Presentati a Roma gli Annali AMD 2011. L'assistenza medico-sanitaria ai pazienti affetti da diabete è sempre stata all'avanguardia rispetto agli standard internazionali ma i dati più recenti parlano di un ulteriore miglioramento negli ultimi anni. È quanto risulta dagli “Annali AMD 2011 - Livelli di controllo metabolico, pressorio e lipidico e utilizzo dei farmaci nel diabete di tipo 2. Gli anni 2005-2009 a confronto”, presentati ieri a Roma.
Gli Annali, com'è noto, vengono redatti annualmente per iniziativa dell'Associazione Medici Diabetologi e forniscono una fotografia dello stato dell'arte dell'assistenza fornita dai centri di diabetologia su tutto il territorio nazionale, sulla base di un campione che coinvolge circa un sesto degli assistiti complessivi.
Uno strumento prezioso per parametrizzare la valutazione è l'utilizzazione dello Score Q, un indice variabile tra 0 e 40 che misura la qualità delle cure e dell'assistenza ai pazienti e, di conseguenza, l'efficacia nel prevenire le complicanze della malattia diabetica. In esso rientrano tutti i parametri clinici standard per definire il buon controllo del diabete, quali l'emoglobina glicosilata (HbA1c) al di sotto dell’8 per cento, la pressione arteriosa inferiore a 140/90mmHg e il colesterolo LDL a meno di 130mg/dl, oltre all'impiego dei farmaci adatti alla protezione renale in caso di microalbuminuria. [continua...]
Fonte: MediciOggi.Springer.com, 1 febbraio 2012
Nel corso del congresso in corso a Innsbruch, sul trapianto delle cellule pancreatiche, è stata presentata una nuova molecola frutto di una ricerca italiana, Reparixin, che offre “una incoraggiante prospettiva” per bloccare fin dall’inizio il diabete di tipo 1, quello giovanile, oltre a consolidare la procedura per il trapianto di cellule pancreatiche. Il coordinatore del test clinico sulla nuova molecola, Lorenzo Piemonti, che è direttore del Programma Trapianto di Isole del San Raffaele Diabetes Research Institute di Milano, spiega: «I risultati ottenuti con la nuova molecola sono incoraggianti sul fronte del consolidamento del trapianto di isole pancreatiche, ma possono anche rappresentare una prospettiva per l’identificazione di una terapia in grado di prevenire la distruzione delle cellule che producono insulina, all’esordio del diabete giovanile». Il direttore del Diabetes Research Institute e del Centro Trapianti Cellulari dell’Università di Miami, in Florida, Camillo Ricordi, osserva: «Il trapianto di isole rappresenta una valida e concreta alternativa al trapianto di organo, e sono convinto del potenziale della nuova molecola per l’ottimizzazione dei risultati nel trapianti di isole. Con interesse guardo però anche alla possibilità offerta da questa nuova molecola di contribuire a strategie terapeutiche mirate a bloccare il diabete fin dalla fase di esordio». Ricordi è anche uno dei massimi esperti al mondo nelle tecniche di isolamento e trapianto di isole pancreatiche.
Fonte: Sanità News, 31 gennaio 2012
L’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) raccomanda una passeggiata quotidiana di tre chilometri al giorno, pari a circa 5.000 passi, per dimezzare il rischio di morte. Il presidente della Simg (Società Italiana di Medicina Generale), Claudio Cricelli, spiega: «La sedentarietà provoca in Europa 600.000 decessi all’anno e rappresenta una delle dieci cause di mortalità e disabilità nel mondo.
Diabete, cardiopatie, ipertensione, cancro, osteoporosi sono le malattie che colpiscono in massa gli Italiani, legate proprio a stili di vita sbagliati. Sono circa 3,9 milioni i diabetici, due milioni e 250mila persone vivono con una diagnosi di tumore. Ancora più alto è l’impatto delle patologie cardiovascolari: la sola ipertensione provoca circa 240.000 morti all’anno, ed è resposabile del 47% delle cardiopatie ischemiche e del 54% degli ictus cerebrali».
