media pari a 58 anni, affetti da diabete di tipo 2 da circa 10 anni e con disfunzione erettile, mentre i restanti 51 erano omogenei per età, sesso e durata del diabete ai soggetti del primo gruppo ma non presentavano disfunzione erettile.
I ricercatori hanno riscontrato una percentuale più alta di pazienti con sindrome metabolica nel gruppo con ED (88%) rispetto a quello senza ED (64%).
anche i valori relativi a circonferenza vita, proporzione tra girovita e altezza e adipe viscerale risultavano più elevati nel gruppo di uomini con disfunzione erettile.
Non sono invece emerse differenze significative fra i due gruppi per quanto riguarda i valori dell'emoglobina glicata, pressione sanguigna, sensibilità all'insulina, concentrazione di colesterolo, incidenza di malattie dell'arteria coronaria, tasso di filtrazione glomerulare e il generale rischio di problemi cardiovascolare.
Tuttavia anche l'incidenza di altri disturbi, quali retinopatia, albuminuria elevata, polineuropatia, infarto e attacco ischemico, era significativamente più alta nei soggetti diabetici con ED.
Questi dati, che dovranno essere supportati e integrati da ulteriori studi, fanno comunque pensare che la diagnosi di disfunzione erettile possa diventare un elemento efficace per effettuare controlli maggiori e più approfonditi nei soggetti diabetici a rischio di ulteriori patologie.
Fonte: 10 novembre 2009, Diabetes Metabolism, Advance online publication
Scacco matto al diabete. Con questo obiettivo il Comune di Roma ha siglato oggi, in occasione della Giornata mondiale dedicata alla malattia che si celebra domani, la 'Carta dell'alleanza' per il buon compenso del diabete. Per mettere al tappeto la patologia, messaggi di prevenzione verranno portati nei diversi municipi capitolini, nelle scuole ma anche nei centri residenziali per gli anziani. A veicolarli medici, infermieri nonche' associazioni di pazienti. Mentre i 25 mila dipendenti del Comune di Roma verranno messi in guardia dal diabete, attraverso una sezione speciale dedicata alla malattia nel sito Intranet 'marcoaurelio.it' e un video informativo realizzato ad hoc.
"Oggi in Campidoglio si celebra un viaggio importante - sottolinea Adolfo Panfili, delegato del Comune di Roma per le relazioni con gli enti sanitari e le Asl - quello intrapreso contro una vera e propria epidemia silenziosa. Sensibilizzare i cittadini romani in maniera incisiva assume una duplice valenza sociale e preventiva - aggiunge - che richiede un impegno basato sulla comunicazione consapevole che oggi siamo riusciti e vogliamo continuare a veicolare", precisa.
"Stiamo assistendo a una pandemia diabetica causata soprattutto da abitudini di vita scorrette e obesita' - sostiene Andrea Giaccari, presidente regionale della Societa' italiana di diabetologia (Sid) - In assenza di interventi il problema diabete assorbira', negli anni a venire, quasi la totalita' delle risorse economiche dei servizi sanitari. L'unica strada per affrontare questa crisi certa e' la prevenzione, con l'informazione, la consapevolezza e l'azione".
Fonte: 13 novembre 2009, libero-news.it/adnkronos
In Italia sta per diffondersi una 'nuova pandemia', quella di diabete. Sono previsti nel 2050 4 milioni di pazienti e solo a Roma 250 mila. È quanto è emerso al convegno 'Informazione e prevenzione: il valore di un'alleanza', svoltosi a Roma per la giornata mondiale del diabete. Secondo i dati forniti dalle associazioni per i malati di diabete, a Roma sono 150 mila le persone diabetiche, di questi il 10% sono di 'tipo 1', ossia bambini che dovranno assumere per tutta la vita dosi di insulina.
Fonte: 13 novembre 2009, unita.it
In Italia si stima che oltre 3,5 milioni di persone, pari al 6% della popolazione, soffra di diabete. Non tutti i casi sono diagnosticati: circa 1 milione di persone diabetiche non sa di esserlo. E si calcola che entro il 2010 il numero di persone con diabete supererà i 4,5 milioni. Un'evoluzione che è legata anche all'aumento dell'obesità: in Italia, infatti, il 34,2% degli adulti è soprappeso e il 9,8% è obeso e si stima che il numero di persone obese sia cresciuto del 9% in soli 5 anni raggiungendo gli oltre 4,7 milioni. Alla vigilia della giornata mondiale del diabete che si celebra in tutto il mondo il 14 novembre, i rappresentanti delle società scientifiche e delle associazioni dei pazienti, riunite in Diabete Italia, e le istituzioni hanno avuto modo di confrontarsi questa mattina in occasione dell'audizione svoltasi presso la XII Commissione Permanente Igiene e Sanità del Senato della Repubblica, nel corso della quale è stato presentato il secondo rapporto italiano "Changing Diabetes Barometer" che fotografa la situazione del diabete nel nostro Paese. "Considerando la diffusione che il diabete sta avendo anche nei Paesi in via di sviluppo, si può prevedere che tra 5 anni non ci saranno più risorse sufficienti al mondo per poter contenere questo grave fenomeno e quindi è urgente agire subito individuando strategie appropriate" ha dichiarato in apertura d'audizione Antonio Tomassini, Presidente della XII Commissione Igiene e Sanità della Repubblica. Il rapporto italiano Changing Diabetes Barometer, scritto da più di 40 esperti italiani ha permesso di monitorare lo stato del diabete nel nostro Paese. Ne emergono alcuni dati preoccupanti che confermano la necessità di affrontare la patologia con urgenza e determinazione. Secondo il Rapporto, nel nostro Paese circa 80 mila persone ogni anno soffrono di attacchi di cuore causati dal diabete, 20 mila persone sono colpite da insufficienza renale e circa 6 mila persone subiranno l'amputazione degli arti a causa delle complicanze.
E, come riportato anche dall'ISTAT, 18.000 persone in un anno sono morte a causa del diabete. "Il nostro obiettivo è che le persone con diabete mantengano il loro livello di glucosio nel sangue (HbA1c) al di sotto del 7%" ha affermato Sandro Gentile, Presidente dell'Associazione Medici Diabetologi "però si stima che oggi solo 48% delle persone trattate presso i servizi di diabetologia raggiunga tale obiettivo". "Gli sforzi che il nostro Paese ha fatto in materia di diabete sono molto importanti e il Ministero è impegnato nell'opera di pianificare interventi a più livelli per migliorare la qualità di vita della persona con diabete - ha aggiunto Ferruccio Fazio, viceministro della Salute - ma la strada che dobbiamo percorrere è ancora molto ardua e la prevenzione è la strada da seguire, coinvolgendo in questo anche i medici di medicina generale".
Fonte: 12 novembre 2009, agi.it
Mangiano male e sono troppo pigri, così anche i giovani scoprono di avere il diabete. Il 14 novembre giornata mondiale dedicata a questa patologia con informazione, controlli e prevenzione in 500 piazze italiane. Saranno 12 milioni, nel 2030, i morti di tumore di cui ben 9 milioni solo nei Paesi poveri. Oltre un milione di giovani soffrono di artrosi, spesso sono sportivi... Video Salus TV con approfondimento sul tema del diabete.
Fonte: 11 novembre 2009, adnkronos.com
L'antica disciplina orientale riduce la glicemia, divenendo un prezioso aiuto per le persone affette da diabete di tipo 2. A questa conclusione sono approdati tre differenti studi, i primi due pubblicati dal British Journal of sports medicine, il terzo sul Journal of Alternative and Complementary Medicine. Lo studio di Taiwan ha messo a confronto 30 persone con diabete con 30 sane. In dodici settimane, i partecipanti dopo avere imparato i movimenti del Tai Chi si sono allenati tre giorni a settimana, con lezioni di un'ora. Alla fine del programma, i livelli di zucchero nel sangue erano scesi, mentre il sistema immunitario era potenziato. Anche il secondo studio, questa volta australiano, ha dato risultati simili. In più, sono stati notati ulteriori benefici: perdita di peso, diminuzione della pressione del sangue e miglioramento della resistenza all'insulina. Infine, i ricercatori dell'Università della Florida (Usa) e della Chungham National University (Korea), al termine di un training durato il doppio, ovvero 6 mesi, hanno riscontrato che nei partecipanti a cui era stato fatto praticare il Tai chi non solo si era ridotto considerevolmente il livello glicemico a digiuno, ma anche era migliorata la gestione della malattia e la qualità complessiva della vita, compresa la salute mentale, l'energia e la vitalità. Al contrario di quelli del gruppo di controllo le cui condizioni erano rimaste invariate.
Fonte: 10 novembre 2009, gazzetta.it
L'esposizione del feto al diabete gestazionale della madre può aumentare il rischio di dematiti atopiche e di una precoce sensibilizzazione agli allergeni. Questo è quanto sostengono i ricercatori del Children's Memorial Hospital di Chicago, i quali hanno indagato questa correlazione su un gruppo di mamme e bambini che avevano partecipato al Boston Birth Cohort.
In particolare i bambini, per poter essere inclusi nel campione da osservare, dovevano presentare immunoglobuline E specifiche per allergeni aerei e alimentari.
