I nostri esperti per te Inostri sondaggi Newsletter Newsletter FAQ speciali I nostri speciali
 

Archivio notizie 2009 - luglio / settembre

Notizie »

Archivio Notizie »

 

 

Settembre 2009

 

Diabete: il suo costo è più che raddoppiato in 15 anni

Piu' che raddoppiata la spesa sanitaria per la gestione del diabete in Italia in meno di 15 anni, e la tendenza e' ad un ulteriore aumento dei costi: solo per il 2010 si stima che i diabetici in Italia, che saranno 4,2 milioni di persone, costeranno alle casse del SSN 11 miliardi di euro. E' il dato riferito da Sandro Gentile, presidente dell'Associazione Medici Diabetologi Italiani (AMD) in occasione del 45/imo congresso della associazione europea per lo studio del diabete in corso a Vienna. In Italia e' colpito da questa condizione oltre il 5% della popolazione e questa quota e' destinata a crescere al 7%, pari a 4,2 milioni di persone, nel 2010. Essendo una malattia cronica con complicanze nel tempo, ha ricordato Gentile, il diabete comporta dei costi non indifferenti: ''se nel 1998 il diabete pesava per 5 miliardi di euro, pari al 6,7% della spesa sanitaria, nel 2006 si e' passati a otto miliardi, circa l'8% della spesa sanitaria totale e per il 2010 si supereranno gli 11 miliardi di euro. Per razionalizzare i costi, ha spiegato Gentile, come pure per la salvaguardia della salute dei pazienti, e' quanto mai necessario gestire la malattia sin dall'inizio, trattando le persone gia' quando la loro glicemia non e' altissima. Infatti oggi ''quando facciamo la diagnosi di diabete gia' il 50% della capacita' pancreatica di produrre insulina risulta compromessa nel paziente - ha detto Gentile - invece bisognerebbe agire quando ancora il livello di glicemia e' non grave''. Infatti, ha proseguito, se abbatti da subito il livello di emoglobina glicata (un parametro di misura della gestione del diabete importantissimo) di un punto avrai la riduzione di un quarto delle complicanze a 5 anni dalla diagnosi, che si traduce in una riduzione notevole di spesa sanitaria. Per intervenire al meglio, ha sottolineato Gentile, serve l'organizzazione dei servizi diabetologici, l'integrazione delle competenze specialistiche e della medicina generale e nuovi modelli assistenziali-gestionali. L'Italia, ha concluso, ha mostrato un progressivo miglioramento delle performance assistenziali tra 2004 e 2007, come dimostrato da un miglioramento di tutti gli indicatori clinici della malattia (emoglobina glicata, controllo lipidico etc), ma ancora molto bisogna fare nel campo della prevenzione.


Fonte: 30 settembre, unità.it



frTop

Il diabete può danneggiare le ossa

Il diabete puo' danneggiare anche le ossa, aumentando il rischio di traumi e fratture. E' quanto ha scoperto un team di ricercatori americani della University of Medicine and Dentistry del New Jersey e della Boston University School of Medicine. "Il diabete e' una condizione comune, che colpisce oltre 170 milioni di persone nel mondo, un numero destinato a raddoppiare nel 2030", ha spiegato Dana Graves, ricercatore a capo dello studio pubblicato sull'American Journal of Pathology. "Spesso i pazienti di diabete soffrono anche di scarsa densita' e resistenza delle ossa, che puo' portare a fratture piu' frequenti e a tempi di guarigione piu' lunghi". Per esaminare in che modo il diabete influiva sulle ossa, i ricercatori hanno svolto degli esperimenti di guarigione ossea su delle cavie di laboratorio. "Ci siamo resi conto - ha detto Graves - che negli individui diabetici c'e' un maggiore livello di molecole infiammatorie durante le fasi di riparazioni delle fratture. Queste molecole infiammatorie sono associate a un numero maggiore di osteoclasti, cellule che distruggono e rimuovono ossa e cartilagini danneggiate". Nei diabetici, quindi, le ossa si distruggono a un ritmo maggiore del normale, a cui pero' non corrisponde una ricostruzione altrettanto rapida. "Le molecole infiammatorie stimolate dal diabete vanno a incidere negativamente sui processi di guarigione", ha detto Graves. "Come risultato, le ossa si indeboliscono".


Fonte: 29 settembre, SaluteAgi.it



frTop

La dimensione delle cellule adipose predice rischio diabete nelle donne

Le donne con cellule adipose grandi hanno più probabilità di sviluppare il diabete di tipo 2 con il passare degli anni. Lo sostengono gli studiosi della University of Gothenburg, in Svezia, in seguito a una ricerca condotta su 1302 donne tra i 38 e i 60 anni a partire dagli anni 1974-1975. Alle partecipanti è stato effettuato un iniziale controllo di salute generale, mentre un piccolo gruppo di queste (245 donne) è stato sottoposto a ulteriori analisi volte ad accertare la conformazione corporea e a misurare la dimensione di adipociti addominali e femorali tramite biopsie dei tessuti adiposi.
Seguendo e monitorando queste 245 donne fino al 2001 i ricercatori hanno osservato che quelle che nel tempo avevano sviluppato il diabete di tipo 2 (36 soggetti) erano le stesse che avevano inizialmente adipociti addominali più grandi rispetto alle donne che erano rimaste sane. Anche la presenza di adipociti femorali più grandi veniva associata a un rischio maggiore di andare incontro al diabete, seppur con minor forza rispetto a quelli addominali.
Questi risultati mostrano perciò che la dimensione delle cellule adipose, in particolar modo di quelle nella zona addominale, può essere un parametro utile per determinare il rischio di diabete nelle donne di mezza età, senza contare l'importanza di questi dati nello studio e nella conoscenza della patogenesi di una malattia tanto diffusa come il diabete mellito.


Fonte: The FASEB Journal, 23 settembre 2009; Advance Online Publication



frTop

L'ipertensione a lungo andare peggiora capacità cognitive anche in pre-diabetici

I ricercatori del University Medical Center di Utrecht, nei Paesi Bassi, hanno di recente reso noti i risultati emersi da uno studio iniziato nel 1989 che aveva come scopo quello di analizzare gli effetti del diabete e dei disturbi ad esso collegati, come ipertensione e iperglicemia, sulle funzioni cognitive dei soggetti presi in considerazione nello studio.
I partecipanti erano donne e uomini olandesi tra i 50 e i 74, alcuni dei quali all'inizio della ricerca non erano ancora malati di diabete mellito, ma l'hanno sviluppata poi intorno al periodo 2000-2001.
di tutti i soggetti, 64 hanno accettato di sottoporsi a un ulteriore test nel periodo 2005-2007, in cui dovevano affrontare delle prove relative a sei diversi ambiti cognitivi: ragionamento astratto, memoria, velocità nell'elaborazione delle informazioni, attenzione, linguaggio e funzioni esecutive.
Quello che i ricercatori hanno individuato è che i pazienti che facevano registrare punteggi bassi nelle prove cognitive nel 1989 avevano la pressione sanguigna sistolica più alta di 14-18 mmHg rispetto ai soggetti con buone prestazioni cognitive. Al contrario il livello dell'emoglobina glicata, il peso corporeo e il profilo lipidico non erano maggiori nei pazienti con scarse prestazioni cognitive.
La differenza fra la pressione sanguigna di soggetti con buone capacità cognitive e quelli con scarse capacità cognitive registrata 16 anni prima fa pensare che esista un'associazione tra il declino delle funzioni cognitive con gli effetti provocati da una esposizione di lungo periodo all'ipertensione, perfino in stadi di pre-diabete.


Fonte: Diabetes Metabolism Research and Reviews, 23 settembre 2009; Advance online publication



frTop

Controllo glicemico: nei diabetici con HIV più attendibile la fruttosamina dell'emoglobina glicata

Utilizzare l'emoglobina glicata (HbA1c) come parametro per misurare il controllo glicemico può indurre a sottostimare il livello del glucosio in soggetti HIV positivi con diabete di tipo 2.
I ricercatori del National Institutes of Health di Bethesda, nel Maryland, sostengono che questo accade a causa degli inibitori nucleosidici della transcriptasi inversa (NRTI) e che un miglior parametro per valutare il livello di glucosio nel sangue in soggetti sieropositivi potrebbe essere la fruttosamina.
I ricercatori hanno raggiunto queste conclusioni in seguito a uno studio durante il quale sono stati messi a confronto 100 soggetti diabetici con HIV e 200 soggetti diabetici senza HIV, ottenendo che l'HbA1c sottostimava il livello del glucosio di 29 mg/dl nei soggetti HIV positivi. Utilizzando la fruttosamina come metodo alternativo per stabilire il livello del glucosio si ottenevano invece risultati più accurati e attendibili.
Sulla base di questi nuovi risultati è auspicabile che cambino le linee guida attuali per la gestione del diabete, che sono pressoché uguali per diabetici sieropositivi e non, tenendo conto del fatto che per i soggetti HIV positivi l'emoglobina glicata non risulta essere un dato attendibile e che sia quindi meglio utilizzare la fruttosamina per avere dati più accurati sul controllo glicemico.