Una passeggiata di salute è il titolo dell’opuscolo preparato dalla Simg, insieme all’Associazione Parlamentare per la tutela e la promozione del diritto alla prevenzione, che attraverso vignette fornisce consigli e regole per una vita sana, dall’alimentazone all’attività fisica; prosegue Cricelli: «La salute si conquista e si conserva soprattutto a tavola, sin da bambini. Il modello alimentare mediterraneo è ritenuto oggi in tutto il mondo fra i più efficaci per la prevenzione ed è anche uno dei più vari e bilanciati. Dobbiamo rivolgere ai cittadini messaggi chiari, senza chiedere loro di stravolgere drasticamente le loro abitudini, ma con consigli pratici da applicare nella vita quotidiana».
La sedentarietà è dannosa, come ripetono i medici: secondo l’Istat, in Italia oltre 22 milioni di persone non praticano attività fisica nel tempo libero, il 38,3% della popolazione, con conseguenze dannose anche per i costi, perché andare a piedi anziché in macchina fa risparmiare circa 700 euro all’anno: 400 di costi di carburante e manutenzione dell’auto, più 300 di spese sanitarie per la cura delle conseguenze della sedentarietà sui cittadini.
Fonte: dica33.it, 25 gennaio 2012
In Italia soffre d’insonnia dal 6 al 10% della popolazione adulta e circa 12 milioni di persone, un quarto degli adulti, hanno problemi con il sonno come le apnee notturne, la narcolessia, la sindrome delle gambe senza riposo, oltre che l’insonnia: questi i dati dell’Aims (Associazione Italiana Medicina del Sonno). Charles Morin, dell’Université Laval di Québec City, in Canada, e Ruth Benca, dell’University of Wisconsin hanno condotto una revisione di vari studi scientifici che, proprio a causa della diffusione dei disturbi del sonno e della loro difficile identificazione, ne raccomanda la cura tempestiva ed efficace per evitare di incorrere in future malattie: «A causa dell’alta prevalenza e della comorbidità sostanziale dell’insonnia, i medici di base dovrebbero chiedere di routine ai pazienti se hanno problemi a dormire».
Se non si tratta di episodi sporadici di insonnia ma di disturbi ripetuti nel tempo, se non sono adeguatamente trattati, possono favorire fino a cinque volte in più l’ansia e la depressione, e raddoppiare le probabilità di insufficienza cardiaca e di diabete, fino alla perdita della vita; l’insonnia cronica aumenta anche il rischio di ipertensione arteriosa sistemica, infarto del miocardio, ictus, obesità e aumenta il rischio di abuso di alcol e droghe fino a sette volte. Il ripetersi di disturbi come la difficoltà di addormentarsi e le alterazioni nella fase profonda del sonno, che portano di giorno stanchezza, disturbi dell’umore e difficoltà di concentrazione, quando non sono adeguatamente curati conducono spesso alla cronicizzazione, con gravi conseguenze nel lavoro e nei costi dell’assistenza sanitaria; secondo i ricercatori canadesi e statunitensi, le cure dell’insonnia non sono ancora state studiate a sufficienza, come dimostra il fatto che antistaminici e antidepressivi, prescritti spesso per indurre il sonno, non sono specificatamente indicati per la cura dell’insonnia.