Tutti i 680 bambini presi in considerazione sono stati controllati fino all'età media di 3,2 anni, e al termine dello studio il 34.4% del campione aveva sviluppato dermatiti atopiche mentre il 51% presentava una sensibilizzazione agli allergeni. I ricercatori hanno inoltre evidenziato che tra le mamme il 4.9% aveva sofferto di diabete gestazionale. In particolare è stato evidenziato che tra i bambini nati a termine da madri con diabete gestazionale un aumento nell'incidenza di dermatiti atopiche di 7.2 volte superiore rispetto al normale e una probabilità di sviluppare allergie, in particolare al cibo, di 5.7 volte maggiore del normale. Questa associazione tra diabete gestazionale e dermatiti o allergie non è stata invece riscontrata nei bambini nati prematuramente.
Non è quindi ancora possibile estendere questi risultati alla popolazione intera, anche perché del campione facevano parte molte persone di etnia Ispanica e Afro-Americana, tuttavia se dovessero essere confermati da ulteriori ricerche, questi dati potrebbero aprire la strada per la ricerca di nuove soluzioni alle più comuni allergie che colpiscono i bambini.
Fonte: 6 novembre 2009, Journal of Allergy and Clinical Immunology; 124: 1031-1038
I risultati di un recente studio condotto presso la Hanover Medical School in Germania sembrano dimostrare l'esistenza di una correlazione tra escrezione urinaria di albumina, pressione sanguigna e controllo glicemico in pazienti con diabete di tipo 2 con un livello di albuminuria nella norma.
Queste nuove informazioni fanno pensare che l'albuminuria sia quindi una variabile continua correlata a un fattore potenzialmente modificabile intervenendo terapeuticamente. Alla luce di questi risultati i ricercatori sono perciò ottimisti circa la possibilità di curare chi presenta alte concentrazioni di albumina nell'organismo, fattore normalmente associato a un alto rischio renale e cardiovascolare.
Sul campione analizzato, composto da 4449 individui diabetici di età compresa tra i 18 e i 75 anni, la correlazione più forte individuata è stata quella tra pressione sistolica e livello di albumina, e tra questa e il livello di emoglobina glicata.
Sono state inoltre individuate ulteriori correlazioni tra il livello di albumina e alcune categorie variabili quali la presenza di sindrome metabolica, essere di sesso femminile e essere sottoposto a terapie antiipertensive.
I ricercatori hanno pertanto concluso che, nonostante queste correlazioni non dimostrino l'esistenza di causalità tra la presenza di alcuni fattori e l'albuminuria, si può comunque sperare di intervenire a livello terapeutico per ridurre l'incidenza dei fattori sopraelencati e ridurre di conseguenza la probabilità che l'albumina superi i livelli normali.
Fonte: 6 novembre 2009, Diabetologia; Advance online publication
E' la sfida di Mauro Talini, in collaborazione con l'Associazione Padre Kolbe Onlus, per sostenere il progetto raccolta fondi lanciata in occasione del "Changing diabetes day 2009".
Ogni dieci secondi nel mondo una persona muore di diabete e due se ne ammalano. Più di duecento milioni di persone nel mondo sono colpite da diabete mellito, incapaci cioè di utilizzare lo zucchero presente nel corpo e, solo nel nostro paese, un individuo su dieci ha il diabete e probabilmente non lo sa. Questo il quadro che emerge dal "Changing diabetes day 2009", convegno promosso dall'Associazione Diabete Italia nel tentativo di sensibilizzare ad un diverso stile di vita e ad una più diffusa prevenzione.
Nel corso del convegno, l'Associazione Internazionale Padre Kolbe Onlus ha presentato la campagna di comunicazione e raccolta fondi "una bici, mille speranze". Il 29 novembre, a trentasei anni, il ciclista diabetico Mauro Talini sfiderà se stesso e la sua malattia partendo per una pedalata in solitaria e in autosufficienza di 9 mila chilometri attraverso Bolivia, Brasile, Argentina e Cile con soste nei centri dove l'Associazione Padre Kolbe Onlus è presente con progetti di cooperazione e sviluppo.
L'Aipk Onlus in collaborazione con le suore missionarie dell'Immacolata gestisce in Sud America sei centri d'accoglienza, coordinando diversi progetti di educazione, formazione e introduzione al mercato del lavoro di giovani e donne. Da La Paz in Bolivia alla Terra del fuoco, Mauro Talini attraverserà queste missioni per tagliare il traguardo della "Città della speranza", un progetto a Raicho Grande - San Paolo che necessita di essere integrato con alcune strutture utili alla formazione integrale della persona, mediante corsi di studio intensivi e continuati, convegni culturali, sociali e spirituali, seminari finalizzati alla prevenzione delle malattie come all'insegnamento del riuso e dell'ecologia.
Un viaggio che sarà anche utile "per ricordare ai più - sottolinea Mauro - che con il diabete si può fare tutto, che il diabete non è un limite". Che è possibile capire e convivere con la malattia: "Il diabete - ricorda Mauro - mi divorava, ma con l'impegno costante e l'autocontrollo riesco a mantenere i valori nella norma e a condurre una vita regolare. Dal 2001 ho ripreso ad allenarmi con più serietà in bicicletta, con l'intento di cimentarmi in viaggi di alcuni giorni". Dopo il Tour europeo del 2008 - con 4.680 chilometri coperti in 33 giorni - Mauro confessa di percorrere "ogni anno circa 17 mila chilometri in bici, facendomi l'insulina cinque o sei volte al giorno. Sono un solitario - conclude scherzando - ma siamo sempre in tre: io, il diabete e l'insulina".
Fonte: 10 novembre 2009, superabile.it
In occasione del question time del 10 novembre la consigliera Regionale della Campania Antonella Cammardella, nonché vicepresidente della Commissione consiliare sanità, ha presentato un'interrogazione all'assessore alla Sanità Mario Santangelo relativa alla legge 9/2009 “Disposizioni per la prevenzione e la cura del diabete mellito” approvata il 2 luglio 2009” in Consiglio regionale promossa e fortemente voluta dalla stessa consigliera.
L'oggetto dell'interrogazione deriva dalla verifica di una non uniformità del trattamento dei diabetici nella nostra regione, in contrapposizione a quanto stabilito dall'art. 12 della suddetta legge.
Dalle associazioni di utenti, afferma la consigliera, arrivano innumerevoli denunce all'assessore da parte delle strutture predisposte con relativo scontento dell'utenza. Quello che chiediamo è che siano creati sistemi di valutazione circa l'appropriatezza dei presidi medici ospedalieri attraverso l'istituzione di un prontuario regionale dei presidi, che sia costituita una commissione diabetologica che valuti l'opportunità delle cure del paziente e della relativa spesa. In sostanza vogliamo che la legge sia attuata così come stabilito dal testo.
L'assessore Antonio Valiante, in rappresentanza della giunta regionale, ha risposto che è in fase di studio l'adozione di un prontuario per indicare il prezzo massimo di rimborso per i presidi, nonché la costituzione di una Commissione diabetologica.
Per quanto, aggiunge Valiante alcune ASL hanno già ricevuto quote e dovrebbero già avere messo in campo misure adeguate ma la ristrutturazione delle stessa ha ritardato i tempi.
Ecco perché, replica Cammardella occorre velocemente questo prontuario affinché tutti possano distribuire allo stesso modo tali presidi e i malati di diabete finalmente usufruire di un trattamento uniforme nella nostra regione.
Fonte: 10 novembre 2009, napoli.com
A Prato, domenica prossima, in piazza San Francesco, i cittadini potranno ricevere materiale informativo sul diabete, consulenza medica qualificata ed effettuare gratuitamente l'esame della glicemia.
L'iniziativa e' promossa dall'Associazione diabetici area pratese, in collaborazione con la Asl, in occasione della giornata dedicata alla conoscenza di questa malattia. Lo stand sara' allestito dalle 9 alle 18. Il diabete e' in aumento in tutto il mondo. In Italia sono circa 3 milioni e mezzo le persone affette da questa patologia, ma si calcola che arrivino a 5 considerando coloro che non sono ancora a conoscenza di esserlo. In particolare desta allarme l'incremento del diabete in un'eta', quella adolescenziale, nella quale fino a pochi anni fa questa forma era praticamente assente. Stili di via non salutari, alimentazione in eccesso, vita sedentaria contribuiscono all'incremento di peso e quindi al diabete. Nell'Asl di Prato le persone affette da diabete sono circa 15 mila, 500 delle quali da quello di tipo giovanile o insulinodipendente. Quella di Prato e' stata la prima azienda sanitaria in Italia ad aderire al manifesto dei diritti della persona con diabete, che pone al centro la persona.
Fonte: 10 novembre 2009, toscanatv.com
Occhio ai trigliceridi, il diabete potrebbe essere dietro l'angolo. La relazione tra acidi grassi, alle stelle nei soggetti obesi, e diabete di tipo 2 emerge da uno studio pubblicato su Cell Metabolism dai ricercatori dell'Universita' della California di San Diego, negli Usa.