Fonte: Diabetes Care, 22 settembre 2009; 32: 1591-1593



frTop

Diabete giovanile: attenzione alle informazioni il rete

Antonio Cabras, Presidente della Federazione Nazionale Diabete Giovanile, ha denunciato attraverso una lettera aperta alle autorità sanitarie e al Governo la presenza di siti web che riportano e diffondono informazioni false e prive di fondamenti scientifici.
È stato trovato un sito che promuove «un programma che normalizza i livelli di glucosio nel sangue e fa regredire la causa del diabete». Così testualmente riporta il sito web: «Ascolta i massimi scienziati del pianeta e vincitori del Premio Nobel per la medicina e impara come abbassare i livelli di glucosio nel sangue in modo naturale ed eliminare l'uso di farmaci per il diabete e le iniezioni!».
Il tutto avverrebbe acquistando un libro in cui verrebbe illustrato come curare la malattia senza uso di farmaci, per € 97,00.
«Riteniamo necessario un rapido intervento da parte delle istituzioni competenti - dalla lettera di Cabras - che porti al blocco di questo sito internet che illude le famiglie e i giovani con diabete spinti dalla speranza di trovare una soluzione definitiva alla loro condizione."


Fonte22 settembre, corriere.it



frTop

Studio rivela gene alla base della resistenza all'insulina

Ricercatori finanziati dall'UE hanno individuato una variante genetica umana che incrementa il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. Le scoperte aumentano la nostra conoscenza sui fattori che sono alla base di questo disturbo e protrebbero condurre allo sviluppo di nuovi trattamenti. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Genetics.
Il diabete di tipo 2 insorge quando l'organismo non riesce a produrre abbastanza insulina o non risponde in modo corretto ad essa. Se le cellule cardiache o muscolari - ad esempio - non ricevono abbastanza insulina o non la usano in maniera adeguata, esse non possono ottenere glucosio ematico a sufficienza da usare come energia.
Finora gli scienziati hanno individuato 18 varianti genetiche che aumentano il rischio di una persona di sviluppare il diabete di tipo 2. La maggior parte di queste varianti indeboliscono la capacità del pancreas di podurre insulina a sufficienza. Nello studio in questione, un team internazionale di scienziati ha individuato la prima variante genetica che sembra influire sulla capacità delle cellule muscolari di usare l'insulina.
I ricercatori hanno scoperto la variante attraverso lo scanning dei genomi di migliaia di individui diabetici e non. Il confronto dei due gruppi ha rivelato una singola mutazione, che influisce sull'attività del gene del substrato 1 del recettore dell'insulina (IRS-1). Il gene IRS-1 produce una proteina che indica alle cellule quando prelevare il glucosio dal sangue.
"IRS-1 è il primo ad essere attivato dall'insulina all'interno della cellula", ha spiegato Robert Sladek dell'univrstià McGill e del Centro di innovazione Génome Québec in Canada. "In realtà esso ordina al resto della cellula: 'È arrivata l'insulina, inizia ad assorbire glucosio dal sangue!' Se non funziona l'IRS-1, viene interrotto l'intero meccanismo."
Nelle persone che presentavano questa nuova variante genetica, l'attività del gene IRS-1 era ridotta del 40%, rendendo effettivamente le cellule del corpo meno sensibili all'insulina e compromettendo la loro capacità di trasformare il glucosio in energia.
"Siamo molto entusiasti di questi risultati, si tratta della prima prova genetica del fatto che un difetto nel funzionamento dell'insulina nei muscoli possa contribuire al diabete. Il tessuto muscolare - più degli altri tessuti - ha bisogno di ottenere più energia dal glucosio. Pensiamo che sviluppare un trattamento per il diabete che migliori il modo in cui funziona l'insulina all'interno dei muscoli potrebbe veramente aiutare le persone che soffrono di diabete di tipo 2," ha commentato il professor Philippe Froguel del dipartimento di medicina genomica dell'Imperial College di Londra, nel Regno Unito.
"È possibile che nei pazienti diabetici il segnale per attivare e disattivare questo gene possa essere indebolito," ha aggiunto il dott. Sladek. "Ma potremmo essere in grado di usare uno degli altri percorsi per attivarlo."
Lo studio è stato in parte sostenuto da quattro progetti finanziati dall'UE: EURO-BLCS ("Biological, clinical and genetic markers of future risk of cardiovascular disease"), finanziato nell'ambito del programma specifico "Qualità della vita e gestione delle risorse viventi" del Quinto programma quadro (5°PQ), nonché EUGENE2 ("European network on functional genomics of type 2 diabetes"), EXGENESIS ("Health benefits of exercise: identification of genes and signalling pathways involved in effects of exercise on insulin resistance, obesity and the metabolic syndrome") e EURODIA ("Functional genomics of pancreatic beta cells and of tissues involved in control of the endocrine pancreas for prevention and treatment of type 2 diabetes"), tutti finanziati nell'ambito dell'area tematica "Scienze della vita, genomica e biotecnologie per la salute" del Sesto programma quadro (6° PQ).


Fonte7 settembre, cordis.europa.eu

 

Agosto 2009

 

Diabete gestazionale: l'auto-monitoraggio dei livelli glicemici riduce rischio macrosomia

Lasciare che le donne affette da diabete gestazionale effettuino il monitoraggio glicemico quotidianamente a casa propria invece che in ambulatorio una volta alla settimana sembra dare risultati migliori sia per quanto riguarda la riduzione della macrosomia neonatale (l'eccessiva grandezza del bebè) sia nella diminuzione dell'aumento di peso della donna.
É senza dubbio il maggior coinvolgimento della paziente nel tenere sotto controllo i propri livelli glicemici il fattore che influenza maggiormente l'efficacia del monitoraggio, permettendo alla paziente di capire i feedback ottenuti dalle diverse scelte alimentari e insegnandole così a fare le scelte migliori per la propria salute.


FonteObstetrics and Gynecology 2009; 113: 1307-12



frTop

Diabete di tipo 1 nelle donne aumenta la fragilità ossea

Per le giovani donne diabetiche potrebbe essere importante tenere sotto controllo il parametro che indica la densità minerale ossea (BMD) in modo da prevenire eventuali fratture nell'età della postmenopausa provocate dall'osteoporosi.
È stato in effetti riscontrato che in un campione di donne fra i 13 e i 35 anni i soggetti affetti da diabete di tipo 1 presentano un livello di BMD inferiore rispetto ai soggetti sani, avendo perciò una più alta probabilità di incorrere in fratture ossee.
Questi dati evidenziano la necessità di pensare a interventi di sensibilizzazione per le donne diabetiche affinché si prendano maggiormente cura della salute ossea, grazie a una dieta che dia il giusto apporto di vitamine e minerali e un'adeguata attività fisica.


FonteDiabetes Care 2008; 31: 1729-35



frTop

Problemi cardiovascolari: evitarli è possibile, camminando più in fretta

Uno studio canadese ha dimostrato che per migliorare la salute cardiovascolare di persone diabetiche non è importante solo la quantità di attività fisica che viene svolta ma conta soprattutto la qualità.
In particolare i ricercatori hanno ipotizzato che in soggetti diabetici un programma di cambiamento dello stile di vita che abbia come obiettivo quello di aumentare la velocità della camminata apporti molti più benefici di un programma che abbia come obiettivo il semplice aumento dei passi totali fatti in una giornata.
A sostegno di questa ipotesi i ricercatori canadesi hanno effettuato uno studio che ha coinvolto 41 persone tra i 40 e i 70 anni con diabete di tipo 2 e che non avevano  mai avuto problemi cardiovascolari in precedenza.
Lo studio è stato organizzato in due sessioni della durata di 12 settimane ciascuna. Durante la prima sessione tutti i partecipanti hanno seguito un programma di attività fisica con l'obiettivo di aumentare il numero di passi fatti ogni giorno. Per la seconda sessione i partecipanti allo studio sono stati assegnati in modo casuale a due diversi tipi di programma: uno avanzato che prevedeva un aumento del 10% nella velocità della camminata e uno base che aveva come obiettivo finale l'aumento del numero di passi fatti quotidianamene.
Al termine della prima sessione i ricercatori hanno osservato in tutti i partecipanti una riduzione del peso, dell'indice di massa corporea (BMI) e livelli più bassi della pressione sanguigna sistolica e diastolica.
Dopo la seconda sessione gli esperti hanno registrato una frequenza delle pulsazioni a riposo più bassa nei soggetti che avevano seguito il programma avanzato di attività fisica rispetto a coloro che avevano seguito il programma base. Questo può significare senza dubbio un rischio minore di incorrere in problemi cardiovascolari e induce perciò i ricercatori a consigliare i pazienti diabetici a camminare non solo di più ma anche e soprattutto più in fretta.