Negli Stati Uniti, il National Institutes of Health ha riconosciuto l’efficacia per la cura dell’insonnia solo a due trattamenti: i farmaci ipnotici approvati e la Cbt, la terapia cognitivo-comportamentale, che usa tecniche di rilassamento e di igiene del sonno, come l’attenzione per l’alimentazione, per l’esercizio fisico e per le corrette condizioni dell’ambiente in cui si dorme
La terapia cognitivo-comportamentale, che non ha effetti collaterali, ha ottenuto successi che si sono protratti nel tempo contro l’insonnia ma gli specialisti sono ancora pochi e lavorano soprattutto per la clientela privata; attualmente è allo studio la possibilità di accesso alla terapia attraverso consultazioni telefoniche e on-line. In Italia, nei centri di terapia del sonno si registra il 75-80% di esiti positivi, e l’effetto dura nel tempo grazie alle tecniche insegnate ai pazienti, cui possono ricorrere in caso di recidiva.
La revisione scientifica è stata pubblicata dalla rivista britannica Lancet.
Fonte: repubblica.it, 19 gennaio 2012
Almeno il 15/20% delle calorie che si assumono ogni giorno deve essere rappresentato da proteine perché aumenti la massa muscolare e migliori così il metabolismo: questa la conclusione di uno studio statunitense durato due anni e mezzo, che è stata condotto su 25 soggetti di età compresa fra i 18 e i 35 anni.
Nell’editoriale di Jama (Journal of the American Medical Association), la rivista che ha pubblicato lo studio americano, si sottolinea: «Questo studio suggerisce che il peso del corpo potrebbe far sottostimare i veri rischi dell’essere in sovrappeso»; la ricerca, infatti, spiega che la relazione più grasso/meno massa muscolare è alla base dell’epidemia di obesità che sta dilagando nel mondo, Italia compresa. È noto che le proteine consentono l’aumento della massa muscolare e questo permette di svolgere attività fisica, con il conseguente migliore funzionamento del metabolismo e quindi l’eliminazione delle calorie in eccesso; se si assumono poche proteine invece, le calorie in eccesso si depositano come grasso ed è quindi più difficile eliminarle.
Per dimostrarlo, l’équipe di George Bray ha riunito per otto settimane i partecipanti alla ricerca in un centro specializzato in disturbi alimentari, il Pennington Biomedical Research Center di Baton Rouge, in Louisiana, dove ha sottoposto una parte di loro a una dieta povera di proteine (meno del 5%), per un’altra parte la dieta era rappresentativa di quella media americana, con il 15% di proteine, e la terza parte ha seguito una dieta iperproteica (25%); inoltre, sono stati sottoposti a una dieta che prevedeva il 40% in più di calorie rispetto alla loro dieta abituale, sotto continuo controllo e in assenza di attività fisica.
Trascorso il periodo di controllo, fra quelli che avevano seguito la dieta con poche proteine l’aumento di peso è stato mediamente di tre chili e mezzo ma il metabolismo è risultato rallentato, tanto che il 90% delle calorie in eccesso si è trasformato in massa grassa e la massa muscolare è invece diminuita di quasi un chilo; per quelli che avevano seguito la dieta con una percentuale media di proteine o la dieta iperproteica, l’aumento di peso è stato di sei/sette chili ma l’aumento di massa grassa si è limitato al 50%, mentre la massa muscolare non solo non è diminuita ma è cresciuta dai tre ai quattro chili. Inoltre, al contrario delle persone del primo gruppo, fra quelle che avevano seguito la dieta proteica o iperproteica si è registrato un aumento della capacità di bruciare energie a riposo, e di riuscire quindi a perdere il peso in eccesso più velocemente.
Fonte: George A. Bray, MD et al - Effect of Dietary Protein Content on Weight Gain, Energy Expenditure, and Body Composition During Overeating, A Randomized Controlled Trial, JAMA. 2012;307(1):47-55
La scoperta che l’insulina, allora estratta dal fegato del maiale, poteva salvare la vita ai malati di diabete è stata fatta novant’anni fa, esattamente l’11 gennaio 1922, quando fu iniettata a due bambini di circa 11 anni: Leonard ed Elizebeth, che ebbero così salva la vita.