La ricerca, condotta sui topi, ha dimostrato che il sistema immunitario viene ingannato dalla presenza di alcuni elementi presenti nelle membrane cellulare, provocando un'infiammazione che e' strettamente legata anche all'aumento di peso. Proprio l'attivita' di alcuni ''scudi'' immunitari, i Tlr4 (Toll-like receptor 4), finirebbe col determinare lo scompenso che pone le basi per lo sviluppo dell'insulino-resistenza e del diabete di tipo 2.
''Il nostro studio - spiega Jerrold M. Olefsky, ricercatore dell'Universita' della California -, i cui risultati sono da approfondire, potrebbe dare il via alla sperimentazione di nuovi farmaci in grado di combattere la resistenza all'insulina e il diabete di tipo 2''.
Fonte: 4 novembre 2009, asca.it
Il diabete gestazionale aumenta nei nati a termine il rischio di dermatite atopica e di sensibilizzazione precoce agli allergeni indipendentemente dall'indice di massa corporea della madre prima della gravidanza. È quanto emerge da un'indagine svolta presso due centri americani, a Chicago e Boston, su 1262 bambini della Boston Birth Cohort, una coorte multietnica ed eterogenea sotto il profilo socioeconomico reclutata a partire dal 1998 con l'obiettivo di studiare i determinanti di parti con esito sfavorevole. L'analisi finale è stata condotta su 680 di tali soggetti, seguiti dalla nascita per 3,2 ± 2,3 anni, dei quali 488 nati a termine e i restanti 192 pretermine. Il 4,9% delle madri è risultata affetta da diabete gestazionale. La presenza di tale patologia ha condizionato, nei nati a termine, una probabilità di 7,2 e 5,7 volte superiore rispettivamente di dermatite atopica e sensibilizzazione allergica (principalmente ad alimenti). Nei nati pretermine questa associazione non è stata invece osservata.
Fonte: J Allergy Clin Immunol, 2009, in press
Mantenere uno stile di vita sano per 10 anni previene l'incidenza del diabete nelle persone a rischio. A dirlo è uno studio dell'Albert Einstein College of Medicine della Yeshiva University (New York) condotto su un campione di adulti in sovrappeso. Secondo i ricercatori, cambiare in maniera radicale lo stile di vita (dalla perdita di peso ad una maggiore attività fisica) riduce il tasso di sviluppo del diabete di tipo 2 del 58% dopo soli tre anni. Se l'abitudine alla ''vita sana'' si mantiene per oltre dieci anni, l'incidenza del diabete continua a rimanere più bassa della media di circa un terzo. ''Il fatto che abbiamo contribuito a ritardare e a prevenire il diabete nelle persone con un elevato rischio di sviluppare la malattia è un risultato certamente positivo'' conclude Jill Crandall, docente presso l'Università.
Fonte: 3 novembre 2009, asca.it
L'omocisteina, un aminoacido, è stata collegata al rischio di patologie più o meno gravi. Sarebbe infatti il suo livello a influire sulla possibilità di sviluppare, tra gli altri, malattie cardiovascolari, ipertensione, arteriosclerosi, diabete.
Già precedenti studi hanno suggerito che controllare il livello di omocisteina nel sangue per mezzo delle vitamine del gruppo B, possa essere un possibile preventivo contro le malattie dell'apparato cardiocircolatorio.
Secondo un nuovo studio ad opera di ricercatori della Chinese University di Hong Kong invece l'acido folico può controllare i livelli di questo aminoacido e invertire le modifiche nei vasi sanguigni ad opera del diabete.
Lo studio è stato condotto su modelli animali e ha scoperto che topi diabetici alimentati con un una dose di acido folico al giorno - equivalente al supplemento di 5 mg di acido folico per un uomo di 70 kg - ha portato a una inversione delle disfunzioni che si verificano nel rivestimento dei vasi sanguigni (disfunzione endoteliale), rispetto a una dose inferiore di micronutrienti.
I topi erano stati suddivisi in due gruppi: a un primo gruppo è stata data una dose di acido folico ogni giorno per un mese, mentre a quelli del secondo gruppo no.
I risultati hanno mostrato che nei topi diabetici a cui non è stato dato nulla si è verificato un rilassamento vascolare, mentre in quelli a cui è stato dato il supplemento il processo è migliorato.
Il dr. Sai Wang Seto che ha coordinato lo studio ha dichiarato che il consumo di acido folico può probabilmente migliorare le complicazioni vascolari associate al diabete mellito.
Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Nutritional Biochemistry.
Fonte: 3 novembre 2009, lastampa.it
Tre giorni di lavori da giovedì 5 a sabato 7 novembre 2009 al Palazzo dei Congressi della Stazione Marittima di Napoli per il XVII Congresso Nazionale della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (Siedp). Organizzato dalla professoressa Laura Perrone del dipartimento di Pediatria della Seconda Università di Napoli, Mariacarolina Salerno e Adriana Franzese del dipartimento di Pediatria della Federico II e Salvatore Di Maio dell'Ospedale «Santobono» si discuterà di patologie di grande impatto sociale.
Bassa statura, obesità, diabete, alterazioni dello sviluppo puberale e disordini della differenziazione sessuale. Sono previsti interventi dei maggiori esperti del settore provenienti dall'Italia e dall'estero. Venerdì 6 è prevista, inoltre, una giornata di aggiornamento, dedicata agli infermieri, sulle principali tecniche di diagnosi e di assistenza al bambino e adolescente con patologia endocrina e diabete.
Fonte: 2 novembre 2009, corrieredelmezzogiorno.it
Consumare moderate quantità di alcol può aiutare a prevenire il diabete, ma è sufficiente superare le dosi di 60 grammi al giorno per gli uomini e 50 grammi al giorno per le donne per veder svanire questi effetti benefici aumentando anzi il rischio di sviluppare la malattia.
A queste conclusioni sono giunti i ricercatori della University of Toronto, in Canada, dopo aver condotto una meta-analisi su 20 studi effettuati coinvolgendo 477,200 individui, 12,556 dei quali hanno sviluppato il diabete. Dalla ricerca è emerso che gli uomini che consumavano 22 grammi al giorno di alcol e le donne che consumavano quotidianamente 24 grammi di alcol avevano rispettivamente una riduzione del rischio diabete del 13% e del 40% rispetto a soggetti totalmente astemi o con consumi superiori di alcol.
I ricercatori hanno però avvertito che dovranno essere condotti ulteriori studi per arrivare a comprendere il meccanismo di protezione dal diabete offerto da un moderato consumo di alcol.
Fonte: Diabetes Care, 30 ottobre 2009; 32: 2123-2132
I benefici apportati dai cambiamenti nello stile di vita e dalle cure a base di metformina per prevenire o ritardare l'insorgenza del diabete di tipo 2 possono durare anche 10 anni, queste le conclusioni del Diabetes Prevention Program Outcomes Study pubblicate recentemente sulla rivista The Lancet.
Lo studio iniziale del Diabetes Prevention Program, durato 2.8 anni,prevedeva la partecipazione di 2766 individui, di cui 910 sono stati assegnati al gruppo per il cambiamento dello stile di vita, 924 dovevano essere trattati con metformina e i restanti 932 formavano il gruppo di controllo. L'incidenza del diabete di tipo 2 nei tre gruppi era rispettivamente del 4.8%, 7.8% e 11% prima dei diversi trattamenti. In seguito ai trattamenti l'incidenza rilevata per ciascun gruppo è risultata pari al 5.9%, 4.9% e 5.6%.
Nei primi 3 anni dello studio si è quindi verificata una riduzione del 58% del rischio diabete in adulti sottoposti a modifiche dello stile di vita quali aumento dell'attività fisica e perdita di peso e una riduzione del 31% in adulti trattati con metformina.
I ricercatori hanno in seguito valutato se questi effetti benefici avessero una durata prolungata, e proseguendo l'osservazione dei partecipanti per altri 7.5 anni, dal 2001 al 2008, è in effetti emersa una riduzione del rischio diabete del 34% per coloro che avevano modificato il proprio stile di vita e del 18% per i soggetti curati con metformina.
Gli esperti hanno perciò concluso che la modalità di prevenzione del diabete che garantisce gli effetti migliori e più duraturi nel corso del tempo è sicuramente l'adozione di uno stile di vita più sano e di un'alimentazione corretta.
Fonte: 29 ottobre2009; Lancet, Advance online publication
Una dieta ricca in grassi manda in soffitta il cervello in pochi giorni. A dirlo è uno studio dell'Università di Oxford (Gran Bretagna), pubblicato su The FASEB Journal, secondo cui troppi grassi nell'alimentazione non solo possono ridurre la resistenza fisica, ma anche la capacità di pensare con chiarezza. Gli stessi ricercatori avevano già scoperto che alti livelli di acidi grassi e cattive abitudini alimentari sono spesso associati a obesità, diabete e scompensi cardiaci: con questo studio dimostrano che possono avere un effetto immediatamente negativo anche sul cervello. Esagerare con carni rosse, formaggi e cibi ipercalorici aumenta infatti i livelli di una proteina responsabile della riduzione dell'efficienza del cuore, della resistenza fisica e delle capacità cognitive.