FonteDiabetes, Obesity and Metabolism 2009; Advance online publication



frTop

Glicemia elevata, ipertensione e diabete aumentano rischio di rigidità delle pareti arteriose

Secondo uno studio condotto presso il Ruijin Hospital di Shanghai, in Cina, è importante effettuare un controllo glicemico precoce per prevenire l'insorgenza di problemi aterosclerotici in soggetti con diabete di tipo 2.
Tenendo sotto osservazione 1000 pazienti diabetici con o senza problemi di ipertensione, tra il 205 e il 2007, Yuhong Chen e colleghi hanno notato che il livello di emoglobina glicata (HbA1c) e la durata della convivenza con il diabete sono fattori che possono aumentare la probabilità di sviluppare rigidità delle arterie, condizione che può essere peggiorata dall'ipertensione e che aumenta il rischio di mortalità prematura.
Suddividendo i pazienti sotto osservazione in gruppi diversi a seconda della durata del diabete (meno d 5 anni, da 5 a 10 anni e più di 10 anni) e in base ai livelli di HbA1c (meno del 6,5%, tra 6,5% e 7% e più del 7%), i ricercatori hanno notato che la rigidità delle arterie era correlata positivamente con l'emoglobina glicata in pazienti con diabete e ipertensione ma non nei soggetti senza ipertensione.
Negli individui ipertesi la velocità dell'onda della pulsazione (Ba-PWV) era significativamente più alta se abbinata a livelli di HbA1c più elevati, suggerendo ai ricercatori un'associazione tra controllo glicemico e rigidità arteriosa.
La rigidità delle arterie risultava associata all'HbA1c in tutti i soggetti diabetici e con ipertensione, indipendentemente da quanto tempo fossero malati, mentre nei pazienti non ipertesi la rigidità era associata al diabete solo se questo era presente da più di 10 anni.
Le conclusioni dei ricercatori hanno quindi confermato l'importanza del controllo glicemico per prevenire problemi cardiovascolari, sottolineando che l'ipertensione è un ulteriore fattore di rischio nei soggetti affetti da diabete e che può facilitare l'insorgenza dell'aterosclerosi.


FonteEndocrine 2009; Advance online publication



frTop

Utilizzo di messaggi elettronici al medico migliora controllo glicemico

Secondo una ricerca condotta nel periodo tra gennaio del 2004 e marzo del 2005 a Seattle, negli USA, i pazienti diabetici che utilizzano il servizio di messaggi elettronici per comunicare il proprio stato di salute al medico curante hanno un miglior controllo della glicemia.
Su un totale di 15,427 pazienti diabetici che hanno avuto accesso all'ampio programma di distribuzione di cure sanitarie presso la University of Washington School of Public Health and Community Medicine, il 34% (5274 persone) ha effettuato la registrazione per accedere ai servizi in Internet, mentre il 29% (2924 pazienti) ha utilizzato il servizio di messaggi sicuri per comunicare con il proprio medico.
I ricercatori hanno rilevato, nei soggetti che usavano regolarmente i messaggi, un miglior controllo dei livelli di glicemia e una maggior propensione a effettuare visite ambulatoriali specialistiche.
L'ipotesi avanzata dagli esperti per spiegare questi dati è stata la maggior proattività dei pazienti che usufruivano dei messaggi come un mezzo complementare alle cure tradizionali.
Saranno tuttavia necessarie ulteriori ricerche per  valutare se l'utilizzo di messaggi elettronici possa effettivamente migliorare la qualità e l'utilizzo delle cure mediche.


FonteDiabetes Care 2009; 32: 1182–1187



frTop

Programma per auto-controllo dell'ipertensione migliora anche livelli del colesterolo LDL

Seguire un programma di auto-controllo dell'ipertensione aiuta i pazienti a migliorare non solo i valori della pressione sanguigna ma anche il livello di glucosio presente nell'emoglobina.
Lo hanno ipotizzato i ricercatori della Duke University di Durham (North Carolina, USA) dopo aver  osservato un gruppo di partecipanti del V-STITCH ( Veterans Study to Improve the Control of Hypertension): questo programma per il controllo dell'ipertensione prevedeva che un gruppo di pazienti seguisse i normali trattamenti per combattere la pressione alta, mentre un altro gruppo ricevesse l'intervento telefonico per l'auto-controllo da parte di un'infermiera ogni 2 mesi.
Secondo le osservazioni dei ricercatori americani i pazienti diabetici che facevano parte del gruppo con intervento telefonico mostravano una riduzione dell'emoglobina glicata (HbA1c) dello 0.28% mentre i pazienti che seguivano le normali procedure di controllo pressorio facevano registrare addirittura un aumento dello 0.18% dell'HbA1c. Una riduzione del colesterolo LDL aveva invece interessato entrambi i gruppi in maniera pressoché uguale.
Questi risultati fanno pensare che un programma che abbia l'obiettivo di tenere sotto controllo i valori legati a una certa patologia possa comunque rivelarsi molto utile per prevenire altri disturbi, inducendo il paziente a controllare maggiormente il proprio stato di salute.


FonteAmerican Journal of Medicine 2009; 122: 639–646



frTop

Dieta ipoglicemica supplisce la terapia

Una dieta a basso indice glicemico può ridurre in modo significativo l'uso dell'insulina nelle donne con diabete gestazionale senza compromettere gli esiti materni o fetali. E' noto che le madri con diabete gestazionale possono ridurre la glicemia postprandiale consumando pasti misti basati su cibi a basso indice glicemico, e queste diete vengono di solito consigliate nell'ambito della terapia per queste pazienti, ma l'efficacia di questa prescrizione e gli esiti relativi alla gravidanza ad essa associati non erano stati finora esaminati sistematicamente. Anche le donne che iniziano la gravidanza con un alto indice glicemico traggono notevoli benefici dal passaggio a una dieta del genere, in quanto nella maggior parte dei casi il loro profilo va incontro progressivamente a modifiche tali da non richiedere più la somministrazione di insulina dopo un periodo di tempo relativamente breve.


FonteDiabetes Care 2009; 32: 996-1000

 

Luglio 2009

Diabete tipo 2 non è un fattore di rischio diretto per il tromboembolismo venoso

Il professor John Heit, della Mayo Clinic a Rochester, nel Minnesota (USA) e i suoi collaboratori hanno dimostrato con un recente studio che la sola presenza di diabete di tipo 2 non aumenta il rischio di sviluppare tromboembolismo venoso, ipotesi precedentemente sostenuta da altri studiosi.
Secondo la ricerca condotta dal professor Heit la maggior incidenza di tromboembolismo venoso in soggetti diabetici sarebbe spiegabile non con la semplice presenza del diabete, ma con i problemi che questo comporta.
Un individuo diabetico è spesso soggetto a ricovero ospedaliero per interventi chirurgici o per malattie acute, oppure può restare in casa o in una struttura specializzata per  la  riabilitazione anche per lunghi periodi. Sarebbero dunque questi i fattori responsabili di una maggiore propensione per il tromboembolismo venoso.
La soluzione per ridurre il problema circolatorio nei malati di diabete sarebbe quindi quella di ridurre a priori la necessità di interventi chirurgici e di lunghi periodi di immobilità per chi è già affetto da diabete mellito.