Fino a quel giorno il diabete era considerato una malattia incurabile ma Fredrick Banting con Charles Best scoprirono la medicina che da allora ha salvato milioni di vite; per questa scoperta Banting ricevette il premio Nobel per la Medicina nel 1923. Diabete Italia è l’organizzazione rappresentativa del mondo del diabete, che raccoglie le associazioni di persone con diabete e i medici e il personale sanitario che si dedicano alla malattia e alla cura dei malati e dei loro problemi; Diabete Italia, con l’Idf (International Diabetes Federation) e il Ministero della Salute, nel 2012 promuoveranno una campagna di sensibilizzazione sulla malattia così diffusa. Il diabete colpisce infatti il 5,8% degli italiani e il 16,9% di quelli di età superiore ai 65 anni. “Chi ha il diabete non corre da solo” è lo slogan della campagna, dove la ‘corsa’ è quella dei malati, che sono aiutati nel loro impegno dalla famiglia, dalla medicina, dalla ricerca e dalla società.
Umberto Valentini, presidente di Diabete Italia spiega: «Oggi, dopo 90 anni, la lotta prosegue; oltre alla ricerca di nuove soluzioni terapeutiche, fondamentale per vincere questa sfida è la collaborazione fra scienza, istituzioni e società, soprattutto perché oggi il diabete è diventato una epidemia globale».
Fonte: ansa.it, 11 gennaio 2012
Secondo una ricerca condotta da un team di scienziati dell’Università di Cambridge e dell’Unità di Tossicologia dell’Mrc (Medical Research Council) di Leicester, l’alimentazione povera della madre nel corso della gravidanza può creare nei figli, da adulti, delle difficoltà nell’immagazzinamento dei grassi che potrebbero depositarsi in sedi come il fegato o i muscoli, con il rischio di sviluppare malattie come il diabete di tipo 2.
Questa scoperta potrà consentire di conoscere in anticipo quali persone potranno diventare a rischio con l’avanzare dell’età e mettere a punto terapie mirate.
La ricerca britannica è stata finanziata dal Bbsrc (Biotechnology and Biological Sciences Research Council) ed è stata pubblicata dalla rivista Cell Death & Differentiation, del Nature Publishing Group.
Fonte: Sanità News, 10 gennaio 2012
Oliver Genschow, dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Basilea, ha diretto il gruppo di ricercatori in un esperimento che ha provato come il colore possa influenzare l’appetito: mangiare o bere in piatti e bicchieri di colore rosso, secondo gli studiosi svizzeri, indurrebbe infatti a mangiare e bere di meno.
Gli stessi ricercatori, però, invitano alla prudenza, in attesa di ulteriori verifiche, prima di mettere a punto strategie mirate a programmi di dimagrimento. Dalle prime osservazioni casuali, gli studiosi svizzeri sono passati alle sperimentazioni, che sono state eseguite su 41 studenti per le bevande, e su oltre 100 persone per il cibo; dopo aver somministrato ai ragazzi acqua in abbondanza, sono state offerte loro bevande dolci in bicchieri colorati: quelli che hanno bevuto da bicchieri rossi hanno bevuto il 40% in meno. Lo stesso procedimento è stato usato per il cibo solido, offrendo a ciascuno dei 109 soggetti dieci ciambelle salate: chi era stato servito con piatti rossi ne ha mangiate la metà rispetto a chi era stato servito in piatti di altri colori. Ai ricercatori non risulta invece che la valutazione della qualità delle bevande e del cibo sia stata influenzata dal colore del contenitore in cui erano stati serviti.
La spiegazione, a parere della rivista Appetite che ha pubblicato lo studio, sarebbe nell’associazione fra il colore rosso e il divieto o il pericolo, che indurrebbe a comportarsi con prudenza anche mangiando.
Fonte: Genschow O et al – The color red reduces snack food and soft drink intake. Appetite, 5 gennaio 2012

Ultimo aggiornamento: 2 Febbraio 2012