Fonte: 29 ottobre 2009, asca.it
Un recente studio condotto dai ricercatori dell'International Medical Center of Japan di Tokyo in collaborazione con i colleghi del Japan Public Health Center-based Prospective Study Group sembra aver chiarito la relazione esistente tra l'assunzione di calcio e vitamina D e il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.
Alla ricerca hanno preso parte 59,796 individui, sia uomini che donne, di età compresa tra i 40 e i 69 anni, ai quali è stato richiesto di compilare un questionario sulle proprie abitudini alimentari sia all'inizio che alla fine dello studio.
Al termine del periodo di osservazione, durato 5 anni, 1,114 individui, di cui il 2.4% uomini e l'1.4% donne, avevano sviluppato il diabete di tipo 2.
I ricercatori hanno rilevato una correlazione inversa tra la quantità di calcio assunta abitualmente attraverso la dieta e il rischio di diventare diabetici; un'associazione che, tuttavia, si registrava nelle donne e non negli uomini.
Al contrario, non è stata rilevata alcuna relazione tra l'assunzione di vitamina D e la diminuzione del rischio di sviluppare il diabete in soggetti di entrambi i sessi. Tuttavia, in un'analisi stratificata per assunzione di vitamina D, la relazione inversa tra quantità di calcio e rischio per il diabete risultava più evidente in quei soggetti che assumevano una quantità di vitamina D sopra la media.
Questi risultati sarebbero perfettamente in linea con studi precedenti effettuati sull'argomento, e dimostrerebbero la veridicità dell'ipotesi secondo la quale calcio e vitamina D siano in grado di proteggere dal diabete di tipo 2 solo se assunti congiuntamente.
Fonte: 23 ottobre 2009, Diabetologia, 23 ottobre 2009; Advance online publication
Consumare pesce bianco o pesce azzurro almeno una volta alla settimana può ridurre il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, mentre non è risultato altrettanto benefico il consumo di crostacei, che possono addirittura aumentare questo rischio.
In seguito a un'analisi prospettica dello studio EPIC-Norfolk (European Prospective Investigation of Cancer-Norfolk) i ricercatori della University of Cambridge hanno confermato l'esistenza di una relazione tra il consumo di diversi tipi di pesce e la propensione a diventare diabetici.
Sono stati sottoposti a un questionario sul consumo settimanale di pesce (bianco, azzurro, fritto e crostacei) 21,984 persone tra i 40 e i 79 anni, le quali sono poi state seguite per un periodo di 10 anni per registrare eventuali cambiamenti nello stato di salute. Al termine del periodo di osservazione 725 individui avevano sviluppato il diabete di tipo 2.
I ricercatori hanno rilevato che i soggetti che avevano riferito un maggior consumo di pesce totale mostravano un rischio di diventare diabetici del 25% inferiore rispetto a coloro che riferivano uno scarso consumo di pesce.
L'aspetto più interessante emerso dalla ricerca è stata l'individuazione di una più alta percentuale di rischio di diabete (aumento pari al 36%) per coloro che mangiavano almeno una volta alla settimana i crostacei. I ricercatori sono tuttavia propensi a credere che non sia solo il tipo di pesce a rendere più probabile l'insorgenza del diabete, quanto le modalità di cottura e preparazione, nonché l'abitudine a consumarlo accompagnato da condimenti quali maionese e salsa all'aglio.
Fonte: Diabetes Care, 22 ottobre 2009; 32: 1857–1863
Il frutto esotico mangostano (mangosteen), ancora poco conosciuto in Italia, pare abbia delle proprietà antinfiammatorie e benefiche nella prevenzione delle malattie cardiovascolari e il diabete, in particolare nelle persone obese. È quanto suggerito da uno studio del centro di ricerca Medicus Research in California (Usa) che mette in evidenza come il succo di mangostano abbia abbassato i livelli delle proteina C-reattiva (CRP) nelle persone che lo hanno assunto.
Lo studio randomizzato controllato, ed eseguito in doppio ceco, è stato condotto dal dr. Jay Udani il quale ha scoperto che l'assunzione di oltre mezzo litro al giorno di succo di mangostano riducevano di 1,33 mg/L i livelli di CRP, contro un aumento di 0,9 mg/L nelle persone appartenenti al gruppo trattato con il placebo. Un risultato «statisticamente significativo» ha commentato Udani.
L'infiammazione che può essere misurata per mezzo della presenza di CRP - una proteina prodotta dal fegato che viene poi rilasciata nel circolo sanguigno - è un affidabile predittore della malattia cardiovascolare e un precursore della sindrome metabolica, ricordano i ricercatori del Medicus Research. In presenza d'infiammazione o di un'infezione i livelli di questa proteina nel sangue aumentano considerevolmente. Poter ridurre l'infiammazione nelle persone obese è un obiettivo altamente auspicabile e per mezzo del succo di questo frutto si potrebbe avere un buon alleato naturale che non presenta possibili effetti secondari derivanti da altri tipi di trattamenti, sottolineano i ricercatori. Nonostante i positivi risultati «ulteriori studi condotto su di un numero maggiore di persone sono tuttavia necessari per confermare e definire ulteriormente i benefici di questo succo di frutta, che si è dimostrato sicuro a tutti i dosaggi testati» conclude Udani.
Fonte: 22 ottobre 2009, lastampa.it
Le persone affette da pre-ipertensione potrebbero essere soggette a un rischio maggiore di sviluppare il diabete di tipo 2. Questo è quanto suggeriscono i ricercatori della University of Texas Health Science Center di San Antonio dopo aver portato a termine uno studio durato 7,8 anni e che ha coinvolto 2767 individui di età compresa fra i 25 e i 65 anni.
All'inizio dello studio il 31,3% del campione soffriva di pre-ipertensione, una condizione determinata da pressione sanguigna sistolica di 120-139 mmHg e/o pressione diastolica di 80-89 mmHg che viene associata a un rischio maggiore di incorrere in malattie cardiovascolari e insulino-resistenza.
Nel campione in analisi il diabete di tipo 2 si è verificato nel 12,4% dei soggetti con pre-ipertensione e nel 5,6% dei soggetti con pressione sanguigna normale. È stato quindi calcolato che gli individui affetti da pre-ipertensione avevano una probabilità dei sviluppare il diabete di 2,21 volte maggiore rispetto ai soggetti senza problemi di ipertensione.
Tuttavia i ricercatori hanno osservato anche che, aggiustando i risultati ottenuti per BMI, ridotta tolleranza al glucosio, resistenza e secrezione di insulina e storia familiare del diabete, la significatività dell'associazione veniva estremamente ridotta.
Lo studio conferma in effetti i risultati di ricerche precedenti sulla relazione tra pre-ipertensione, obesità e insulino-resistenza e dimostra che gli individui con pre-ipertensione hanno una più alta probabilità di diventare diabetici rispetto a coloro che hanno valori pressori nella norma. Servono tuttavia ulteriori studi per capire il meccanismo di questo fenomeno e per individuare il trattamento migliore contro la pre-ipertensione.
Fonte: Diabetes Care, 21 ottobre 2009; 32: 1870–1872
Negli ultimi dieci anni il numero di diabetici in tutto il mondo è raddoppiato: siamo passati infatti da 150 a 300 milioni di persone affette da questa malattia. Questo è lo sconvolgente dato emerso durante il ventesimo Congresso Mondiale del Diabete tenutosi a Montreal, in Canada, dal 18 al 22 ottobre.
È stata la International Diabetes Federation a ricordare l'iter di diffusione del diabete, sottolineando che dai 30 milioni di malati del 1985 si è passati ai 150 milioni del 2000, per arrivare alla spaventosa cifra odierna, pari a 300 milioni di diabetici, che rende il fenomeno più simile a una vera e propria epidemia mondiale, soprattutto se si considera il fatto che gli esperti si aspettano un ulteriore aumento di queste cifre, per arrivare a 435 milioni di malati nel 2030.
Un'epidemia senza controllo che non risparmia alcuna nazione, sebbene contrariamente al diabete di tipo 1(che non è possibile prevenire), il diabete di tipo 2 si potrebbe evitare con un'alimentazione corretta e una regolare attività fisica.
I Paesi con il più elevato tasso di diabetici sono India, Cina e Stati Uniti con rispettivamente 50.8, 43.2 e 26.8 milioni di malati.
Il costo del diabete per l'economia mondiale stimato dalla IDF per il 2010 sarà di circa 376 miliardi di dollari, pari al 11.6% delle spese sanitarie totali; una cifra che si ipotizza raggiungerà i 490 miliardi di dollari nel 2030.
Resta tuttavia una grossa discrepanza tra i soldi spesi per il diabete e l'effettivo bisogno di cure per questa malattia: nonostante l'80% dei soldi venga impiegato per curare i diabetici dei paesi più ricchi del mondo, il 70% degli individui che vivono con il diabete appartiene ai paesi più poveri.
È necessario quindi che i governi di tutto il mondo investano più risorse non solo per la cura del diabete, ma soprattutto per la promozione di comportamenti volti alla prevenzione della malattia.