FonteArteriosclerosis, Thrombosis and Vascular Biology 2009; Advance online publication



frTop

Resistenza all'insulina predice rischio di disturbi all'arteria coronarica

La resistenza all'insulina è un fattore che predice la progressione della calcificazione dell'arteria coronarica, la quale viene a sua volta considerata un segnale di avanzamento della malattia all'arteria coronarica.
A rivelarlo sono stati Keane Lee, della Stanford University School of Medicine, in California, e i suoi collaboratori, in seguito a una ricerca condotta di recente. Lo studio, durato due anni, si è basato su un gruppo di 869 persone tra i 60 e i 72 anni, sane e senza disturbi cardiocircolatori, alle quali è stato chiesto di rispondere a un'indagine circa le diagnosi mediche, l'utilizzo di farmaci e i fattori di rischio per disturbi all'arteria coronarica.
Tali fattori di rischio risultavano essere piuttosto diffusi nel gruppo di studio: il 44% ha infatti segnalato problemi di ipertensione, il 38% di dislipidemia, il 17% di diabete, il 58% ha segnalato di essere o essere stato un fumatore e il 46% ha comunicato familiarità per la malattia.
I risultati dello studio hanno quindi confermato le ricerche precedenti che individuavano nei fattori di rischio sopra elencati dei segnali predittori per la progressione della calcificazione coronarica, aggiungendo inoltre la resistenza insulinica come ulteriore fattore di rischio.
Un altro dato interessante registrato dai ricercatori è stato la tendenza delle persone Afro-Americane a subire una progressione della calcificazione significativamente più lenta rispetto agli Europei.
Resta tuttavia da capire se e come i trattamenti per ridurre la resistenza insulinica possano migliorare anche la salute del sistema cardiocircolatorio


FonteAmerica Heart Journal 2009 ; 157: 939-945



frTop

Diabete: uno stile di vita sano lo previene anche in tarda età

La maggior parte dei casi di insorgenza di diabete di tipo 2, anche in persone non più giovanissime, è riconducibile alla presenza di uno stile di vita non sano e di abitudini che favoriscono lo sviluppo di questa malattia.
Lo sostengono i ricercatori della Harvard School of Public Health di Boston, USA, che hanno condotto uno studio per capire se, con una prevenzione mirata sull'adozione di uno stile di vita più sano, sia possibile diminuire il rischio di ammalarsi di diabete anche quando si è entrati nel periodo della terza età.
La ricerca ha coinvolto 4883 persone di entrambi i sessi, con più di 65 anni (l'età media del gruppo era di 73 anni) che sono state classificate come “a basso rischio” nel caso in cui presentassero determinati fattori, tra i quali: attività fisica svolta regolarmente; bassi livelli di grassi trans e basso indice glicemico, una dieta ricca di fibre e di acidi grassi polinsaturi; bassi consumi di alcol; indice di massa corporea inferiore a 25 kg/m2 e una circonferenza della vita inferiore a 88 cm per le donne e inferiore a 92 cm per gli uomini.
Anche il fatto di essere fumatori, o di esserlo stati in passato, costituisce un fattore di rischio: sono stati perciò considerati a basso rischio solo coloro che non avevano mai fumato o che avevano smesso da almeno 20 anni.
Dallo studio è emerso che ciascuna categoria di fattori di rischio era associata con l'insorgenza del diabete di tipo 2, al punto che i soggetti che rispondevano a tutti i criteri previsti dal gruppo “a basso rischio” avevano l'89% di probabilità in più di non sviluppare il diabete rispetto a coloro che presentavano almeno uno dei fattori di rischio elencati.
Il consiglio degli esperti è quindi quello di prestare molta attenzione alla dieta e al proprio stile di vita anche una volta entrati nella terza età per evitare l'insorgenza di malattie come il diabete.


FonteArchives of Internal Medicine 2009; 169: 798–807



frTop

Restenosi in pazienti diabetici: il rischio aumenta in base al tipo di stent utilizzato

Secondo un gruppo di ricercatori svedesi il rischio di restenosi per individui diabetici è influenzato dal tipo di farmaco rilasciato dallo stent inserito nell'arteria per evitarne la completa occlusione.
Gli stent di nuova generazione, che sono attualmente i più utilizzati, sono ricoperti da un farmaco che viene rilasciato gradualmente (drug-eluting stent o meglio conosciuti con la sigla DES) il quale serve a impedire un nuovo restringimento dell'arteria, ovvero il fenomeno della restenosi.
Esistono tuttavia diversi tipi di stent appartenenti a marchi differenti che sono progettati per rilasciare farmaci diversi: lo stent Cypher rilascia il farmaco Sirolimus, gli stent  Taxus nelle versioni Express e Liberté rilasciano Paclitaxel mentre lo stent Endeavor rilascia Zotarolimus.
Secondo la ricerca condotta dai ricercatori svedesi, coordinati da Ole Fröbert, il rischio di restenosi è decisamente maggiore per soggetti diabetici sottoposti a impianto di stent rispetto al rischio che corrono i non diabetici.
Tuttavia anche il tipo di DES utilizzato sembra influire sul tasso di incidenza di restenosi registrato nei pazienti: il tasso più alto di restenosi in pazienti diabetici contro quelli non diabetici si è osservato con gli stent Endeavor e Cypher, mentre il Taxus non è stato significativamente associato al diabete. Inoltre pur non essendoci differenze significative nell'incidenza di restenosi tra i due tipi di stent Taxus e lo stent Cypher in pazienti diabetici, il rischio relativo di restenosi era due volte maggiore con lo stent Endeavor rispetto a tutti gli altri tipi di DES.


FonteJournal of the American College of Cardiology 2009 ; 53: 1660-1667



frTop

Alimentazione “occidentale” aumenta il rischio diabete per soggetti geneticamente predisposti

Una ricerca condotta da Lu Qi e colleghi presso la Harvard School of Public Health di Boston ha rivelato che una dieta tipicamente occidentale, a base di carni rosse e trattate, burro, uova e grano raffinato aumenta il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 in soggetti che hanno già una predisposizione genetica a questa malattia.
Secondo i risultati ottenuti dai ricercatori, il consumo di questi alimenti e in particolare delle carni rosse e delle carni trattate, sarebbe significativamente associato a una maggiore probabilità di sviluppare il diabete per quei soggetti che geneticamente risultano già a rischio, mentre coloro che hanno una predisposizione genetica bassa per il diabete il tipo di alimentazione non indice significativamente sul rischio di sviluppare la malattia.


FonteAmerican Journal of Clinical Nutrition 2009 ; 89: 1453-1458



frTop

Diabete e malattie cardiovascolari: meno controlli per alcune etnie e gruppi sociali

Nonostante il controllo di pressione sanguigna, glucosio e colesterolo sia aumentato negli ultimi 10 anni, continuano a registrarsi differenze importanti nella frequenza e accuratezza nei controlli dei diversi parametri di salute a seconda di razza, etnia e livello socioeconomico dell'individuo interessato.
Lo confermano i risultati di uno studio condotto presso la Harvard Medical School di Boston su un campione di più di 9 mila adulti di età compresa fra i 40 e gli 85 anni e suddivisi a seconda del problema di salute: 4521 soffrivano di ipertensione, 2928 erano affetti da malattie cardiovascolari, infarti o diabete, mentre i restanti 1733 erano diabetici.
I risultati dello studio hanno mostrato come dopo 7 anni di osservazioni, il controllo della pressione sanguigna, dell'emoglobina glicata e dei livelli di colesterolo totale erano notevolmente migliorati nel gruppo di adulti, pur facendo registrare significative differenze tra il gruppo di Ispanici, Europei e Afro-Americani.
Il controllo della pressione sanguigna risultava notevolmente inferiore nei gruppi di Ispanici e Afro-Americani, i quali mostravano di avere anche un livello di pressione sistolica più alto rispetto al gruppo degli Europei.
Anche il controllo del livello glicemico in persone diabetiche risultava essere più basso nei gruppi di Ispanici e Afro-Americanimentre il livello di emoglobina glicata era più alto rispetto a quello degli Europei.
Anche il livello di istruzione risultava essere collegato a differenze sostanziali nel controllo della propria salute: gli individui non diplomati diabetici avevano un peggior controllo glicemico mentre gli ipertesi non diplomati avevano pressione sistolica media più alta rispetto alle persone in possesso di diploma.
Questi risultati suggeriscono che ancora molti sforzi debbano essere compiuti per far sì che ogni gruppo razziale, etnico e socioeconomico possa avere le stesse possibilità di avere una qualità assistenziale ottima, potendo ottenere così anche una maggiore copertura assicurativa per le cure mediche, che in America spesso penalizza persone di razza Ispanica e Afro-Americana proprio perché identificate come soggetti con meno possibilità di controllare la propria salute e di conseguenza più esposte a rischi.