Fonte: 20esimo Congresso Mondiale del Diabete; Montréal, Canada: 18 October – 22 October, 2009
E´ stata presentata oggi a Roma l'edizione 2009 della Giornata Mondiale della Psoriasi. Sabato 24 e domenica 25 ottobre verranno allestiti nelle piazze di oltre 40 città italiane gazebo informativi dell'Adipso (Associazione per la Difesa degli Psoriasici) dove dermatologi e volontari dell'associazione saranno a disposizione per sensibilizzare e informare la popolazione su questa malattie della pelle dal grande impatto sociale che, sebbene non contagiosa, crea ancora forti pregiudizi.
Nel corso dell'incontro sono stati presentati i risultati di una Survey promossa dall'Adipso e recentemente pubblicata sullo European Journal of Dermatology, che ha approfondito l'importante tematica delle comorbidità, ossia le malattie croniche che spesso sono associate alla psoriasi: in particolare è stata analizzata la relazione esistente tra caratteristiche socio-demografiche, vizio del fumo e consumi di alcool nei pazienti psoriasici e patologie quali l'ipertensione, il diabete e l'obesità.
Dai risultati della Survey, è emerso che la frequenza di queste malattie nei pazienti psoriasici è pari al 12,9% per ipertensione, al 10,3% per obesità e al 7,1% per diabete di tipo 2.
L'ipertensione è risultata più alta nei maschi (15,5%) che nelle femmine (9,6%) e l'incidenza maggiore si riscontra nella fascia di età maschile over 40 anni; inoltre, in quei pazienti psoriasici che fumano più di 15 sigarette e bevono più di 2 bicchieri di vino al giorno, si assiste ad un aumento del rischio di ipertensione.
L'obesità negli psoriasici, invece, riguarda maggiormente le donne (12,3%) rispetto agli uomini (8,3), con il periodo più a rischio che si attesta nella fascia di età 40-59 anni; anche i pazienti che vivono in aree estremamente urbane hanno un rischio più alto di diventare obesi, così come coloro che bevono abitualmente più di un drink alcoolico al giorno. Infine, il rischio di comparsa del diabete è risultato maggiore per i pazienti con psoriasi che vivono in zone urbane ed estremamente urbane, rischio che aumenta con l´avanzare dell´età ed è più alto per chi beve un drink alcoolico al giorno.
"I risultati della Survey - ha affermato Mara Maccarone Presidente Adipso - evidenziano il bisogno di pianificare specifiche campagne di educazione per i pazienti psoriasici, con l'obiettivo di favorire un corretto stile di vita, fondamentale per limitare la comparsa di comorbidità. Nel corso della Giornata Mondiale faremo molta informazione su questo argomento, così come sul progetto Psocare, la rete di centri pubblici specializzati nella cura di questa malattia, dove è possibile ricevere cure specifiche e personalizzate."
Nel corso dell'incontro con la stampa, Mara Maccarone ha annunciato anche il nuovo progetto "Adipso Studenti" che prevede l´organizzazione di manifestazioni presso le università delle città di Roma, Milano, Bari, Padova e Catania. A novembre, in questi atenei si effettueranno visite gratuite agli studenti con distribuzione di materiale informativo e verranno raccolti questionari conoscitivi sulla psoriasi. La ricerca sulla psoriasi è in continua evoluzione sia dal punto di vista farmacologico, con l'individuazione di terapie sempre più efficaci, sia nello studio sulle cause genetiche che possono favorirne l'insorgenza.
In proposito, il Prof. Giuseppe Novelli e il Dottor Emiliano Giardina del Policlinico Universitario "Tor Vergata" di Roma, in collaborazione con un team di ricercatori spagnoli, olandesi, inglesi e americani, hanno compiuto un grande passo avanti nella ricerca dei fattori genetici responsabili dalla psoriasi: i risultati dello studio condotto da questo team internazionale, pubblicati su Nature Genetics, hanno dimostrato che l'assenza nel nostro genoma di due geni, LCE3B e LC3EC, determina la predisposizione genetica alla psoriasi. La psoriasi è una malattia della pelle di origine autoimmune alla base della quale vi è un'alterazione genetica e che si manifesta con la comparsa di chiazze rossastre, ricoperte da squame. La malattia si sviluppa quando il sistema immunitario causa una crescita delle cellule dell'epidermide più rapida, provocando la desquamazione. Tra le cause scatenanti, l'intervento di fattori ambientali e psico-emotivi.
La Giornata Mondiale della Psoriasi ha ottenuto il Patrocinio del Senato della Repubblica, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Camera dei Deputati, del Ministero del Lavoro, Salute e Politiche sociali, della Regione Lazio, della Provincia di Roma, del Comune di Roma, della Croce Rossa Italiana.
Fonte: 21 ottobre 2009, irispress
Il test della glicemia per la diagnosi di diabete gestazionale è lo spauracchio di tutte le donne in gravidanza. Ore da passare in ambulatorio, una soluzione di glucosio poco gradevole da buttar giù a stomaco vuoto, svariati prelievi: un disagio non da poco, tanto che a oggi il 30% delle donne in gravidanza evita di sottoporsi al test. Tutto questo potrebbe cambiare da gennaio del 2010 quando arriverà in clinica una nuova modalità di diagnosi del diabete in gravidanza. La semplicità è l'elemento di forza del nuovo approccio. "Finora per la diagnosi di diabete gestazionale, che riguarda il 4-6 per cento di tutte le donne in gravidanza, si sono impiegati test da effettuare in due passaggi: una mini-curva con un carico di glucosio di 50 grammi e un prelievo a distanza di un'ora e una curva con 100 grammi di glucosio e 4 prelievi successivi", spiega Domenico Mannino, coordinatore del Gruppo di studio sulla gravidanza della Società Italiana di Diabetologia: "Lo studio internazionale HAPO, condotto su oltre 25.000 donne e al quale ha partecipato anche l'Italia, ha dimostrato che è possibile ottenere una diagnosi precisa con una sola curva, con un carico di 75 grammi e 3 prelievi. Sono già stati stabiliti i nuovi valori-soglia per la diagnosi di diabete gestazionale con questo test, l'ultimo passaggio è l'approvazione da parte delle Società internazionali di diabetologia, che dovrebbe arrivare a breve". Quando l'esame sarà definitivamente approvato, presumibilmente entro l'inizio del 2010, in tutto il mondo verrà utilizzato lo stesso test, più semplice, veloce e in grado di dare subito la diagnosi.
Fonte: 18 ottobre 2009, agi.it
Lo yogurt è in grado di stimolare la flora intestinale e, nel far questo, prevenire obesità e diabete. A sostenerlo, una ricerca dell'università di Turku in Finlandia diretta dal dottor Marko Kalliomaki, e presentata al Congresso della Società Italiana di Diabetologia, in corso a Rimini.
Gli studiosi hanno osservato 49 bambini, nutriti fin dall'infanzia con lo yogurt; dopo 7 anni si è cosi notato come tali bambini pesavano in media 4 chili in meno dei loro compagni ed avevano l'intestino più depurato da batteri cattivi, come lo stafilococco. Per gli scienziati, ciò è una prova della capacità dei fermenti lattici di prevenire obesità e diabete.
Ecco l'opinione di Rosalba Giacco, relatrice alla sessione del convegno su alimentazione e diabete e ricercatrice all'Istituto di Scienze dell'Alimentazione del CNR di Avellino: "Credevamo che la flora intestinale avesse effetto solo a livello locale, proteggendo il colon da tumori e malattie infiammatorie croniche: non è così. I fermenti lattici infatti producono acido acetico, propionico e butirrico: i primi due vanno nel sangue e da qui nel fegato, dove regolano la produzione epatica di glucosio e grassi come colesterolo e trigliceridi; il butirrico invece resta nell'intestino a "nutrire" le cellule dell'epitelio ".
A tal proposito, gli addetti ai lavori fanno notare come la flora intestinale degli obesi sia più ricca di batteri cattivi produttori di tossine, nemici dell'insulina e favorevoli alla creazione. Se tali soggetti perdono peso, anche la loro flora batterica migliora.
Il segreto dello yogurt è la sua capacità di ridurre l'assorbimento d'energia degli alimenti (fino al 2%), "E ciò nell'arco di anni può fare la differenza fra essere normopeso o sovrappeso". Inoltre, i probiotici agiscono sugli ormoni intestinali, stimolando il senso di sazietà.
Gli esperti di alimentazione fanno poi notare come i fermenti lattici possono essere assunti da soli (tramite yogurt e prodotti simili), ma sono più efficaci di sostenuti con una dieta a base di fibre e verdura.
Spiega Rosalba Gracco: "Le fibre favoriscono la crescita dei batteri buoni al posto dei cattivi, che invece proliferano se si mangia molta carne o altri prodotti di origine animale. Purtroppo anche in Italia abbiamo un po' perso le sane abitudini della dieta mediterranea e consumiamo meno fibre rispetto al passato: ora siamo più o meno allineati ai consumi europei, che variano fra i 3 e gli 11 grammi di fibre al giorno. Poche: è bene aumentare l'introito di frutta, verdura, cereali, pasta e pane integrali, oltre che di prodotti come lo yogurt che contengono fermenti lattici. Serve a prevenire l'obesità e quindi il diabete, ma anche tumori, malattie cardiovascolari e molte malattie croniche intestinali".
Fonte: 18 ottobre 2009, newsfood.com
Diversi studi hanno dimostrato che un'alimentazione ricca di fibre è in grado di offrire una protezione efficace contro l'insorgenza del diabete di tipo 2, tuttavia resta ancora sconosciuto il meccanismo biologico che rende possibile questa protezione.
Lo studio condotto dai ricercatori dello University College di Londra, nel Regno Unito, ha esaminato i dati relativi a 7735 uomini che nel periodo 1978-1980, quando avevano un'età compresa tra i 40 e i 59 anni, erano entrati a far parte del British Regional Heart Study. Gli esperti si sono quindi concentrati su 3428 soggetti non diabetici ce sono stati sottoposti alla visita di controllo 20 anni dopo l'inizio dello studio, nel 1998-2000, ovvero quando avevano tra i 60 e i 79 anni.
Le abitudini alimentari di questo gruppo di individui non diabetici sono state registrate utilizzando un questionario dettagliato che permetteva di indicare la frequenza settimanale di assunzione dei diversi alimenti.
Dopo un ulteriore periodo di osservazione di 7 anni i ricercatori hanno trovato che consumare poche fibre (ovvero una quantità pari o inferiore a 20 grammi al giorno) aumentava del 47% il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 rispetto a coloro che consumavano una quantità maggiore di alimenti contenenti fibre.
Questa associazione è rimasta valida anche dopo gli aggiustamenti per calorie assunte e altri potenziali fattori di distorsione, ma è emersa una relazione inversa tra la quantità di fibre assunte e vari marker infiammatori, attivatori del plasminogeno e gamma glutamil transferasi, e l'aggiustamento con questi fattori abbassava del 28% il rischio di sviluppare il diabete.
Lo studio è stato condotto principalmente su una popolazione di soggetti europei bianchi e di sesso maschile; dovrà perciò essere estesa a uomini di altre etnie e alle donne per estendere la validità di questi risultati.
Nel frattempo tuttavia resta confermato il ruolo positivo delle fibre nella protezione dal rischio di diventare diabetici, e questo sembra in parte spiegato dall'associazione esistente con la funzione epatica e con i processi infiammatori.
Fonte: Diabetes Care, 13 ottobre 2009, 32: 1823–1825
Diecimila-quindicimila nuovi casi all'anno di diabete in età pediatrica (il diabete di tipo 1, o "giovanile", appunto). È questa la fotografia italiana di una malattia ad alto impatto sociale e in forte incremento. Sconosciute le cause della crescita che non riguarda comunque solo il nostro Paese. «Al momento — spiega Gianni Bona, endocrinologo e vice-presidente della Società italiana di pediatria — sono in corso studi per verificare la correlazione tra questa forma di diabete e l'esposizione a particolari inquinanti ambientali, o tra la malattia e l'assunzione precoce di latte vaccino, ma non abbiamo ancora alcuna certezza». Il controllo del diabete avviene mediante un attento monitoraggio della glicemia e la somministrazione di più dosi di insulina al giorno (solitamente quattro), il che significa che la terapia ha un impatto anche sulla vita scolastica dei bambini e degli adolescenti.
Ma chi deve garantire la corretta gestione della terapia insulinica negli orari di asilo o scolastici? «Importante — afferma Giovanni Federico, del Dipartimento materno infantile dell'Azienda ospedaliera-universitaria di Pisa — è che i genitori informino la scuola della patologia del figlio - cosa che non sempre avviene-, così che si possano attivare le procedure necessarie per gestire l'assistenza nel migliore dei modi. Per i più piccoli è ovviamente necessario che ci sia un adulto (il genitore stesso, un infermiere, un insegnante, o altro personale scolastico) che somministri il farmaco, mentre per i più grandicelli può essere sufficiente una sorta di "tutoraggio" da parte di un adulto competente all'autogestione della terapia, fino ad arrivare (obiettivo fondamentale per tutti i soggetti affetti da diabete) alla completa autonomia». La somministrazione dell'insulina, benché sia un'operazione semplice, investe comunque di responsabilità la persona che la effettua e questo apre un delicato capitolo sul coinvolgimento degli insegnanti o del personale scolastico. Oggi non esistono protocolli e normative generali, ma solo una raccomandazione ministeriale, e tutto è regolato in pratica a livello locale. «Da questo punto di vista — sottolinea ancora Giovanni Federico — è molto avanzato il protocollo sulla somministrazione dei farmaci a scuola che sta per varare la Regione Toscana. Prevede, per quello che concerne il diabete, che la scuola, previa adeguata formazione del personale identificato (insegnante o non) abbia anche l'obbligo di somministrare, quando sia necessario, il glicogeno, farmaco salvavita in caso di crisi ipoglicemica».
Fonte: 11 ottobre 2009, corriere.it
Gli individui affetti da diabete hanno una maggiore propensione a sviluppare problemi di fibrillazione atriale (AF) rispetto a soggetti che non sono diabetici.
Lo dimostrano i risultati di uno studio condotto da un team di ricercatori del Kaiser Permanente Center for Health Research di Portland, nell'Oregon (USA), che hanno utilizzato il database del Kaiser Permanente Northwest per selezionare 17.372 individui, di età media pari a 58.4 anni, che erano stati inseriti in un registro per il diabete prima del 2004. Dallo stesso database i ricercatori hanno poi estrapolato un secondo gruppo di controllo, uguale al primo per età media e genere dei partecipanti.
Tutti i soggetti selezionati sono stati quindi tenuti sotto controllo fino al momento del decesso, dell'abbandono del programma o comunque fino alla fine del 2008 per poter valutare l'incidenza della fibrillazione atriale.
All'inizio della ricerca i diabetici che soffrivano di AF erano il 3.6% del gruppo (631 individui) mentre nel gruppo dei non diabetici solo il 2.5% (pari a 442 soggetti) soffriva di questo disturbo cardiaco. All'aumentare dell'età dei partecipanti aumentava anche
l'incidenza della fibrillazione cardiaca in entrambi i gruppi, e dopo circa 7 anni di osservazione la proporzione di soggetti che avevano sviluppato AF era annualmente di 9.6 o/oo nel gruppo dei diabetici e di 6.9o/oo nel gruppo di controllo.
I ricercatori hanno inoltre evidenziato che, nonostante gli uomini siano solitamente soggetti a un rischio maggiore di incorrere in disturbi di fibrillazione atriale rispetto alle donne, nel gruppo dei diabetici solo i soggetti di sesso femminile facevano registrare un aumento significativo del rischio di sviluppare AF pari al 26%, contro un 9% fra i soggetti di sesso maschile nelle medesime condizioni.
I risultati di questo studio, presentati anche al 45esimo convegno annuale dell'Associazione Europea per lo studio del Diabete, tenutosi a Vienna, in Austria, hanno consentito di sottolineare la necessità di una maggiore attenzione alla salute cardiaca, in particolar modo delle donne. La diffusione della fibrillazione atriale, una delle più comuni forme di aritmia cardiaca, essendo influenzata dalla presenza del diabete, una delle più diffuse e costose malattie nel mondo, potrebbe infatti dar luogo a una vera e propria epidemia di diabetici e malati di cuore se non tenuta nella giusta considerazione.
Fonte: Diabetes Care, 5 ottobre 2009; 32: 1851-1856
Nelle nuove linee guida approvate dalla Society of Family Planning si consiglia l'adozione di metodi anticoncezionali sia ormonali che non ormonali senza particolari restrizione per le donne con problemi di obesità.
Secondo Alison Edelman, della Oregon Health Sciences University di Portland (USA) non esistono informazioni sufficienti a modificare le abituali prescrizioni cliniche che hanno il solo obiettivo di scegliere il metodo contraccettivo che garantisca il più alto livello di efficacia.
Nonostante alcuni studi scientifici abbiano sottolineato la possibilità che l'efficacia dei contraccettivi orali possa essere alterata in donne obese o sovrappeso, il rischio di incorrere in una gravidanza indesiderata resta comunque minimo.
Inoltre, poiché è stato dimostrato che i contraccettivi ormonali provocano cambiamenti di peso corporeo minimi nelle donne non obese, si suppone che nel caso di donne obese non avvenga alcun cambiamento di peso.
Nelle linee guida è tuttavia presente una raccomandazione rivolta alle donne che sono state sottoposte a interventi di chirurgia bariatrica, per le quali la contraccezione orale è controindicata: in seguito all'intervento è infatti possibile che si verifichi un malassorbimento gastrointestinale che potrebbe compromettere l'efficacia della pillola anticoncezionale. La condizione di obesità delle donne potrebbe inoltre rendere alcune procedure, indispensabili per l'utilizzo di metodi contraccettivi come la sterilizzazione e i dispositivi intrauterini, più complicati a livello tecnico per il medico che deve effettuarli.
Gli esperti sottolineano infine la necessità di focalizzare gli studi futuri sul rapporto esistente tra obesità e efficacia della contraccezione, includendo nel campione analizzato donne con diversi indici di massa corporea per rendere i risultati più aderenti alla
popolazione femminile reale.