FonteAnnals of  Internal Medicine 2009; 150: 505-515



frTop

Diabete tipo 2: per gli ipertesi il rischio è maggiore

Uno studio condotto dal dottor Bruno Trimarco, ricercatore presso l'Università Federico II di Napoli, e colleghi, ha indagato il livello di incidenza del diabete di tipo 2 fra persone che soffrono di ipertensione, dimostrando che alterazioni nell'apparato circolatorio possono effettivamente essere campanelli d'allarme dello sviluppo del diabete di tipo 2.
La ricerca, condotta su 1754 individui di mezza età (52 anni l'età media) e già in cura per problemi di pressione alta, ha mostrato come la probabilità di sviluppare diabete di tipo 2 fosse maggiore negli individui ipertesi, con una differenza significativa tra i casi di ipertensione controllata e non controllata (pressione sistolica 140 mmHg o più, pressione diastolica 90 mmHg o più): tra i soggetti con problemi di ipertensione non controllata è stata infatti registrata un'incidenza di diabete di tipo 2 molto più alta rispetto al gruppo di persone con ipertensione controllata.
La ricerca ha inoltre evidenziato che la prescrizione di beta-bloccanti per curare l'ipertensione era due volte più elevata nei soggetti che sviluppavano il diabete di tipo 2.
Il dottor Trimarco e i suoi colleghi hanno quindi dimostrato che il controllo sub-ottimale della pressione sanguigna è un forte fattore predittivo per l'incidenza del diabete di tipo 2.


FonteDiabetes Care 2009; 32: 845–850



frTop

Il livello di angiotensina II segnala accumulo di grasso corporeo e insulino-resistenza

Secondo uno studio giapponese negli individui obesi e con diabete di tipo 2 la presenza di angiotensina II nel plasma è strettamente associata al peso corporeo e ai marcatori dell'insulino-resistenza.
Poiché alcuni inibitori dell'enzima che converte l'angiotensina hanno mostrato benefici a livello metabolico quali per esempio la capacità di regolare la pressione sanguigna e la capacità di ridurre l'insorgenza del diabete di tipo 2, un gruppo di ricercatori giapponesi della Toho University Sakura Medical Center ha deciso di studiare più approfonditamente il ruolo dell'angiotensina II nell'obesità e nell'insulino-resistenza, esaminandone i livelli nell'organismo di 50 pazienti obesi e diabetici sottoposti a regime dietetico ipocalorico per la perdita del peso.
L'angiotensina II risultava significativamente correlata al peso corporeo sia nella fase iniziale della ricerca che dopo le 24 settimane di dieta dei soggetti, e la diminuzione del suo livello nel plasma era   correlata in modo significativo con il cambiamento di peso corporeo e con la diminuzione di grasso viscerale. Questo ha indotto gli studiosi a concludere che la circolazione dell'angiotensina II sia associata al metabolismo degli adipociti, ovvero le cellule adipose e che possa quindi essere ritenuto un segnale per l'accumulazione di grasso corporeo e per per la resistenza all'insulina.


FonteMetabolism 2009; 58: 708-713



frTop

Statine riducono il rischio di cancro colorettale per i diabetici

Gli individui diabetici che utilizzano le statine hanno un rischio di sviluppare il cancro colorettale inferiore rispetto a coloro che non ne fanno uso.
Essendo questo tipo di cancro molto diffuso tra le persone diabetiche nonché terzo tipo di cancro più comune e seconda maggiore causa di morte negli Stati Uniti, un gruppo di ricercatori del Baylor College of Medicine di Houston, in Texas, ha deciso di approfondire la relazione tra le statine e la potenziale protezione contro il cancro del colon-retto.
É stato quindi condotto uno studio su 30,400 veterani diabetici, di cui complessivamente 6080 con cancro colorettale e 24,320 non malati di cancro. L'età media dei soggetti presi in considerazione era di 74 anni, l'88% di essi era di razza Caucasica e per la quasi totalità (99%) uomini. I ricercatori hanno reperito i dati sulle condizioni di salute dei soggetti presso il Department of Veterans Affairs and Medicare.
É stato infine calcolato che la presenza di una prescrizione per l'assunzione di statine era associata con una riduzione significativa del rischio di cancro al colon-retto del 12%. Tuttavia questa associazione risultava valida per soggetti Caucasici, con 65 anni o più, affetti da cancro colorettale ( e non per quello rettale) e senza precedenti episodi di polipi.
I ricercatori avvertono però che la riduzione del rischio osservata in questo studio è comunque ridotta e limitata al cancro colorettale, e sottolineano infine che non è stata osservata una relazione tra una specifica quantità o una particolare durata di assunzione delle statine per ottenere una riduzione significativa del rischio di cancro al colon-retto.


FonteAmerican Journal of Gastroenterology 2009, 104: 1241-124



frTop

Diabetici: caffè non aumenta il rischio di malattie cardiovascolari

Bere caffè è un'abitudine diffusa in tutto il mondo che da sempre genera dibattiti sui possibili effetti nocivi e benefici che può provocare dal punto di vista della salute.
Un gruppo di ricercatori della Harvard University di Boston ha di recente affermato che consumare caffè regolarmente non aumenta il rischio di malattie cardiovascolari (come infarto miocardico non-fatale, ictus e  malattia coronarica del cuore) e di mortalità negli uomini affetti da diabete di tipo 2.
La conclusione degli esperti è stata raggiunta in seguito a uno studio condotto su 3497 uomini tra i 40 e i 75 anni, diabetici e senza precedenti casi di malattie cardiovascolari.
I ricercatori hanno determinato il consumo totale di caffeina e il numero di tazze di caffè bevute in media ogni settimana per ciascun individuo,ogni 4 anni dal 1986 al 2002. Dalle osservazioni compiute sui pazienti in questo lasso di tempo è emerso quindi che gli uomini che bevevano 4 tazzine di caffè al giorno o più non avevano un rischio di incorrere in malattie cardiovascolari o di mortalità maggiore rispetto ai pazienti che non consumavano affatto caffè.


FonteDiabetes Care 2009; 32: 1043-1045



frTop

Malattie cardiovascolari e diabete: donne con ipertensione in gravidanza sono più a rischio

Un recente studio condotto da un team di ricercatori americani presso la Yale University School of Medicine ha mostrato che esiste un rischio più alto di sviluppare diabete di tipo 2 e ipertensione per le donne che già durante la gravidanza hanno avuto problemi di ipertensione, un disturbo che interessa il 5-7% delle gestanti con una forte prevalenza fra quelle in attesa del primo figlio.
Poiché i dati relativi all'associazione fra questi disturbi e successivi problemi cardiovascolari sono scarsi, i ricercatori hanno voluto approfondire la relazione fra episodi di ipertensione gestazionale e preeclampsia con successivi disturbi dell'apparato cardiocircolatorio, prendendo in esame a tal fine due gruppi di donne danesi. Il primo gruppo comprendeva  782,287 donne che avevano partorito il primo figlio tra il 1978 e il 2007, mentre del secondo gruppo facevano parte 536,419 donne che avevano partorito due figli negli stessi anni. In entrambi i gruppi non sono state prese in considerazione donne diabetiche o con precedenti malattie cardiovascolari.
Lo studio ha evidenziato che in totale 43,109 donne del primo gruppo e 40,450 donne del secondo hanno sofferto di ipertensione o preeclampsia durante la gravidanza.
Unendo i dati relativi ai due gruppi i ricercatori sono giunti alla conclusione che ipertensione gestazionale e grave preeclampsia aumentano il rischio di sviluppare successivamente diabete di tipo 2 e ipertensione.
Questi risultati sono importanti ai fini della prevenzione delle malattie dell'apparato cardiocircolatorio, poiché tenendo conto della storia gestazionale di una donna i medici sarebbero in grado di individuare facilmente le pazienti più a rischio di problemi cardiovascolari, aiutandole quindi a preservare la propria salute.  


FonteHypertension 2009; 53: 944-951



frTop

Attività fisica moderata protegge dal diabete

Praticare regolarmente attività fisica moderata o intensa migliora la resistenza all'insulina prevenendo così l'insorgere del diabete di tipo 2, soprattutto nei soggetti a rischio.
A confermarlo sono stati i risultati di uno studio condotto presso l'Università di Cambridge, in Gran Bretagna, con l'obiettivo di capire se il tempo trascorso seduti davanti alla televisione o facendo solo una lieve attività fisica sia in grado di predire l'insorgere di resistenza all'insulina in persone già a rischio di sviluppare il diabete.
I ricercatori hanno misurato l'attività fisica e le caratteristiche antropometriche e metaboliche di 192 individui con una storia familiare di diabete di tipo 2 e dopo un anno di osservazioni hanno rilevato che la sedentarietà non era direttamente associata alla resistenza all'insulina, ma che qualsiasi cambiamento nella pratica di attività fisica moderata o intensa era significativamente e inversamente proporzionale al livello di insulina a digiuno e all'indice HOMA per la misurazione dell'insulino-resistenza.
Questi risultati evidenziano l'importanza di promuovere l'attività fisica come mezzo di prevenzione per i fattori di rischio che precedono l'insorgenza del diabete, in particolare per quelle persone che sono considerate ad alto rischio di sviluppare questa malattia.


FonteDiabetes Care 2009; 32: 1081-1086



frTop

Donne con diabete gestazionale sono più a rischio anche per diabete di tipo 2

Secondo uno studio pubblicato sul Lancet le donne che durante la gravidanza hanno sofferto di diabete gestazionale sono maggiormente esposte al rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 nel corso della loro vita rispetto alle donne che durante la gestazione hanno mantenuto la glicemia a livelli normali.
Lo hanno affermato i ricercatori della University College di Londra dopo aver analizzato 20 studi precedenti che prendevano in considerazione un totale di 675,455 donne, di cui 10,859 hanno successivamente sviluppato il diabete di tipo 2. L'analisi dei casi ha permesso ai ricercatori di stabilire che le donne che hanno sofferto di diabete gestazionale sono 7.43 volte più a rischio rispetto alle altre di ammalarsi di diabete. Questi risultati suggeriscono che i due diversi tipi di diabete abbiano una causa in comune, teoria appoggiata anche dai risultati degli studi sul gene candidato.
L'obiettivo più importante alla luce di questa nuova scoperta medica è che tutti gli addetti ai lavori ne vengano messi al corrente, in modo da poter individuare le pazienti colpite da diabete durante la gestazione e sottoporle a  test di controllo periodici per il diabete di tipo 2, in modo da attuare un efficace sistema di prevenzione per salvaguardare la salute futura di queste donne.


FonteLancet 2009; 373: 1773-1778



frTop

Diabete e obesità predicono ipertrigliceridemia, una delle cause di disturbi cardiovascolari

Il rischio di malattie del sistema cardiovascolare è maggiore nelle persone che soffrono di ipertrigliceridemia grave. Lo affermano i ricercatori dell'Università di Malaga, in Spagna, in seguito a uno studio condotto per analizzare i diversi gradi di trigliceridemia e scoprirne la relazione con fattori ambientali e malattie vascolari.
Il team, coordinato dal professor Pedro Valdivielso, ha preso in considerazione i 594,701 individui spagnoli che avevano già partecipato allo studio ICARIA (effettuato per valutare il rischio di problemi cardiovascolari nella penisola Iberica) e ha posto come valore critico dei trigliceridi 150 mg/dl, soglia superata la quale si poteva parlare di ipertrigliceridemia.
Gli esperti hanno inoltre distinto tre diversi livelli del disturbo: lieve quando il livello dei trigliceridi era compreso tra i 150 e 399 mg/dl; moderato per un livello di trigliceridi compreso tra 400 e 999 mg/dl e grave se i trigliceridi superavano i 1000 mg/dl.
Gli studiosi hanno osservato che, nel campione preso in considerazione, si registrava una ipertrigliceridemia lieve nel 16% dei casi, moderata nell'1,1% dei casi e grave solo nello 0,03% del campione.
È stato inoltre osservato che i soggetti con un rischio maggiore di un livello più alto di trigliceridi avevano determinate caratteristiche, quali ad esempio il sesso maschile, l'età avanzata, l'obesità, la presenza di diabete di tipo 1 o 2 o di problemi cardiocircolatori e la tendenza al consumo di alcol. Sono stati inoltre individuati i fattori che permettono di predire i diversi livelli di ipertrigliceridemia: l'obesità lascia facilmente intuire la presenza di ipertrigliceridemia lieve, mentre il diabete è il miglior indicatore di ipertrigliceridemia moderata o grave.
Secondo gli esperti è perciò indispensabile che i programmi di prevenzione per l'ipertrigliceridemia e i disturbi cardiovascolari debbano essere indirizzati prima di tutto a soggetti obesi (con indice di massa corporea superiore a 30 kg/m2) e affetti da diabete di tipo 1 o 2.


FonteAtherosclerosis 2009; Advance online publication



frTop

Ideati due nuovi sistemi per calcolare rischio diabete

Arriva dal CDC di Atlanta (Center for Disease Control and Prevention) il nuovo metodo per individuare i soggetti più a rischio di sviluppare diabete di tipo 2.
Si tratta in realtà di due sistemi per misurare il punteggio del rischio di ogni persona: uno, identificato come sistema base, che calcola la propensione a sviluppare il diabete sull'analisi di caratteristiche quali la circonferenza della vita, diabete materno o paterno, ipertensione, bassa statura, età superiore a 55 anni, alto indice di massa corporea e vizio del fumo; il sistema cosiddetto avanzato si basa sugli stessi dati del sistema base, aggiungendo inoltre informazioni legate agli esiti degli esami del sangue, che valutano i livelli di glucosio, lipidi e acido urico.
Dopo aver testato entrambi i sistemi su un gruppo di 12,729 individui di età compresa tra i 45 e i 64 anni e averli seguiti per 10 anni per valutare l'incidenza del diabete di tipo 2 (che nel periodo di osservazione è stato del 19% sul totale del gruppo), i ricercatori hanno confermato che il sistema base era risultato efficace nell'individuare i soggetti a rischio diabete, ma che il sistema avanzato permetteva di identificare ancora meglio gli individui ad alto rischio.
Questa nuova scoperta, che dovrà tuttavia essere confermata da ulteriori studi, potrebbe essere molto utile nel convincere le persone più esposte al rischio di sviluppare il diabete a cominciare e soprattutto mantenere uno stile di vita più sano possibile.


FonteAnnals of Internale Medicine; 150: 741-751



frTop

Diabetici: la sindrome metabolica aumenta il rischio di disturbi renali

Con il termine albuminuria si indica la presenza di albumina nelle urine la quale, una volta superata la soglia dei 300 mg nelle 24 ore da origine alla microalbuminuria, un disturbo che può indicare futuri problemi renali.
Secondo uno studio iraniano la sindrome metabolica può aumentare di ben tre volte il rischio di sviluppare microalbuminuria in persone Medio-Orientali con diabete di tipo 2.
Lo studio ha coinvolto 800 adulti affetti da diabete di tipo 2 in attesa per una visita nella clinica di endocrinologia di Teheran. La presenza di sindrome metabolica è stata accertata attenendosi ai criteri stabiliti dalla International Diabetes Federation, con un'eccezione per i valori relativi al giro vita: per i Medio-Orientali il valore indicativo è di 91,5 cm per gli uomini e di 85,5 cm per le donne, mentre secondo la IDF sono rispettivamente di 94 e 80 cm.
Quando i soggetti dello studio sono stati suddivisi a seconda che avessero o meno la microalbuminuria, i ricercatori hanno notato che la sindrome metabolica era significativamente più comune tra i soggetti con microalbuminuria (presente nel 90,3% dei casi) piuttosto che in nelle persone senza microalbuminuria ( 76,6% dei soggetti) nonostante non fossero presenti fra i due gruppi differenze significative per età, genere e funzioni renali.
Un solo studio non consente ai ricercatori di affermare che esista una relazione di causa-effetto tra i due disturbi, ma suggerisce comunque che la presenza della sindrome metabolica in soggetti diabetici possa essere un campanello di allarme per una compromissione delle funzioni renali, che potrà essere prevenuta solo controllando la sindrome metabolica per ottenere una regressione della microalbuminuria.