Fonte: Contraception, 5 ottobre 2009; Advance online publication
I risultati di un recente studio americano mostrano che la cura del diabete gestazionale di grado lieve può ridurre il rischio di macrosomia fetale (feto più grande del normale), distocia della spalla, parto cesareo e ipertensione gestazionale.
La ricerca, condotta presso l'Ohio State University di Columbus da Mark Landon e colleghi, ha coinvolto donne con lieve diabete mellito tra la 24° e la 31° settimana di gestazione, di cui 473 sono state assegnate al normale trattamento prenatale e altre 485 sono invece state destinate a seguire un regime dietetico, effettuando anche automonitoraggio dei livelli di glucosio nel sangue e terapia insulinica.
Lo studio non ha evidenziato differenze tra i due gruppi per quanto riguarda il tasso di morte perinatale, la frequenza di parti naturali o con complicazioni neonatali. Tuttavia le donne sottoposte a cure per il diabete davano alla luce bambini macrosomici solo nel 5,9% dei casi, contro il 14,3% delle donne non curate. Anche la percentuale della distocia della spalla e dei parti con taglio cesareo erano inferiori nel caso le donne fossero curate per il diabete (rispettivamente l'1,5% e il 26,9% contro il 4% e il 33,8% delle donne non in cura).
Inoltre il trattamento del diabete gestazionale è stato associato a una riduzione del tasso di pre-eclampsia e di ipertensione gestazionale se paragonato alle donne sottoposte a normali cure pre-parto (8,6% contro 13,6%).
Viene perciò confermato anche dai risultati di questo recente studio che l'identificazione e il trattamento tempestivo del diabete, seppur di livello leggero, sono fondamentali per evitare problemi anche gravi al nascituro e alla madre al momento del parto.
Fonte: New England Journal of Medicine, 5 ottobre 2009; 361: 1339-4
I costi per curare un paziente diabetico con un buon controllo glicemico sono alti, ma possono essere controbilanciati nel lungo periodo da una minor incidenza di complicazioni legate alla malattia, come ad esempio disturbi micro e macrovascolari.
Lo hanno reso noto i ricercatori della Takeda Pharmaceuticals North America, Inc. di Deerfield, nell'Illinois (USA) durante il 45esimo congresso annuale dell'Associazione Europea per lo Studio del Diabete tenutosi a Vienna dal 29 settembre al 2 ottobre.
Morgan Bron e colleghi hanno presentato i risultati di una ricerca effettuata su 41,182 pazienti con diabete di tipo 2, che non presentavano precedenti episodi di complicazioni legate alla malattia e che non avevano modificato di recente le cure abituali. Lo studio è durato tre anni, periodo durante il quale gli studiosi hanno valutato il costo delle cure per i diabetici e la relazione tra il livello dell'emoglobina glicata (HbA1c ) e il rischio di disturbi macrovascolari (quali infarto del miocardio, ictus, malattia dell'arteria coronaria o malattie vascolari periferiche) e microvascolari (tra cui neuropatie, nefropatie, retinopatie e amputazione).
I risultati della ricerca hanno mostrato che il 26.8% dei partecipanti ha sviluppato problemi macrovascolari mentre il 44.7% ha affrontato complicazioni microvascolari, e che per ogni punto incrementale nel livello dellHbA1c il rischio di questi disturbi aumentava del 2% (per i macro) e del 3% (per i micro).
I pazienti con un livello di emoglobina glicata pari o superiore al 9% avevano l'8 e il 13% di incorrere rispettivamente in complicazioni macro e microvascolari. Per quanto riguarda i costi legati alle complicazioni provocate dalla presenza del diabete di tipo 2, in generale erano tanto più elevanti quanto più alto era il livello dell'HbA1c. Tuttavia nel breve periodo si era registrata una diminuzione dei costi concomitante a un aumento dell'emoglobina glicata, passando cioè da 8,384US$ (€5706 ) per individui con HbA1c inferiore al 6.5% a 7648US$ (€5205) per soggetti con un livello dell'emoglobina superiore al 9%.
Fonte: European Association for the Study of Diabetes 45th Annual Meeting; Vienna, Austria: 29 September - 2 October, 2009
I ricercatori della University of Southern Denmark di Odense affermano che un elevato numero di microaneurismi a livello della retina sia associato con una prognosi peggiore della retinopatia e a una minor probabilità che questa regredisca in soggetti affetti da diabete di tipo 1 e 2.
Gli esperti sono giunti a questa conclusione in seguito a uno studio che ha visto coinvolte 1419 persone, di cui 893 diabetici di tipo 1 con età media pari a 31,2 anni e 526 diabetici di tipo 2 con 56,2 anni di età media. Tutti i soggetti erano affetti da microaneurismi e sono stati seguiti per un periodo di 4 anni e mezzo.
Prima che iniziasse lo studio per ogni soggetto sono stati contati e sommati i microaneurismi per entrambi gli occhi, i ricercatori hanno in seguito fotografato annualmente per ogni soggetto 7 zone della retina e la progressione o la regressione della retinopatia veniva misurata in base alla scala ETDRS (Early Treatment Diabetic Retinopathy Study).
Al termine del periodo di osservazione è emerso che i soggetti che presentavano un maggior numero di microaneurismi all'inizio dello studio avevano il 21% in meno di probabilità di veder regredire la retinopatia, mentre il rischio di un peggioramento aumentava del 7% per i diabetici di tipo 2 e dell'8% per i diabetici di tipo 1.
Fonte: European Association for the Study of Diabetes 45th Annual Meeting; Vienna, Austria: 29 September – 2 October, 2009
Arriva dai maiali ingegnerizzati, il cui patrimonio genetico è stato cioè modificato per evitare problemi di rigetto, una nuova speranza per i malati di diabete e Parkinson. E’ l'ultima frontiera dello xenotrapianto, ovvero l'innesto di organi tra specie diverse, emersa dal Congresso internazionale a tema di scena a Venezia, dove 640 ricercatori di 28 Paesi stanno studiando gli ultimi risultati ottenuti. In prima fila il Veneto, con i due protocolli curati a Padova dal professor Ermanno Ancona e dal dottor Emanuele Cozzi. Il primo è il responsabile dell'unico progetto autorizzato in Italia per il trapianto di rene di maiale ingegnerizzato sulla scimmia (raggiunta una sopravvivenza di tre mesi). Al secondo la Ue ha assegnato il coordinamento di una cordata di 22 centri di undici Stati e un finanziamento di 9,8 milioni di euro in cinque anni per la sperimentazione di cellule neuronali sempre di maiale ingegnerizzato su primati nei quali è stato farmacologica mente indotto il Parkinson.
E i primi risultati sono incoraggianti. «Si nota nelle scimmie così trattate un recupero della capacità motoria compreso fra il 30% e il 60% — spiega Cozzi —. La Pet mostra che dopo sei mesi le cellule di maiale sono ancora vive e producono le risposte neuronali delle quali il malato di Parkinson necessita. Ci stiamo inoltre avvicinando all'anno di sopravvivenza ». L'applicazione clinica potrebbe non essere così lontana, visto anche che tale traguardo è già stato tagliato con altre cellule del maiale ingegnerizzato: le insulae pancreatiche. «Il mese scorso in Nuova Zelanda sono state inserite nel fegato di un paziente diabetico — rivela il professor Jeremy Chapmann, presidente della Società mondiale trapianti — è il primo intervento del genere al mondo, anche se trialpreclini ci sono in corso in Europa, St ti Uniti, Canada e Australia. Per vedere l'esito dobbiamo aspettare almeno sei mesi, ma intanto siamo stati autorizzati ad applicare lo stesso procedimento su altri cinque pazienti».
Il diabete è una patologia sempre più diffusa (in Italia colpisce il 3% della popolazione) e il trapianto rientra tra le indicazioni terapeutiche più indicate per i pazienti soggetti a gravi complicanze, acute e croniche. Ma gli organi scarseggiano e poi in molti casi non è necessario ricorrervi, basta inserire nel fegato le cellule secernenti insulina, appunto le insulae pancreatiche. Lo xenotrapianto delle stesse sull'uomo potrebbe venire sperimentato in futuro anche a Padova.
Cozzi, tra l'altro, è un immunologo del Corit, il Consorzio per la ricerca sui trapianti di organi nato nel 1997 e presieduto da Pilade Riello, che insieme all'Azienda ospedaliera di Padova coordina proprio il progetto sulle cellule neuronali. Al Corit, braccio operativo della Fitot (Fondazione per l'incremento del trapianti d'organo e tessuti sempre guidata da Riello), la Regione ha anche affidato la direzione del network sulle cellule staminali. «Da vent'anni sosteniamo la ricerca — ricorda Riello — crediamo nell'investimento di risorse finanziare e umane, e da subito abbiamo abbracciato anche il filone dello xenotrapianto. Abbiamo raggiunto molti traguardi, nell'immunologia dei trapianti finalizzata allo studio di nuovi farmaci immunosoppressori, nella ricerca di organi bioartificiali, nelle collaborazioni internazionali per progetti importanti, fino alla medicina rigenerativa e alle staminali. Ma io non mi fermo, guardo avanti».