FonteActa Diabetol 2009, Advance online publication



frTop

2 peptidi indicano rischio aterosclerosi in pazienti diabetici

L'osteopontina e l'osteoprotegerina, due peptidi presenti nel tessuto osseo, sarebbero in grado di inibire la calcificazione vascolare aumentando così lo spessore medio-intimale (IMT) dell'arteria carotide in pazienti affetti da diabete di tipo 2.
La calcificazione vascolare è un segnale che predice l'aterosclerosi ed è spesso seguita da un innalzamento dell'IMT arterioso, mentre la presenza di osteopontina e osteoprotegerina in circolazione nell'organismo è più elevata in soggetti con grave aterosclerosi.
Il team di ricercatori giapponesi che ha condotto lo studio su 168 pazienti diabetici e 40 non diabetici, è giunto alla conclusione che un'alta concentrazione di osteopontina e osteoprotegerina in circolazione indicano un processo di calcificazione attivo e che queste molecole agiscono come degli inibitori per la calcificazione vascolare aumentando di conseguenza l'IMT arterioso.
È stato rilevato infatti che i pazienti affetti da diabete di tipo 2 avevano un livello maggiore di IMT carotideo e di calcio nell'arteria coronarica (CACS) rispetto ai non diabetici, mentre i livelli di osteopontina e osteoprotegerina nel plasma erano simili in entrambi i gruppi.
Infine è stato rilevato che sia il CACS che l'IMT carotideo nel gruppo di soggetti diabetici erano correlati positivamente con i livelli dei due peptidi, e che questi erano a loro volta indipendentemente associati all'IMT secondo un'analisi multivariata.


FonteDiabetes Research and Clinical Practice 2009; Advance Online Publication



frTop

Necessità di maggior controllo della pressione sanguigna per pazienti diabetici

Il numero di individui diabetici con ipertensione non controllata è ancora oggi molto elevata, e poiché questo può aumentare la gravità della patologia e il rischio di mortalità, è necessario che venga prestata maggiore attenzione al problema, spingendo le persone affette da diabete a controllare maggiormente la propria pressione sanguigna.
A sollevare il problema è stato un gruppo di ricercatori della Rutgers University School of Pharmacy nel New Jersey che, dopo aver analizzato i dati raccolti dal National Health and Nutrition Examinations Survey (NHANES), condotto dal 1988 al 1994 e una seconda volta dal 1999 al 2004.
Grazie alle informazioni raccolte dal NHANES i ricercatori hanno scoperto tra i diabetici con ipertensione, il numero di quelli trattati con terapie a base di medicine o di cambiamenti nello stile di vita è aumentato in modo significativo dal 76,5% al 87,8%. In linea con questo aumento, è migliorata anche l'incidenza di pazienti che hanno raggiunto un livello di pressione sanguigna inferiore a 130/80 mmHg, passando dal 15,9% al 29,6% dei diabetici ipertesi. Tuttavia il dato è ancora troppo basso e indica che ben il 70% della popolazione con problemi di diabete e ipertensione non tenga sotto controllo la propria pressione, incorrendo così in un peggioramento delle proprie condizioni di salute.


FonteJournal of Hypertension 2009; Advance online publication



frTop

Diabetici: la telemedicina aiuta a migliorare il controllo glicemico

Una revisione dei dati raccolti tra il 1998 e il 2008 dalla letteratura scientifica sulla telemedicina ha permesso a Julia Polisena e colleghi, della Canadian Agency for Drugs and Technologies in Health di Ottawa, di giungere alla conclusione che questa tecnica relativamente recente di servizio sanitario a domicilio è molto utile per i malati di diabete, poiché ha fatto riscontrare un miglioramento del controllo glicemico e un minor numero di ricoveri ospedalieri.
I risultati, pubblicati sul Journal of Diabetes, Obesity and Metabolism, hanno mostrato che rispetto ai trattamenti tradizionali, i diabetici assistiti tramite la telemedicina avevano livelli di emoglobina glicata (hbA1c) inferiori, e il numero di ricoveri ospedalieri risultava più basso per coloro che venivano seguiti da personale specializzato a distanza.
In generale, concludono i ricercatori, la telemedicina ha avuto un impatto positivo sull'utilizzo di numerosi servizi sanitari e sul controllo della glicemia, tuttavia questi risultati devono essere interpretati con cautela poiché sono necessari studi più precisi a livello metodologico per ottenere conferme circa la reale efficacia degli interventi di telemedicina.


FonteDiabetes Obesity and Metabolism 2009; Advance online publication



frTop

GDF-15 alto in donne diabetiche in gravidanza può indicare rischio malattie cardiovascolari

Nelle donne in gravidanza il diabete e la pre-eclampsia fanno aumentare i livelli del GDF-15 (growth differentiation factor-15), indicatore di un emergente rischio cardiovascolare.
Questo indica che le donne che in gestazione sviluppano diabete o pre-eclampsia potrebbero essere soggette a un rischio maggiore di incorrere in disturbi cardiocircolatori quali sindrome coronarica, infarto del miocardio e difetti cardiaci.
I ricercatori hanno in effetti analizzato il plasma di alcuni gruppi di donne incinte, rilevando che nel sangue delle donne diabetiche il livello del GDF-15 era pari a 91,549 ng/l, nelle donne con pre-eclampsia era pari a 127,061 ng/l mentre per le donne senza questo tipo di disturbi il livello di GDF-15 era di 79,875 ng/l.
Inoltre nel liquido amniotico e nella circolazione fetale sono stati riscontrati livelli maggiori di GDF-15 quando i nascituri erano stati esposti a pre-eclampsia o diabete materno.
Questi dati dovrebbero favorire ulteriori studi circa gli effetti del GDF-15 in circolazione nell'organismo materno durante la gravidanza, indicando con precisione quale sia il ruolo di questo marcatore nell'indicare il rischio di malattie cardiovascolari in seguito a condizioni particolari durante la gestazione.


FonteHypertension 2009; 54: 106-112



frTop

Necessaria una valutazione più accurata per trattare diabetici di tipo 1 con statine

La discrepanza fra il numero di pazienti affetti da diabete di tipo 1  con colesterolo LDL (low-density lipoprotein) contro l'obiettivo dell'apolipoproteina B suggerisce che un cospicuo numero di pazienti abbia ricevuto una prescrizione per farmaci che riducano il livello dei lipidi pur non avendone realmente bisogno.
Per dimostrarlo un gruppo di ricercatori della University of British Columbia di Vancouver ha esaminato i livelli di apolipoproteina B in una popolazione di adulti affetti da diabete di tipo 1 senza episodi precedenti di disturbi cardiovascolari e non trattati con farmaci liporiducenti. Dopo un periodo di 14 mesi di osservazione i ricercatori hanno osservato un livello di emoglobina glicata (hbA1c) del 7,8% negli uomini e del 8% nelle donne, dato che determinava un buon controllo del glucosio nel sangue. Inoltre, basandosi sulle linee stabilite dalla Canadian Diabetes Association, solo il 18% degli uomini e il 19% delle donne raggiungeva le condizioni necessarie per vedersi diagnosticato il colesterolo LDL (con un livello inferiore a 77,34 mg/dl), mentre il 69% degli uomini e il 72% delle donne rientrava nel livello critico dell'apolipoproteina B (inferiore a 0,90 g/l).
Questo indica che se venisse utilizzato solo il valore del colesterolo LDL per stabilire quali pazienti debbano assumere farmaci per la liporiduzione, molti sarebbero curati senza una reale necessità, poiché non ancora facenti parte del gruppo di malati che richiedono una terapia a base di statine.


FonteClinical Biochemistry 2009; Advance online publication



frTop

Cellule di maialini iniettate nell'uomo contro diabete

Non solo influenza dai suini. Potrebbe celarsi nei maialini di un gruppo di isole remote la chiave per curare il diabete di tipo 1. Questi preziosi animali sono i discendenti diretti di un gruppo portato dalle baleniere sulle Isole Auckland, a 300 miglia dalla Nuova Zelanda, nel XIX secolo. Dal momento che non hanno avuto contatti con l'uomo, questo li rende virtualmente liberi dalle malattie e, dunque, una potenziale fonte di tessuti per i trapianti. Gli scienziati della Living Cells Technologies diretti da Bob Elliott ne hanno allevati alcuni in ambienti assolutamente sterili per trapiantarne le cellule in otto pazienti con diabete di tipo 1.La speranza è quella che le cellule suine stimolino la produzione di insulina (ormone vitale per la conversione dello zucchero in energia) da parte del pancreas dei pazienti. Un trattamento che difficilmente permetterà di curare la malattia, ma potrebbe ridurre il quantitativo di insulina necessaria ai diabetici. Così i maialini sono stati ospitati e allevati in 'pig palaces', interamente sterili. Elliott si è detto ottimista sull'efficacia del trattamento, anche se ammette che probabilmente non eliminerà tutti i sintomi. Lo stesso team ha già condotto due piccoli trial, il primo con sei pazienti in Nuova Zelanda e il secondo in Russia su dieci soggetti. Le cellule impiantate in uno dei volontari dello studio neozelandese a 12 anni di distanza continuano a produrre insulina. Prova che la metodologia può funzionare, dice il ricercatore sul 'Daily Mail'. Negli altri casi le cellule suine sono state rigettate o hanno smesso di produrre insulina dopo un anno. E anche il pericolo che virus degli animali possano passare all'uomo, secondo Elliott, è "teorico: non ci sono prove di un pericolo in questo senso", ha detto il medico, che ha selezionato i volontari da un gruppo di 1.000 pazienti con una forma di diabete instabile. L'endocrinologo John Baker del Middlemore Hospital di Auckland ha iniziato a seguire il primo volontario, che riceverà prossimamente l'impianto di cellule di maiale, mentre prima di passare a un secondo paziente passeranno diversi mesi. Le cellule saranno avvolte in una membrana derivata dalle alghe, per proteggerle e scoraggiare il rigetto da parte del sistema immunitario del paziente. Questo sistema eviterà, conclude l'esperto, l'assunzione di medicinali anti-rigetto.


FonteAdnkronos Salute, 24 luglio 2009



frTop

Diabete, controllo glicemico e mortalità coronarica

E' stato dimostrato che uno scarso controllo glicemico è associato ad un sostanziale incremento nel rischio di mortalità per cardiopatia ischemica nei pazienti diabetici, ma con un controllo glicemico ragionevolmente buono questo rischio è paragonabile a quello osservato nei soggetti non diabetici. Ciò si aggiunge alle ragioni per raccomandare un buon controllo glicemico nei soggetti diabetici, ed inoltre sottolinea la necessità di tenere sotto controllo al contempo gli altri fattori di rischio cardiovascolare in modo appropriato. L'analisi dell'HbA1c come variabile continua fluttuante nel tempo ha dimostrato un incremento del 30 percento del rischio per ciascuno punto di incremento dell'HbA1c nei pazienti diabetici senza malattie cardiovascolari note di base.


FonteEur Heart J 2009; 30: 1372-7



frTop

Diabete: attenzione agli "stregoni" sul web

A lanciare l'allarme è Antonio Cabras, il presidente della "Federazione Nazionale Diabete Giovanile", il quale ha inviato una lettera aperta al Governo e alle Autorità sanitarie proprio perdenunciare la sempre più inquietante presenza su Internet di siti che fornirebbero informazioni prive di qualsiasi fondamento scientifico.
La denuncia è stata presentata dopo che si è scoperto, tra gli altri, un sito web che invita ad acquistare per 97,00 Euro un libro che "insegnerebbe" a normalizzare i livelli di glucosio nel sangue e a far regredire la causa del diabete semplicemente seguendo questo "programma". Per promuovere questo programma, il sito in questione citerebbe alcuni scienziati e addirittura del Premi Nobel per la medicina per dare maggiore credibilità.
Nella lettera inviata al Governo, Cabras chiede esplicitamente che questo sito Internet sia chiuso perchéin questo modo s'illudono le famiglie e i giovani affetti da questa patologia che si possa trovare una soluzione definitiva semplicemente seguendo questo programma invitando a sospendere le cure tradizionali. Questo tipo approccio "alternativo", ricorda Cabras, costò la vita ad un adolescente toscano affetto da diabete mellito di tipo 1 che aveva malauguratamente sospeso la terapia d'insulina.
Per avere informazioni affidabili, il Presidente della FNGD invita a visitare il sito ufficiale all'indirizzo: www.fdgdiabete.it e a diffidare delle proposte di trattamenti non medici che non siano scientificamente provati e riconosciuti.


Fonte7 luglio, lastampa.it



frTop

Studio identifica un nuovo gene del diabete e il suo "interruttore"

Alcuni scienziati finanziati dall'Unione europea hanno identificato un gene associato con un aumentato rischio di sviluppare il diabete e un "gene saltante" che ne disturba l'attività e che favorisce la riduzione della malattia.
I risultati, pubblicati nella rivista Public Library of Science (PLoS) Genetics, hanno ricevuto il sostegno dell'Unione europea nell'ambito del progetto EUGENE2 ("European network on functional genomics of type 2 diabetes"), finanziato in riferimento all'area tematica "Scienze della vita, genomica e biotecnologie per la salute" del Sesto programma quadro (6° PQ).
Nel mondo ci sono attualmente circa 230 milioni di persone affette da diabete di tipo 2. Il rischio di sviluppare questa patologia è in parte riconducibile allo stile di vita (ad esempio, al regime alimentare seguito) e in parte al patrimonio genetico. Per quanto riguarda questo secondo fattore, negli ultimi anni gli scienziati hanno identificato una serie di geni che influiscono sulla predisposizione di un soggetto a sviluppare il diabete di tipo 2.
In questo recente studio alcuni scienziati tedeschi sono riusciti ad individuare in un gene - denominato Zfp69 - il fattore di rischio per lo sviluppo del diabete nei topi. Inoltre, l'omologo gene umano - ZNF642 - si è dimostrato particolarmente attivo negli individui sovrappeso affetti da diabete. Secondo quanto affermato dai ricercatori, il gene Zfp69 codifica una proteina che sembra interferire con il deposito di grassi nei tessuti adiposi, aumentando la deposizione di grasso nel fegato.
"I dati in nostro possesso suggeriscono che il prodotto proteico del gene, che aumenta il rischio negli individui obesi, accresce il deposito di grassi nelle cellule adipose," ha spiegato il primo autore dello studio, il dottor Stephan Scherneck del dipartimento di farmacologia presso l'Istituto tedesco per la nutrizione umana (DIfE). "Di conseguenza, il grasso in eccesso si accumula nel fegato, contribuendo allo sviluppo del diabete".
Gli scienziati hanno inoltre messo a confronto due specie di topi: la prima presentava problemi relativi al metabolismo del grasso e del glucosio e sviluppava il diabete in tempi rapidi, mentre la seconda pur essendo affetta da obesità era meno predisposta al diabete.
La differenza tra le due specie era costituita dalla presenza di un cosiddetto "gene saltante" (altrimenti detto trasposone) del gene Zfp69 nei topi non affetti da diabete. I trasposoni sono segmenti di DNA di piccole dimensioni in grado di "saltare" all'interno del genoma. In questo caso, il trasposone è effettivamente in grado di "spegnere" il gene, riducendo il rischio per l'animale di sviluppare il diabete.
"A questo proposito abbiamo scoperto un meccanismo finora mai descritto legato all'ereditarietà di diabete e obesità," ha affermato Hans-Georg Joost, direttore scientifico di DlfE, per quanto concerne il trasposone.
"Questo trasposone è piuttosto attivo ed è in grado di 'spegnere' pressoché completamente il gene Zfp69. Abbiamo rilevato dati che suggeriscono che lo stesso è attivo anche in altri geni dei topi. Poiché il genoma umano è ricco di questo tipo di frammenti, è abbastanza probabile che rivestano un ruolo ancora più importante di quanto finora ritenuto".
I ricercatori suggeriscono che - in futuro - gli studi dovrebbero prestare maggiore attenzione non solo ai geni, bensì anche ai trasposoni siti in prossimità degli stessi.
Per maggiori informazioni, visitare: Istituto tedesco di nutrizione umana Potsdam-Rehbruecke (DIfE), PLoS Genetics.


Fonte6 luglio, cordis.europa.eu



frTop

Campania: Sì del Consiglio a leggi su acque termali e diabete

Quattro i provvedimenti approvati dal Consiglio regionale nella seduta di oggi. In particolare l'assemblea ha varato all'unanimita' le modifiche alla legge che disciplina l'utilizzo delle acque termali e minerali, la legge per la cura e la prevenzione del diabete mellito, le modifiche alla legge regionale 1/2008 sull'inalienabilita' degli alloggi di edilizia residenziale pubblica acquistati da assegnatari ed infine, con 40 si', 2 no e 2 astenuti, la proposta di legge per la regolamentazione dell'uso degli autovelox sulle strade regionali. In chiusura di seduta sono stati approvati all'unanimita' anche tre ordini del giorno per impegnare la giunta a sostegno dei lavoratori e del rilancio del contratto d'area torrese-stabiese, per l'attivazione di una sede dell'assemblea parlamentare paritetica dell'Unione europea a Napoli, e per impegnare il governo - secondo quanto previsto da una risoluzione d'indirizzo varata dall'ottava commissione del Consiglio - a individuare uno strumento normativo in grado di introdurre l'esenzione dell'Iva per i comuni inseriti nel fondo europeo per lo sviluppo rurale.


Fonte2 luglio, ansa.it

Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2011