Fonte: 14 ottobre, corrieredelveneto.it
Secondo gli ultimi riscontri scientifici resi noti, le donne affette da diabete presenterebbero maggiori rischi e più gravi complicazioni rispetto agli uomini in relazione alla suddetta patologia. Inoltre, nel caso di donne diabetiche e, in aggiunta, fumatrici, i pericoli per la salute, e per la vita, aumenterebbero esponenzialmente.
Che il diabete fosse una patologia gravissima, e spesso mortale se non curata in maniera adeguata, era già noto da diverso tempo. Nessuno finora aveva però connesso l'incidenza della malattia e le sue conseguenze negative al sesso dei malati. Adesso, il convegno dell'Associazione Europea per lo Studio del Diabete ha evidenziato una netta prevalenza delle complicazioni connesse a questa patologia nel caso in cui i malati coinvolti siano donne.
Fonte: 13 ottobre, onewoman.it
Agiscono contro l'invecchiamento cellulare, ma possono interferire con le molecole protettive Ros. Gli antiossidanti li conoscono ormai tutti, ce ne sono di diversi tipi e per diverse esigenze. Tuttavia, a quanto pare non sono indicati per chi soffre di diabete o è a rischio diabete.
Lo sostengono ricercatori australiani della Monash University che hanno scoperto come le molecole ROS (Reactive Oxygen Species) possano svolgere un ruolo protettivo nelle prime fasi del diabete di tipo 2, rafforzando l'azione dell'insulina. Ma, allo stesso tempo, hanno scoperto che gli antiossidanti potrebbero invece contrastare l'azione delle Ros.
Il prof. Tony Tiganis e colleghi, hanno condotto uno studio sui topi rilevando come alti livelli di Ros possano prevenire l'insorgenza dell'insulino-resistenza e del diabete indotto da una dieta ad alto contenuto di grassi. Tuttavia, quando i topi hanno ricevuto gli antiossidanti il miglioramento avuto nella risposta insulinica è andato perduto e questi sono diventati diabetici.
In controtendenza, gli scienziati della Monash commentano i risultati dicendo che questi vanno contro l'opinione diffusa che le Ros sono sempre e comunque dannose mentre gli antiossidanti sono sempre benefici. In questo caso, invece, «abbiamo dimostrato che le Ros, come il perossido d'idrogeno, sono importanti per la funzione delle cellule normali e che la loro presenza nei muscoli migliora l'azione dell'insulina e favorisce bassi livelli di zuccheri nel sangue» prosegue Tiganis.
Quello che c'è ancora da chiarire, sottolineano poi i ricercatori, è il fatto che l'azione delle Ros sia positiva nelle fasi iniziali del diabete di tipo 2 e diventi negativa nelle fasi successive della malattia. Per questo stanno approfondendo gli studi.
Al momento attuale, il miglior modo per beneficiare di una fonte naturale delle Ros è quello di seguire un'alimentazione corretta e fare esercizio fisico che da soli promuovono l'azione dell'insulina.
Fonte: 12 ottobre, lastampa.it
Vaccinarsi contro l'influenza A: è questa la raccomandazione dei diabetologi ai pazienti diabetici. L'influenza A, come quella stagionale, avvertono, può infatti aumentare la glicemia e peggiorare le condizioni dei malati. La Società Italiana di Diabetologia (Sid), l'Associazione Medici Diabetologi e la Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica hanno per questo messo a punto un documento congiunto, una sorta di linee-guida, che sarà presentato al congresso Panorama Diabete in programma a Riccione dall'11 al 14 ottobre. Il documento sottolinea che questa forma influenzale non sarà più grave rispetto a quelle del passato: ''I diabetici non hanno più facilità ad ammalarsi e le loro difese immunitarie nei confronti del virus sono sostanzialmente uguali a quelle di chi non ha il diabete. - spiega Paolo Cavallo Perin, presidente SID - In caso di malattia, però, i pazienti devono seguire alcune regole. Quando c'è uno stato febbrile, infatti, la glicemia tende a salire a causa delle tossine stesse dei virus e anche della risposta ormonale dell'organismo, e se la glicemia sale e il paziente è scompensato è più probabile che sopraggiungano infezioni, ad esempio polmoniti batteriche, a complicare il quadro e peggiorare la prognosi''. Il documento sottolinea perciò che i pazienti diabetici contagiati dal virus della nuova influenza devono controllare più spesso la glicemia e che la vaccinazione contro il virus A/H1N1 è consigliata a tutti i diabetici, come quella per l'influenza stagionale: è infatti ''sicura - affermano gli esperti - e non interferisce con l'azione dei farmaci ipoglicemizzanti né con l'insulina''. Intanto da domani, come già annunciato dal viceministro alla Salute Ferruccio Fazio, inizierà la spedizione alle Regioni delle dosi di vaccino antipandemico. La campagna vaccinale, come previsto, dovrebbe prendere il via dagli inizi di novembre e le vaccinazioni verranno effettuate, a seconda delle decisioni regionali, presso gli studi di medici di famiglie e pediatri o presso le Asl.
Fonte: 11 ottobre, unità.it
Nei pazienti maschi con diabete di tipo 2, esiste una stretta correlazione tra la conta degli eosinofili, cellule che contribuiscono all'infiammazione nelle malattie allergiche, e il tasso di escrezione di albumina, un indicatore chiave sia di mortalità cardiovascolare sia di nefropatia diabetica. È il dato più significativo emerso da uno studio condotto dall'Università di Kyoto (Giappone), nel quale si sono confrontati i due valori di laboratorio in circa 800 soggetti affetti dalla malattia. La correlazione analizzata, sorprendentemente, è apparsa più forte (p<0,0001) di qualunque altro fattore di rischio noto, come l'alta pressione arteriosa e lo scarso controllo diabetico,e non si è registrata tra le donne. Studi precedenti hanno suggerito che i pazienti asmatici o con altre patologie allergiche sono a rischio maggiore di morte cardiaca; quest'ultima è la causa principale di exitus nei diabetici, e la nefropatia è il principale fattore di rischio per malattia cardiaca. Appare allora chiaro che la conta degli eosinofili potrebbe aiutare nella stratificazione del rischio di nefropatia e cardiopatia diabetiche nell'uomo. Inoltre alcuni dei trattamenti antinfiammatori usati dai soggetti allergici potrebbero indurre una riduzione degli eosinofili ed è possibile che queste terapie determinino benefici nei soggetti diabetici maschi.
Fonte: Clinical journal of the American society of nephrology, 2009; doi:10.2215/CJN.03330509
"Di diabete non sempre si guarisce col bisturi, anzi. Diciamolo chiaramente: la chirurgia non è la panacea di tutti i mali". A mettere i puntini sulle 'i', dopo una "lunga serie di articoli un po' troppi entusiastici" per una nuova ricerca italiana sul 'bisturi antidiabete', è Raffaele Scalpone, diabetologo e presidente dell'Aid, l'Associazione italiana per la tutela degli interessi dei diabetici.
"Ben vengano gli studi e la ricerca sul diabete - premette Scalpone all'ADNKRONOS SALUTE - con l'obiettivo di superare una malattia che interessa ben 3 milioni di italiani. Ma in questi giorni noi siamo letteralmente subissati di chiamate, soprattutto di madri di piccoli diabetici che vogliono sottoporre all'intervento i loro figli". Importante sottolineare, dunque, "che al momento si tratta soltanto di uno studio", che interesserà ben 21 ospedali della Penisola, "e che non tutti i malati di diabete sono candidati ideali per questo intervento", che mira "a isolare il duodeno, segmento dell'intestino tenue tra i maggiori imputati per il mancato utilizzo dell'insulina" da parte dell'organismo.
Il campione preso in considerazione dallo studio coordinato da Nicola Scopinaro, ordinario di Chirurgia generale dell'università di Genova, è composto ad esempio da pazienti che, tra le caratteristiche richieste, non devono rispondere alle cure tradizionali. "Solo il 5% dei malati - precisa Scalpone - quindi non più di 15 mila persone". Ma soprattutto c'è un identikit di persone che, secondo Scalpone, non dovrebbero ricorrere al bisturi per sconfiggere il diabete. "I magri, ad esempio - sottolinea - ma anche gli anziani, gli adolescenti e i bambini". Inoltre, ci tiene a precisare il presidente dell'Aid, finire sotto i ferri "per ben 7 ore non è certo una passeggiata. Quindi ben venga la ricerca, ma evitiamo entusiasmi troppo facili".
Fonte: 5 ottobre, vitadidonna.it
Oggi nel mondo ci sono 122 milioni di donne colpite da diabete, numero destinato a salire fino a 192 milioni nel 2025.I paesi piu' colpiti sono quelli in via di sviluppo. E, sebbene il diabete colpisca lo stesso numero di donne e uomini, le donne hanno piu' di frequente le complicanze tipiche della malattia, e queste sono anche piu' gravi di quelle maschili. E' quanto riferito da Ann Keeling, direttore esecutivo della Federazione Internazionale Diabete.
Fonte: 1 ottobre, ansa.it

Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2011